Con la nuova inchiesta della Procura di Pavia sul delitto di Garlasco gli investigatori hanno raccolto 21 elementi che, secondo l’accusa, comporrebbero un quadro indiziario nei confronti di Andrea Sempio. Intercettazioni, tracce genetiche, impronte, ricerche web, contraddizioni negli alibi e presunti comportamenti sospetti: un mosaico accusatorio che, nella lettura dei pm, punterebbe verso l’amico del fratello di Chiara Poggi.
Ma proprio mentre la Procura prova a riscrivere uno dei casi giudiziari più discussi degli ultimi vent’anni, resta un dato fondamentale: ad oggi l’unico condannato in via definitiva per l’omicidio è Alberto Stasi. E l’eventuale colpevolezza di Sempio è ancora tutta da dimostrare in un eventuale processo che, allo stato attuale, non è neppure iniziato. La nuova indagine, però, pone inevitabilmente una domanda: su quali basi Stasi venne condannato? E in che modo le nuove contestazioni su Sempio rischiano oggi di incrinare quel verdetto?
Una condanna arrivata dopo assoluzioni e processi ribaltati
Il percorso giudiziario di Stasi fu tutt’altro che lineare. Anzi, rappresenta uno dei casi più controversi della cronaca giudiziaria italiana. Stasi venne assolto sia in primo grado sia in appello. Due tribunali diversi ritennero che gli elementi raccolti non fossero sufficienti per affermarne la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. Solo dopo l’annullamento disposto dalla Cassazione e il successivo processo d’appello bis arrivò, nel 2014, la condanna a 16 anni poi confermata definitivamente nel 2015.
Un iter che già da solo racconta quanto il caso fosse fragile e dibattuto. Non si trattò infatti di una prova schiacciante o di una confessione, ma di una costruzione interamente indiziaria. E proprio il fatto che per anni magistrati diversi abbiano letto in maniera opposta gli stessi elementi viene oggi richiamato da chi sostiene la possibilità di un errore giudiziario. La sentenza definitiva d’appello bis, lunga circa 140 pagine, sostenne che la “lettura congiunta” di tutti gli indizi portasse a individuare in Stasi “oltre ogni ragionevole dubbio” l’assassino della fidanzata.
Gli elementi che portarono alla condanna di Stasi
Tra gli elementi considerati decisivi dai giudici ci fu innanzitutto la questione temporale. Secondo la sentenza, le attività raccontate da Stasi la mattina del 13 agosto 2007 erano compatibili con la presenza sulla scena del delitto nella finestra oraria dell’omicidio. Un altro punto riguardava le scarpe: l’assassino, secondo gli accertamenti, avrebbe indossato una taglia 42, numero posseduto anche da Stasi. I giudici considerarono poi rilevante la conoscenza della casa di via Pascoli. L’aggressore sembrava muoversi con familiarità all’interno della villetta e questo, secondo la ricostruzione, era compatibile con il rapporto tra Stasi e Chiara Poggi. Uno dei passaggi più discussi riguardò il racconto del ritrovamento del corpo. Per i magistrati, Stasi descrisse subito la scena come un incidente domestico, parlando di una caduta dalle scale. Una reazione interpretata non come quella di uno scopritore casuale ma come il tentativo dell’aggressore di fornire una spiegazione alternativa.
C’era poi il nodo delle tracce di sangue. Stasi sostenne di aver attraversato diverse stanze della villetta per cercare Chiara, ma sulle sue scarpe non furono trovate impronte ematiche e le macchie presenti sul pavimento non risultarono alterate dal suo passaggio. Un elemento che la sentenza considerò incompatibile con la sua versione.
Altro tassello centrale fu il dispenser del sapone nel bagno. Secondo i giudici, l’aggressore si sarebbe lavato le mani dopo il delitto e proprio sul dispenser vennero trovate due impronte attribuite all’anulare destro di Stasi. Per la Corte, era lui “l’ultimo soggetto a maneggiare quell’oggetto dopo essersi lavato”.
Infine il tema della bicicletta. Per anni gli investigatori sostennero che Stasi avesse nascosto la bici nera da donna utilizzata per raggiungere la villetta e sostituito alcuni pedali. Sui pedali della bicicletta “Umberto Dei Milano” venne trovato Dna di Chiara Poggi. Il Dna sotto le unghie della vittima, invece, all’epoca non consentì attribuzioni certe: secondo il perito De Stefano si trattava di materiale degradato che non permetteva identificazioni né positive né negative.
Perché oggi la Procura di Pavia mette in discussione quella ricostruzione
Le nuove indagini su Sempio stanno però ribaltando molti dei punti che avevano sostenuto la condanna di Stasi. Nelle recenti informative depositate agli atti, i carabinieri del Nucleo investigativo di Milano contestano apertamente la ricostruzione sviluppata nei processi precedenti. Gli investigatori parlano di “elementi contraddittori” e di una “suggestione processuale cavalcata mediaticamente per 18 anni”.
Il caso più evidente riguarda proprio la bicicletta. Secondo i nuovi atti, sarebbe “illogico e incongruente” pensare che Stasi abbia nascosto la vera bici usata per il delitto limitandosi a sostituire i pedali. I carabinieri si chiedono: se davvero fosse stato un assassino così lucido e freddo, perché non far sparire completamente la bicicletta? Anche la testimonianza sulla bici vista vicino alla villetta viene oggi rivalutata. Secondo gli investigatori della nuova inchiesta, la descrizione fornita all’epoca sarebbe incompatibile con la bici sequestrata a Stasi.
La Procura di Pavia contesta inoltre la ricostruzione sul bagno della villetta, sostenendo che manchino elementi compatibili con l’ipotesi che l’assassino si sia lavato lì. Vengono richiamati i quattro capelli scuri trovati nel lavandino e mai analizzati, oltre all’assenza di emoglobina nel sifone.
Il ruolo dell’indagine sulla presunta corruzione
A rafforzare i dubbi sulla vecchia archiviazione di Sempio – naturalmente legata a doppio filo alle vicende di Stasi – c’è poi il nuovo filone aperto dalla Procura di Brescia, che ipotizza una presunta corruzione in atti giudiziari legata alla prima indagine del 2016-2017. L’inchiesta coinvolge l’ex pm Mario Venditti e punta a verificare se vi siano state pressioni o irregolarità nella gestione del procedimento che portò all’archiviazione di Sempio. Si tratta di un’indagine ancora tutta da verificare, ma che inevitabilmente alimenta le richieste di revisione avanzate dalla difesa di Stasi e dagli stessi pm pavesi.

