A Milano il nome di Giulia Ligresti è tornato a circolare come possibile profilo “civico” del centrodestra. Secondo indiscrezioni, l’opzione interesserebbe soprattutto Forza Italia e una parte di Fratelli d’Italia, mentre restano da chiarire gli equilibri interni alla coalizione e la linea dei vertici nazionali. Il punto, però, è un altro: che profilo sarebbe, e soprattutto che storia porterebbe con sé, una candidatura di Giulia Ligresti?
Dalla Bocconi ai consigli d’amministrazione: la carriera nella galassia di famiglia
Giulia Ligresti è laureata in Economia Aziendale all’Università Bocconi e ha completato corsi di Business Administration al Queen Mary College di Londra. La sua prima vita pubblica è legata alla holding di famiglia: è stata presidente e amministratore delegato di Premafin Finanziaria Holding e vicepresidente di Fondiaria-Sai. Per anni, prima della rottura del 2013, è stata un volto del capitalismo milanese e italiano cresciuto dentro i consigli d’amministrazione.
Il padre Salvatore Ligresti: ascesa, Milano e ombre di un’epoca
Raccontare Giulia Ligresti significa inevitabilmente attraversare la parabola di suo padre, Salvatore Ligresti: dall’arrivo in Lombardia dopo la laurea, alla fortuna costruita “mattone dopo mattone” a Milano, fino all’ingresso nella grande finanza e nelle reti di potere della città. La sua storia è punteggiata anche da episodi diventati cronaca nazionale: il rapimento della moglie Antonietta Susini detta “Bambi” nel 1981, lo scandalo delle “Aree d’oro”, Tangentopoli e i mesi a San Vittore. Negli anni successivi, il gruppo si amplia e intreccia edilizia, assicurazioni e finanza. Poi arriva la grande crisi: dal 2011 la galassia Fondiaria-Sai/Premafin entra in difficoltà e la soluzione passa per la cessione del controllo a Unipol. È il punto di non ritorno: si aprono inchieste tra Milano e Torino, e gli strascichi travolgono anche i figli.
L’inchiesta FonSai e l’arresto del 2013
Il 17 luglio 2013 Giulia Ligresti viene arrestata nell’inchiesta FonSai avviata dalla Procura di Torino, insieme a suo padre e ai fratelli. Le accuse ruotano attorno a falso in bilancio e aggiotaggio/manipolazione del mercato. È l’inizio di una fase che lei stessa, a distanza di anni, definirà “il periodo più buio”, raccontando la detenzione preventiva, l’isolamento e la pressione mediatica. Nelle sue interviste ricorda due immagini di quei giorni: “il rumore e l’immagine di una porta che si chiude alle mie spalle” e, all’opposto, “il sorriso delle ragazze che sono arrivate a darmi un aiuto”, detenute che le offrirono un caffè e un primo gesto di protezione.
Dal patteggiamento all’assoluzione “perché il fatto non sussiste”
Il capitolo più controverso della biografia è quello giudiziario, inevitabilmente centrale se si parla di una candidatura. Ligresti patteggia una pena di due anni e otto mesi: nelle interviste dirà che fu “l’unica opzione possibile” per “riappropriarsi della vita”, perché le venne fatto capire che patteggiamento e libertà erano legati a doppio filo. “Per tornare a casa, avrei ammesso anche di aver ucciso Giulio Cesare”, racconta con una frase destinata a fare rumore.
Nel 2018 viene arrestata per scontare la pena patteggiata, ma la vicenda prende una piega diversa: arriva la revisione e, nel 2019, l’assoluzione con la formula “perché il fatto non sussiste”. È il passaggio che lei trasforma nel perno del proprio racconto pubblico: l’idea di essere stata travolta senza processo, la critica alla custodia cautelare quando diventa “uno strumento di pressione”, la rivendicazione di aver resistito pensando a modelli come Nelson Mandela e Louis Zamperini.
Il libro “Niente è come sembra”: la scelta di raccontare e “restituire un senso”
Un anno fa, Ligresti ha voluto raccontare in prima persona la propria storia in un’autobiografia, “Niente è come sembra”. In più interviste spiega che il punto non è solo il carcere, ma la libertà e la necessità di raccontare la verità “da chi l’ha vissuta”. “Ogni cosa mi ha resa quella che sono oggi, senza bisogno di rinnegare nulla”, dice. E aggiunge: “Ritengo sia necessario raccontare la verità e questa può raccontarla solo chi l’ha vissuta”. Nel libro, racconta, la parte “più bella” da scrivere è stata quella dedicata a suo padre, sua madre e ai figli: un modo per riprendere in mano la narrazione di una famiglia che per decenni è stata al centro di fasti e scandali.
La “seconda vita” di Giulia Ligresti: design, creatività e un’identità nuova
Negli ultimi anni Giulia Ligresti ha costruito un profilo diverso da quello della manager. Dal suo sito e dalle interviste emerge un percorso nel design: nel 2018 presenta al Salone del Mobile la collezione LOVE, poi amplia la produzione tra sedie, consolle, divanetti, tavoli e sculture, e nel 2020 tiene una mostra personale alla Galleria Glauco Cavaciuti di Milano. In un’intervista racconta l’avvio quasi simbolico con una panca “LOVE” e l’incontro con la gallerista Rossana Orlandi: da lì, sostiene, nasce un marchio e una nuova professione.
L’impegno umanitario: progetti in Italia e nei Paesi in crisi
Parallelamente Ligresti rivendica da anni un impegno umanitario continuativo. Nelle interviste cita progetti in contesti di vulnerabilità e guerra, dall’India all’Etiopia, dalla Siria allo Sri Lanka, ricordando anche esperienze passate in Afghanistan e a Gaza. In Italia parla di attività a supporto di richiedenti asilo: corsi di italiano, sartoria solidale, ciclofficina e percorsi per valorizzare competenze e talenti. È un tassello importante della sua narrazione pubblica: la “ripartenza” che passa dall’aiuto agli altri, dopo l’esperienza di detenzione.
Milano e l’eredità del padre: “Tutto il nuovo skyline di Milano”
Nel racconto di Ligresti, Milano resta un punto fisso. Parlando nel podcast di Hoara Borselli due mesi fa rivendica l’impatto del padre sulla trasformazione urbana: “Tanto di Milano c’è di mio padre, tantissimo. Tutto il nuovo skyline”. E ricorda che l’idea del padre era costruire “non fuori Milano, ma all’interno della città” una nuova verticalità, raccontando il ruolo della famiglia in progetti come Porta Nuova e CityLife. Nel medesimo podcast, alla domanda se le piacerebbe fare il sindaco di Milano ha risposto: “Sì, penso che mi piacerebbe. Non so se lo farò. Non ho un nome facilissimo”. Poi aggiunge una frase che suona come un’autocandidatura potenziale: “Penso che potrei essere un buon sindaco”.


