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Il caso del Blue Note, quando la finanza non è per tutti

L’ingresso del Blue Note nel mercato degli investimenti alternativi ha suscitato un certo interesse. E ciò è comprensibile. Per la prima volta un locale Jazz decide di quotarsi (anche se appunto in un Mercato Alternativo). Una svolta epocale per il mondo delle industrie culturali e creative? Forse no.

Ma procediamo con ordine: affermare che il Blue note è entrato nel mercato alternativo del capitale significa che è entrato in quella che è stata definita una Multilateral Trading Finance (o sistemi multilaterali di negoziazione). Un MTF è un sistema multilaterale gestito da un’impresa di investimento, da una banca o dalle stesse società che gestiscono i mercati regolamentati (come nel caso dell’Italia) che consente e facilita l’incontro al suo interno e, in base a regole non discrezionali di interessi multipli di acquisto, e di vendita di terzi relativi a strumenti finanziari, in modo da dare luogo a contratti.

Vale a dire mercati finanziari, ma senza la regolamentazione cui sono sottoposti i mercati finanziari principali (quali Borsa Italiana). Sono mercati in cui tendenzialmente si possono quotare imprese che non riuscirebbero ad avere accesso ai mercati di capitale tradizionali, con lo specifico intento di raggiungere le Piccole e Medie Imprese.
Questo strumento, che all’estero, e, in particolare nella piazza londinese ha riscosso un notevole successo, ha però mostrato alcune criticità per quanto riguarda il bel mercato nostrano. Dal 2012, anno in cui viene fondato l’AIM Italia (Alternative Investment Market), le società che hanno deciso di quotarsi sono 24. Che aggiunte alle 26 che erano già presenti nei mercati non regolamentati fanno la somma tonda di 50 imprese.
In Italia dunque il numero di imprese che ha deciso di inserirsi in questa particolare categoria di mercato finanziario è alquanto esiguo, e, a quanto pare, una volta quotate non hanno ottenuto ottime prestazioni.

Si guardi ad esempio l’andamento del Blue Note dal suo ingresso ad oggi:

andamento blue note
 

AndamentI motivi di questi andamenti possono essere diversi: dal numero basso di transazioni, risultato di uno scarso interesse nei confronti di questo mercato da parte degli investitori professionali (banche etc.) alla scarsa fiducia nei confronti delle performance delle aziende quotate, fino ad un nodo che è strutturale al mercato stesso: il livello di informazioni necessarie da fornire agli investitori. Per semplificare la procedura di ingresso, infatti, sono stati notevolmente ridotti gli obblighi informativi che le società quotate devono fornire ai potenziali investitori. Quest’elemento, che da un lato può servire ad infittire il numero delle società, può anche essere di per se un deterrente per chi deve investire in una società.

Su tutti, ad ogni modo, un elemento che gioca un ruolo sicuramente determinante in questi trend è riconducibile alla natura delle società quotate: si definiscono PMI (piccole e medie imprese) ma spesso sono società consolidate, che hanno raggiunto la maturità del loro ciclo di vita. Devono infatti essere delle Società per Azioni (quante PMI lo sono?) e quindi con un capitale sociale minimo di €120.000, il che presuppone una dimensione sicuramente maggiore della maggior parte del tessuto imprenditoriale che contraddistingue non solo l’Italia ma anche l’Europa.

Ciò significa che da un lato non reggono il confronto con le società quotate nei mercati regolamentati, e dall’altro non sono abbastanza piccole da promettere grandi extra-rendimenti. Non è un caso che, oltre al già citato Blue Note, le uniche società appartenenti all’enorme cluster delle ICC (industrie culturali e creative) siano società di produzione cinematografica, in cui il livello di capitali è notoriamente più elevato rispetto a società che operano in altri settori (si pensi ad esempio al design).

Forse, con il tempo (e con un po’ più di fiducia nel mercato) l’AIM Italia potrebbe acquisire più rilevanza, ma è piuttosto improbabile diventi una delle forme di finanziamento (del resto ci si quota per questo) preferite delle imprese culturali.

Tratto da www.tafter.it

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