di Sergio Bitto
“Riuscire nell’equilibrio tra fotografia e pittura è la scommessa (vinta) di Gabriella Marazzi, dei suoi frammenti di vita così impetuosi, e insieme così freddi, già accaduti, applicati alla morte. Non c’è da aggiungere niente, inutile trasformare l’immagine della realtà, basta rielaborarla, rivitalizzarla, non bisogna inventare nulla; è sufficiente osservare con lo sguardo distaccato, implacabile, senza gerarchie”.
Così Vittorio Sgarbi ha celebrato l’altra sera a Milano, in Galleria Vittorio Emanuele, l’artista Gabriella Marazzi, ex signora Mogol, durante la presentazione del libro “La vita in un segno di grafite” edito da Mondadori. Un volume che raccoglie il lavoro artistico di Gabriella: acrilici, tecniche miste su cartoncino, dipinti a olio su tela. Opere “strong”, tra sogno e inconscio, che non lasciano indifferenti ma comunicano passione, dolore e tormento dell’Io femminile. Un’artista che potremmo definire surrealista e che comunica, come afferma la stessa “Ironia amara, rabbia e aggressività. Che però nascondono un infinito amore per la vita”.
