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Milano

di Lorenzo Zacchetti
Coordinatore Forum Sport e Tempo Libero del PD - Area metropolitana milanese

La decisione di ritirare l’emendamento alla legge di stabilità che avrebbe garantito la costruzione e l’ammodernamento degli impianti sportivi rappresenta una brutta notizia, vista la necessità di intervenire su uno degli aspetti di più evidente carenza nel confronto tra l’Italia e il resto del mondo.
 
Lavorare in questa direzione senza l’immediata prospettiva di una candidatura per un grande evento (il dibattito sugli stadi era cominciato con la prospettiva di organizzare gli Europei del 2012) dovrebbe consentirci un ragionamento più approfondito, eliminando gli aspetti critici che da diversi anni ostacolano la realizzazione di questo progetto.
 
Il primo riguarda il rischio di speculazioni edilizie che si accompagna al passaggio dell’emendamento nel quale si consente ai costruttori di stadi di realizzare anche “insediamenti edilizi o interventi urbanistici entrambi di qualunque ambito o destinazione, anche non contigui agli impianti sportivi, che risultino funzionali al raggiungimento del complessivo equilibrio economico-finanziario dell’intervento”. Questa regola riscritta completamente, per evitare la possibilità di cementificare senza alcuna altra finalità che il profitto. Il problema va risolto circoscrivendo la possibilità di costruire strutture accessorie solo entro un predeterminato raggio chilometrico (in base alle caratteristiche dell’impianto sportivo) e comunque solo se direttamente interconnesse alle attività dello stadio. Con questa correzione, ad esempio, sarebbe semplice costruire un centro commerciale, mentre per edificare un nuovo quartiere residenziale bisognerebbe comunque ottenere i necessari visti urbanistici, strumento necessario per tutelare l’ambiente.
 
Un secondo aspetto critico riguarda la mancata distinzione tra aree vergini e zone da riqualificare. Nel secondo caso la costruzione di un impianto sportivo e di strutture accessorie potrebbe essere un grande aiuto al miglioramento della vita dei residenti nelle periferie urbane, mentre nelle zone non edificate si andrebbe incontro ad un indebito consumo di suolo, che va opportunamente regolamentato (non escluso a priori, ma regolamentato sì).
 
A questo tema si lega anche la necessità di una riflessione sulle infrastrutture, argomento stranamente assente nell’emendamento. Eppure, in tutte le città sedi di eventi sportivi è noto il costo economico sopportato dalla gestione dell’afflusso e deflusso dagli stadi e dalla tutela dell’ordine pubblico. Andrebbe quindi inserito un passaggio dedicato al rapporto tra impianti sportivi, mezzi pubblici e parcheggi per la mobilità privata, tenendo conto del fatto che in tutti i paesi del mondo si tende a costruire i nuovi impianti fuori dai centri abitati, per ridurre l’impatto sui residenti. Prevedere la possibilità di realizzare e gestire infrastrutture di questo tipo da parte dei privati sarebbe allo stesso tempo un incentivo all’investimento ed uno sgravio per gli enti pubblici, già alle prese con notevoli difficoltà economiche.
 
Un’ultima riflessione riguarda la proprietà degli impianti. Il fondo di garanzia che questo emendamento intende istituire è un ottimo strumento per realizzare opere pubbliche con il finanziamento del credito sportivo, sia nel caso di lavori fatti direttamente dai Comuni che da affidamento ai privati per loro conto. Tuttavia, le case-history straniere ci insegnano che gli stadi rendono a patto che le società sportive ne siano proprietarie. Ci sono già normative adatte a consentire l’iniziativa privata, come dimostra l’esempio della Juventus, ma il salto in avanti sarebbe rappresentato da una semplificazione dei  passaggi burocratici intermedi.
 
E, anche su questo, l’emendamento stranamente non prevede nulla.

Tags:
emendamento






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