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Milano

“Cittadini, lavoratori, sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine”. Il 25 aprile 1945, queste parole di Sandro Pertini danno il via all’insurrezione milanese contro gli occupanti nazisti. Dopo tre giorni di battaglia Milano viene liberata dai partigiani e Benito Mussolini ucciso. Appeso al distributore della Esso di piazzale Loreto angolo Buenos Aires, dove adesso c’è il Mc Donald’s.
 
Piazzale Loreto non è una piazza, è tutt’al più uno svincolo per le auto che noi milanesi attraversiamo imprecando dietro al tamarro col SUV che sta giocando a Ruzzle sull’Ipad, guidando e chiacchierando al telefonino in contemporanea o al peruviano col camioncino dell’SDA in tripla fila. C’è la fretta dei pendolari che si calpestano a vicenda o la flemma dei vari spacciatori e dei vecchietti che snocciolano calici di bianco al bar.
 
Stupisce per un attimo fermarsi e immaginare esattamente a questo incrocio di viali la Milano che in quelle giornate d’aprile si spintonava per assistere alla grande storia del mondo che passava proprio di qua. Può sembrare un gioco mentale fine a se stesso, ma non lo è più di tanto se pensiamo che il problema della memoria storica non è tanto dimenticare i fatti, ma ricordarli come si ricordano le tabelline, senza un’integrazione fra le informazioni e le azioni. Senza farli vivere costantemente trasformandoli in domande etiche e in abiti comportamentali, i dati della memoria perdono di senso e si trasformano in cantilene o miti vuoti, in cui non vediamo che delle belle avventure da raccontare.
 
L’immaginario del nazifascismo che ci viene passato è quello di una nube nera che si addensa su un’Europa fondamentalmente innocente. La narrazione ci parla di un’umanità ingenua su cui malvagi poteri oscuri si sono scatenati per colpa di pochi, ingannandola e rendendola schiava. Una sorta di male buio che avanza laddove fino a un attimo prima c’era la luce, un indistinto grigio che annichilisce ogni colore e che fa appassire i fiori al suo passaggio. Un orrore contro cui pochi formidabili eroi si sono erti in una battaglia campale che alla fine hanno vinto, come era giusto e scontato che fosse. Ma è stato veramente così? Non è forse di ciascun europeo, o della stragrande maggioranza, in particolare di noi italiani, la terribile responsabilità di quei milioni di morti e di quegli orrori che a raccontarli sentiamo ancora paura? Chi sono state le vittime e i carnefici di quel periodo se non persone normalissime come quelle che incontriamo sul tram o in piazzale Loreto, un giorno qualsiasi della settimana? Riflettiamoci bene, perché non lo facciamo quasi mai.

Credo che l’unico modo che la maggior parte delle persone ha per pensare al male è pensarlo come altro da sé e dalla propria quotidianità. Una difesa psicologica inconscia, un anticorpo verso l’orrore, un marchio a fuoco per rendere palese il suo non essere parte dell’umanità cui sentiamo di appartenere di diritto. Ma il male è parte dell’uomo. Il male si accompagna da sempre alla nostra esistenza, probabilmente anche come meccanismo di sopravvivenza. È la nostra parte più animale che ci viene naturale rimuovere o mascherare ma che c’è sempre, un inconscio preistorico che ci spinge a compiere crudeltà impensabili con la naturalezza di un clic di accendino. Il rimosso ci impedisce di realizzarlo consciamente. Ci fa sempre nascondere questi avvenimenti e queste pulsioni in un sarcofago di pietra, in uno scrigno dove il male può essere rinchiuso in puro stile Harry Potter.
 
O lo neghiamo o lo rendiamo raccontabile. Lo mitizziamo. Lo dotiamo di ragioni plausibili e lo neutralizziamo. Eppure è nell’esperienza di tutti la rabbia o la foga che ci fa affrontare una rissa o un litigio e renderci conto che “eravamo fuori di noi”. Quante volte lo diciamo come scusa? Quante volte la accettiamo, pur non sapendogli dare un significato preciso? Sappiamo che alla fin fine siamo sempre noi a compiere certi gesti, ma ci piace pensare di no. Ci piace soprattutto dirlo a noi stessi e agli altri. Allo stesso modo agiamo sul collettivo, creiamo degli eroi per dimostrarci che, anche nel caos e nel buio, la fiammella dell’umanità e della ragione illuminava di sé le magnifiche sorti e progressive dell’umanità. Questo ci serve come l’aria o l’acqua. Non è pensabile una memoria senza mito ed è giusto che sia così. Ma stiamoci attenti.
 
Ci dimentichiamo troppo spesso di come le cose siano andate. Non ricordiamo lo sbandamento di una intera generazione di fronte alle sirene esaltanti dello Stalinismo e del Nazifascismo. Non pensiamo mai al rischio che l’umanità ha corso e che corre di continuo ogni qual volta si travalicano certi confini. Il male è parte di noi e ci accompagna sempre, come una malattia cronica che rispunta a ogni abbassarsi delle difese immunitarie, rideclinato nelle forme e nelle tecnologie di ogni epoca. Basta poco per farci tornare bestie e, dimenticati tutti gli imperativi kantiani di questo mondo, trattare l’altro come una preda, un oggetto, un qualcosa che si può tranquillamente eliminare.
 
Io non so se settant’anni fa avrei avuto la forza di ritagliarmi l’autonomia necessaria per dire no al buio morale e imbracciare lo sten sulla via della montagna, ma mi piace pensare che sì, l’avrei fatto anch’io e che sì, l’avrebbe fatto anche i miei amici. Io vivo il 25 aprile così, come uno dei rari momenti in cui un ponte tra cittadini di ogni età ci unisce, nella consapevolezza di aver conquistato un bene prezioso qual è la libertà, in un sacrificio collettivo profondo e durissimo che andrà sempre ricordato nei secoli e nelle generazioni a venire. La libertà è un sistema basato sull’equilibrio precario delle diversità reciprocamente tollerate. Tutto il resto è male e violenza, in gradi diversi e in diverse forme. Ma la libertà no, esiste ed è in un solo modo, in un solo labile equilibrio costantemente a rischio, che va difeso e custodito come un fuoco sacro, o qualcosa di molto simile. La difesa di questo focolare comune è compito di tutti e dei giovani prima e più di tutti. Siamo e saremo pronti a farlo? Non lo so, ma io ci credo.

Giacomo Marossi per www.arcipelagomilano.org

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