Il voto è nazionale, la legge riguarda le elezioni politiche. Ma il via libera definitivo allo Stabilicum può produrre conseguenze anche parecchi chilometri più a nord di Montecitorio, fino a Palazzo Marino. Non perché cambino le regole con cui Milano eleggerà il suo prossimo sindaco, ma perché viene meno uno dei dossier che negli ultimi mesi hanno contribuito a tenere congelate le strategie dei partiti in vista delle Comunali del 2027.
La Camera ha approvato definitivamente la riforma elettorale con 227 voti favorevoli e 164 contrari, mentre la maggioranza ha retto anche alla prova dello scrutinio segreto. Il nuovo sistema è proporzionale, con un premio di governabilità alla coalizione o lista che supera il 42%, e introduce nuovamente le preferenze, pur mantenendo i capilista bloccati. Ma politicamente uno dei passaggi più significativi è un altro: al momento della presentazione delle liste ciascuna coalizione dovrà indicare il proprio candidato alla presidenza del Consiglio, fermo restando naturalmente il potere costituzionale del capo dello Stato nella nomina del premier.
Milano, cade una delle incognite nazionali
Ed è proprio questo elemento a poter produrre qualche effetto a cascata su Milano. La definizione delle regole del voto politico consente infatti ai partiti di iniziare a ragionare con maggiore concretezza sui propri assetti nazionali, sulle coalizioni e soprattutto sulle leadership con cui arrivare alle elezioni del 2027. Una partita che si intreccia inevitabilmente con quella milanese. Finora entrambi gli schieramenti hanno lasciato aperti diversi dossier proprio perché la scelta del candidato sindaco non è isolata dagli equilibri complessivi: Roma, Milano e le altre grandi città chiamate al voto compongono uno stesso mosaico di alleanze, candidature e compensazioni politiche.
Il voto di Montecitorio, oltretutto, consegna al centrodestra un altro dato politico: la maggioranza ha superato compatta una votazione a scrutinio segreto che poteva rappresentare un banco di prova per i rapporti tra gli alleati. La stessa premier Giorgia Meloni ha letto il risultato come una risposta a chi immaginava una coalizione divisa.
Centrodestra, il dossier candidato torna sul tavolo
È soprattutto nel centrodestra che la chiusura della partita sulla legge elettorale può accelerare il confronto su Milano. I nomi in campo restano quelli del sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago, indicato da Forza Italia, della vicesegretaria della Lega Silvia Sardone, investita pubblicamente da Matteo Salvini a Pontida, e del leader di Noi Moderati Maurizio Lupi. Nelle scorse settimane gli stessi coordinatori cittadini della coalizione avevano ribadito la pari dignità delle tre candidature e rimesso di fatto la decisione finale al tavolo nazionale.
Perego è ad oggi il nome attorno ai quali si registra la maggiore convergenza: la sua candidatura è stata formalmente avanzata da Antonio Tajani e ha raccolto aperture anche nell’area di Fratelli d’Italia. Ma la Lega non ha ritirato la candidatura Sardone e Noi Moderati continua a sostenere Lupi. Proprio per questo la chiusura del dossier elettorale nazionale può rimettere in moto la trattativa.
Il centrosinistra e il nodo delle primarie
Più articolata la ricaduta nel centrosinistra. A Milano il percorso delle primarie resta sul tavolo, con Pierfrancesco Majorino, Mario Calabresi e Anna Scavuzzo tra i principali nomi attorno ai quali si è sviluppato finora il confronto. Majorino ha già fissato per il 22 ottobre un appuntamento pubblico che assomiglia sempre più all’avvio del suo percorso verso le eventuali primarie, mentre nelle ultime settimane anche Calabresi ha reso progressivamente più esplicita la propria disponibilità.
Ma proprio l’indicazione nella nuova legge di un candidato alla presidenza del Consiglio per ogni coalizione rende ancora più centrale la definizione dell’assetto nazionale del campo progressista. Prima delle Politiche Pd, Movimento 5 Stelle e gli altri potenziali alleati dovranno chiarire non soltanto la composizione della coalizione, ma anche chi ne rappresenterà la leadership: Elly Schlein, Giuseppe Conte o un terzo nome ad oggi non ancora sul tavolo?
Da qui la possibile ricaduta milanese. Se il centrosinistra decidesse di affidarsi a livello nazionale alle primarie, diventerebbe politicamente più semplice confermare lo stesso metodo anche a Milano. Viceversa, una soluzione nazionale costruita attraverso un accordo tra i partiti potrebbe rafforzare anche nel capoluogo lombardo le pressioni per arrivare a un candidato unitario senza passare necessariamente dalle urne delle primarie.
FdI Lombardia: “Più scelta e più governabilità”
Soddisfazione per l’approvazione della riforma è stata espressa nel frattempo dal gruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale della Lombardia, secondo cui la nuova legge restituisce agli elettori “il potere di scegliere direttamente i propri rappresentanti” e punta a fare emergere dalle urne una maggioranza in grado di governare. “Con questa riforma si interviene su due questioni fondamentali: rappresentanza e stabilità”, ha commentato il capogruppo Christian Garavaglia, sottolineando che gli elettori potranno conoscere “chi si candida a guidare il Paese” e sostenendo la necessità che chi riceve il mandato degli elettori sia messo nelle condizioni di governare. Per Fratelli d’Italia la riforma rappresenta dunque anche una prova di compattezza della maggioranza. Ed è proprio questa maggiore stabilità del quadro nazionale a poter liberare adesso energie e trattative rimaste finora sospese.


