A- A+
Milano

Il dopo elezioni nel centro sinistra sconfitto ha sempre due pilastri interpretativi: non ci hanno capito, non ci siamo spiegati bene. Le minoranze interne, se ci sono, aspettano un po’, poi dicono: è stato un errore del segretario (chiunque esso sia), era sbagliato il candidato ovvero il candidato era mal consigliato. La tesi nell’arco di qualche mese ottiene la maggioranza dei consensi e un anno dopo circa è unanimemente condivisa, è successo con Antoniazzi, Ferrante, Sarfatti, Penati, Martinazzoli etc. Al candidato trombato vengono inizialmente proposti ruoli altisonanti: coordinatore, leader, garante che non significano assolutamente nulla mentre partiti e partitelli si occupano dei congressi interni e del segretario (generalmente promosso a Roma). Mai e poi mai l’analisi post elettorale prende in considerazione l’ipotesi che gli elettori abbiano perfettamente capito la proposta del centrosinistra e proprio per questo non l’hanno votato.
 
Lo schema interpretativo, giustificazionista, non è una novità ha origine più di un secolo fa. Alle prime elezioni presidenziali a suffragio universale (senza donne) quelle del 1848 in Francia, la sinistra era sicura di vincere, perché finalmente le plebi avevano diritto al voto. Uno dei massimi fautori del suffragio universale Ledru Rollin si candidò alle presidenziali. Ottenne 370.119 voti contro i 1.400.000 del generale Cavaignac che aveva guidato la repressione armata e i 5.000.000 di Napoleone Buonaparte il piccolo; Ledru Rollin di lì a poco se ne andrà in esilio e oggi è ricordato per una fermata del metro parigino. Si può dire che da allora in ogni parte del mondo ogni volta che la gauche perde le elezioni abbia sempre la stessa faccia stupita e la stessa domanda sulle labbra “visto che votano tutti e visto che la più parte del popolo soffre le ingiustizie del mondo, perché non ci votano?”. Per decenni l’autoassoluzione è stata al centro di ogni ragionamento post elettorale (del resto quando ritornò dall’esilio, Ledru Rollin fu rieletto deputato).

In Italia questo schema interpretativo, saragattianamente riassumibile nel “destino cinico e baro” ha vari corollari, quasi dei mantra, periodicamente ripetuti in questi giorni:
 
1) “è stato un voto di protesta“. C’è sempre un voto di protesta che ci è sfuggito, si dice a sinistra. Senza risalire all’Uomo Qualunque con “voto di protesta” si identificò il successo della Lega nel 1990 quando prese 1.183.000 voti in Regione, nel 2013 compresa la lista personale di Maroni ne prende di più, difficile immaginare un voto di protesta che dura 23 anni. Piuttosto però che prendere atto che c’è un federalismo moderato e parolaio che ha una base più che solida e rispetto alla quale il centro sinistra risulta un partito centralista e statalista, si continua a parlare di voto di protesta. La storia si ripete con Grillo, i cui elettori vengono descritti come degli ingenui se non dei minorati che si sono fatti travolgere dalla voglia di votare contro: mai che si affacci il sospetto che non sia un voto ingenuo ma profondamente meditato e che l’elettore voglia proprio un parlamento di gente qualunque.
 
2) “il dato regionale è stato sminuito dal dato nazionale, ergo è colpa di Roma“. Tesi curiosa perchè se così fosse avremmo dovuto avere un Albertini che non perde il 50% dei suoi elettori o i grillini che ne perdono un terzo o la lista centrista che alle regionali ha il quintuplo dei voti alla camera. In realtà gli elettori hanno guardato proprio alle questioni lombarde e in primis hanno scartato i candidati di bandiera e si sono concentrati su i potenziali vincitori come avviene normalmente nelle elezioni presidenziali a un turno, esempio di maturità dell’elettorato che punta a un voto utile per governare.
 
3)”è stato il nostro miglior risultato da qui si può ripartire“. Qui ci si può sbizzarrire con le varianti di coalizione etc., mi limito a osservare che nel 2005 con una partecipazione al voto del 73%, inferiore di 3,71%, e con una platea elettorale numericamente inferiore a quella di oggi Sarfatti prese il 43,6% cioè più di quello che ha preso Maroni questa volta. Ovviamente i valori assoluti danno ad Ambrosoli 76.000 voti in più.
 
4) “le primarie rafforzano il candidato“. È tutto da dimostrare; esemplare il caso di Etico che prende 52.000 voti alle elezioni rispetto ai 34.000 delle primarie. Per ogni 100 voti di Etico ci sono 55 preferenze contro la media del PD di 16, della lista civica di Maroni di 4,5 e 3 dei grillini. Gli effetti di confondere le primarie con le elezioni possono essere devastanti, cito Terlizzi: “le campagne di comunicazione dei candidati alle primarie sono strutturate su linguaggi “di parte”, cioè rivolte a una base elettorale già convinta della bontà di stare in un determinato “campo” e che, attraverso il proprio voto, è alla ricerca della leadership più forte e convincente che la rappresenti e la faccia vincere. Per questo non possono sostituire l’elaborazione programmatica da offrire all’intera comunità, nazionale o locale. Confondere le primarie con le elezioni effettive, comporta un flop comunicazionale e politico davvero clamoroso: il proprio “popolo” vuole identificarsi con il miglior leader e farlo con orgoglio di appartenenza, non vuole ricette “generali” ma scelte esistenziali e strumenti “culturali” per mettere nell’angolo e zittire gli avversari dell’altro “campo”.
 
5) “mancavano i soldi“. Come se non ci fosse il ricco rimborso delle spese elettorali e come se non si sapesse che almeno metà del loro tempo nelle campagne USA i candidati lo dedicano a raccogliere fondi. Si ha la sensazione che nel centrosinistra viga il criterio che spendere in campagna elettorale sia disdicevole, poi però non ci si può lamentare se l’elettorato non ti ha “visto”.
 
6) “è mancato il tempo“. Ora diciotto anni sembrano un tempo congruo per prepararsi a una campagna elettorale, definire un programma e scegliere dei candidati.
 
7) “non siamo riusciti a far conoscere il candidato“. Tesi anch’essa curiosa sia guardando a quello che è avvenuto in tempi diversi nelle diverse regioni, sia quello che è avvenuto a Milano, vi ricordo che la Colli era conosciuta dal 98% degli elettori e Penati da meno del 50%, per non parlare di Pisapia Moratti.
 
8) “è colpa dei partiti“. In Lombardia di partiti c’è n’è uno solo: il PD, che non ha indicato il candidato, ha accettato il risultato delle primarie, ha accettato la presentazione della lista civica e la caratterizzazione della campagna elettorale attorno al Patto Civico, ha fatto una campagna elettorale sottovoce per non disturbare il candidato presidente. Mi sfugge che doveva fare di più, un suicidio collettivo in piazza? Si consideri che Bersani ha ininterrottamente polemizzato con Ingroia and company che erano nella coalizione lombarda cosa che il PD locale per spirito di servizio non ha fatto, scelta che ha pagato: il 1.369.000 di voti che ha preso sono 100.000 in meno di quelli che ha preso alla Camera. Tuttavia il PD è oggi il 68% dei voti della coalizione esattamente come nel 2010.
 
Semmai il problema è che non ci sono più i partiti radicali: per la prima volta dalla nascita delle regioni non c’è un comunista o simil tale in Regione. Il tracollo dell’Idv, che lascia sul terreno 230.000 voti rispetto al 2010 (con 12 punti in meno di elettori), o delle varie sinistre che lasciano sul terreno sempre rispetto al 2010 il 20% dei loro voti, lascia scoperto un fronte della coalizione. Vi sono poi dettagli incomprensibili come le motivazioni per presentare due liste, Etico e Sel, pressoché identiche. Peraltro il centro sinistra regionale è più pluralista di quello nazionale alla camera il PD ha in regione l’88% dei voti della coalizione Bersani + Ingroia. Non mette conto citare l’argomentazione: “è colpa di Cornelli e Martina” francamente ridicola.
 
9) “è un successo della lista civica“. Se il peso del PD nell’azionariato della coalizione è restato costante il successo della lista civica va ricercato nell’insuccesso della sinistra radicale e nell’attrazione dei voti montiani. Non mi pare però che la lista civica attorno al nome del candidato sia una grande novità: fu sperimentata per la prima volta in questo dopoguerra da due giovani promesse della politica tali Nenni Pietro e Togliatti Palmiro nelle elezioni amministrative di Roma e Napoli del 1952, quando si votava con una legge simile all’attuale. A Napoli Togliatti non presentò la lista con la Falce e martello ma un più accattivante Vesuvio e favorì la presentazione della lista di Arturo Labriola candidato a sindaco in pectore. A Roma un altro giovane Francesco Saverio Nitti doveva far dimenticare il Fronte popolare e al contempo mantenere l’alleanza social comunista sperando che gli elettori moderati non se ne accorgessero: la lista cittadina aveva come simbolo il Campidoglio. Come andò a finire lo sanno tutti.

10) “il candidato ha preso più voti della coalizione“. Vero, ma in valori assoluti è dovuto al fatto che gli elettori votano il candidato e non la lista e la Lombardia è storicamente la regione dove il gap è più alto, mentre in termini percentuali (Ambrosoli + 1, Penati – 0,05, Sarfatti + 1,5, Martinazzoli + 3) i numeri non sono significativi.
 
11) “il programma era involuto“. Ricorrente ritornello sottolineato in particolare da quelli che il programma non l’hanno mai letto, semmai ne hanno scritto parti. A mia memoria nessun programma regionale ha mai spostato un voto. Semmai sono le idee forza, la unique selling proposition, quelle che spostano voti e che sono mancate ad Ambrosoli.
 
12) “la campagna elettorale era sbagliata, i manifesti erano brutti“. Su questa affermazione in genere si raggiunge l’unanimità (eccezion fatta per quelli che hanno fatto i manifesti); è il modo più semplice di sgravarsi di ogni colpa. In fondo sparare sullo spin doctor non fa male a nessuno, e molti di quelli che sparano sono candidati a sostituirlo. In realtà le scelte di campagna elettorale le fa sempre il candidato, che ha l’ultima parola. Ricordate quando Ferrante, già vicecapo della polizia e prefetto, veniva presentato come un ex sessantottardo per compiacere chi aveva votato Fo alle primarie? Era un’idea idiota ma non sarebbe stata possibile senza l’adesione del candidato.
 
11) “la città ha fatto il suo dovere la provincia no“. È così da decenni. Ambrosoli ha vinto in tutti i capoluoghi di provincia, escluso Varese, e ha perso in quasi tutte le periferie, anche a Milano il saldo positivo escluso la città è di soli 22.000 voti. L’andamento cittadino di Maroni è ovviamente l’inverso le performance migliori sono quelle più periferiche ma anche i grillini vincono nei comuni medio piccoli e perdono voti in città mentre il travaso di voti montiani su Ambrosoli è visibile senza scomodare i flussi. L’elettorato del centro sinistra è un perfetto elettorato d’opinione urbano che legge di più, smanetta di più, va più al cinema al teatro etc. etc. ma ha un contatto con la Lombardia profonda e produttiva inferiore al centrodestra. Contemporaneamente il centrosinistra viene vissuto da una parte dell’opinione pubblica come parte del sistema a casta. Tutte cose che si sapevano anche prima e che avrebbero dovuto orientare le modalità della campagna elettorale.
 
12) “la legge elettorale è sbagliata“. Trattasi della spiegazione “calcistica” riassumibile in: “se il campo fosse stato più lungo e le reti più strette avremmo vinto”, meglio ancora con gli avversari sciancati e l’arbitro amico.
 
13) c’è poi la madre di tutte le spiegazioni (detta all’orecchio) per iniziati, quella che Cominelli su ArcipelagoMilano definisce “la convinzione che l’elettorato non è antropologicamente all’altezza del messaggio“, più ruspantemente sintetizzabile in “sono tutti stronzi si meritano Berlusconi”.
 
Banalmente il centrosinistra é una coalizione illuminista che crede ancora di essere avanguardia e di avere il compito di educare, che non ha ancora letto Le bon a più di un secolo dalla pubblicazione della Psicologia delle folle; che ha il mito dello scientifico e l’orrore dell’emotivo o irrazionale. Un centrosinistra in cui lo strumento più usato per capire la società è il sondaggio considerato come una tac perfetta, nonostante ogni volta siano fallaci. Un centrosinistra un po’ spocchioso che pensa che il voto gli sia dovuto e che guarda con disgusto ai convertiti dal centrodestra, come se per vincere le elezioni non fosse ovvio che dovevano far transitare voti da una parte all’altra. Un centrosinistra che riesce nell’impresa di far risultare Pisapia l’eccezione che conferma la regola.
 
Forse se invece di guardare alla scientificità ci si fosse artigianalmente impegnati a trattenere il partito dei Pensionati che era nella coalizione nel 2010 e nel 2005 e che elegge un consigliere regionale dal 1990, e non si fossero respinti i Radicali incomprensibilmente tenuti fuori dalla coalizione quando solo con Pisapia a Milano avevano portato 1,7% qualche chance in più c’era.
 
Walter Marossi per www.arcipelagomilano.org

Tags:
commento






A2A
A2A
i blog di affari
Il federalismo per salvare la democrazia italiana
Di Ernesto Vergani
AIUTI PER I VOLONTARI, AUDIT ENERGIA, DONATORI SANGUE, INCENDI
Boschiero Cinzia
PENSIONI INTEGRATIVE EUROPEE, WELFARE, FONDI PER SCUOLA E MIGRANTI
Boschiero Cinzia

Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Angelo Maria Perrino - Reg. Trib. di Milano n° 210 dell'11 aprile 1996 - P.I. 11321290154

© 1996 - 2021 Uomini & Affari S.r.l. Tutti i diritti sono riservati

Per la tua pubblicità sul sito: Clicca qui

Contatti

Cookie Policy Privacy Policy

Cambia il consenso

Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.