Imprenditori, leader del terzo settore, grandi interpreti dell’associazionismo e del civismo. Persone impegnate a costruire qualcosa di significativo. Protagonisti. A Milano, in Lombardia, in Italia. Su Affaritaliani.it Milano una rubrica dedicata al racconto di donne e uomini che con le loro iniziative, le imprese, la loro visione, forgiano quotidianamente la nostra realtà. A curare questo spazio, Mario Furlan: fondatore dei City Angels, ma anche attivista, giornalista, scrittore, coach motivazionale. Insomma, uno che di protagonisti se ne intende eccome.
Antonio La Regina è regista, produttore cinematografico e keynote speaker in Austria. Ma è di origine italiana, e molto legato alla sua patria d’origine, dove presto realizzerà un film. La sua vita stessa sembra un film. Qui ce la racconta. L’INTERVISTA
Antonio, la sua biografia sembra quasi la sceneggiatura di un film: ufficiale dell’esercito, un grave incidente e poi il cinema. Quanto di quel percorso vive ancora oggi nel regista che è diventato?
Moltissimo. Credo che ogni esperienza lasci qualcosa nel nostro modo di guardare il mondo. Dalla mia formazione militare porto sicuramente con me la disciplina, il senso di responsabilità, la preparazione e la capacità di prendere decisioni anche in situazioni difficili. L’incidente del 2015 ha poi cambiato profondamente il mio rapporto con la vita. Sopravvivere a una caduta di circa 150 metri inevitabilmente rimette molte cose in prospettiva. Ma non voglio che quell’episodio diventi il centro della mia identità. È stato un punto di svolta. Oggi mi interessa soprattutto ciò che è venuto dopo: raccontare persone, conflitti, scelte, cadute e rinascite attraverso il cinema.
Quell’esperienza, però, oggi la porta anche fuori dal cinema. È diventato anche motivational speaker. Che cosa vuole trasmettere quando racconta la sua storia davanti a un pubblico?
Per me non si tratta semplicemente di raccontare di essere sopravvissuto a un incidente. La parte più interessante comincia dopo. La mia è soprattutto una storia di trasformazione. A un certo punto ho dovuto accettare che la vita che avevo immaginato per me stesso non sarebbe continuata nello stesso modo. E quindi c’era una domanda molto semplice, ma anche molto difficile: che cosa faccio adesso? Ho capito che possiamo essere colpiti da eventi che non scegliamo, ma possiamo ancora scegliere che cosa farne. È questo il messaggio che porto oggi anche sui palchi: la propria vita non è qualcosa di definitivamente scritto. Possiamo prenderla nuovamente in mano, cambiare direzione e ridisegnarla più volte secondo ciò che sentiamo veramente nostro. Non racconto la mia storia per dire alle persone come devono vivere. La racconto per ricordare che abbiamo spesso più possibilità di scelta di quanto immaginiamo. E che una rottura, una sconfitta o un cambiamento radicale possono anche diventare l’inizio di qualcosa che prima non avremmo mai immaginato.
Lei vive e lavora a Vienna, ma il suo rapporto con l’Italia sembra andare molto oltre una semplice vicinanza professionale. Quanto è italiana la sua identità?
È una parte molto profonda di me. Le mie radici familiari sono nel Sud Italia e questo legame non è mai stato qualcosa di astratto. L’Italia è presente nel mio modo di sentire, nel rapporto con le persone, nella lingua, nella cultura e probabilmente anche nel mio modo di raccontare. Dopo essere nato a Trento e cresciuto in Alto Adige, mi sono formato in Austria. Per questo non sento il bisogno di scegliere tra due identità. Al contrario, credo che una parte importante del mio lavoro nasca proprio dall’incontro tra questi due mondi.
Se dovesse descrivere questi due mondi con poche parole?
Direi: emozione italiana e precisione austriaca. Naturalmente è una semplificazione, ma contiene qualcosa di vero. Dall’Austria porto con me struttura, preparazione, affidabilità, disciplina e attenzione al dettaglio. Dall’Italia vengono forse una maggiore istintività, il senso della bellezza, la centralità dei rapporti umani e quella capacità di lasciarsi coinvolgere emotivamente da una storia. Nel cinema ho bisogno di entrambe le cose. L’emozione senza struttura rischia di perdersi. La precisione senza emozione rischia di diventare sterile.
Che cosa cerca quando decide di raccontare una storia?
Cerco sempre l’essere umano. Non mi interessano molto i personaggi perfetti. Mi interessano le contraddizioni, i momenti nei quali una persona deve scegliere e le conseguenze di quelle scelte. Mi affascinano le storie nelle quali qualcosa cambia per sempre. Forse anche perché nella mia vita ci sono stati momenti nei quali nulla poteva più tornare esattamente come prima.
È quello che l’ha attratta anche nella storia di Axel Mitbauer e nel documentario Der Wettkampf meines Lebens – Die Geschichte von Axel Mitbauer, che per il pubblico italiano porta il titolo Nuotare verso la libertà – La storia di Axel Mitbauer?
Assolutamente. La storia di Axel è straordinaria non soltanto per ciò che ha fatto, ma per ciò che rappresenta. Era un giovane atleta nella DDR. Ha vissuto repressione politica, carcere, il divieto di praticare sport e infine ha preso una decisione radicale: attraversare il Mar Baltico a nuoto per raggiungere la libertà. Per me non era semplicemente una storia storica o politica. Era una storia sulla libertà, sulla dignità e sulla capacità di un essere umano di scegliere il proprio destino quando tutte le altre strade sembrano chiuse. Sono particolarmente felice che questa storia possa ora raggiungere anche il pubblico italiano: nei prossimi mesi Nuotare verso la libertà – La storia di Axel Mitbauer sarà infatti disponibile anche in Italia su Amazon Prime Video. Per me è un passaggio molto importante, perché significa portare una storia profondamente europea anche nel Paese al quale mi sento personalmente così legato.
Il film ha ricevuto anche un riconoscimento internazionale. Che significato ha avuto per lei?
Ogni riconoscimento fa piacere, naturalmente. Il premio come “Best Feature Film Documentary” ai Madrid Film Awards 2026 è stato una bella conferma per tutto il team. Ma ciò che mi interessa ancora di più è vedere quello che succede dopo una proiezione. Quando le persone rimangono sedute, fanno domande, discutono di libertà, di storia, di coraggio e magari anche delle proprie scelte personali, allora sento che il film ha raggiunto qualcosa di importante.
Il suo rapporto cinematografico con il Sud Italia, però, non nasce oggi. Alcuni anni fa ha già girato ad Altavilla Silentina il cortometraggio italiano Qualche vita ad Altavilla. Che cosa rappresenta quel film per lei?
È un film al quale sono molto legato. È nato ad Altavilla Silentina (SA), il paese natale di mio padre, e quindi in un luogo che per me ha un significato profondamente personale e familiare. Volevo raccontare qualcosa di apparentemente semplice: un giovane uomo che, dopo una delusione personale, ritorna nei luoghi delle proprie origini e attraverso gli incontri con le persone del paese comincia a guardare la propria vita con occhi diversi. Quando lo rivedo oggi mi accorgo che in quel piccolo film erano già presenti molti temi che continuano a interessarmi come regista: le radici, l’identità, il ritorno, i rapporti umani e quei momenti nei quali una persona cambia direzione. In qualche modo è stato anche il mio primo incontro cinematografico molto personale con il Sud Italia.
Possiamo quindi considerare Qualche vita ad Altavilla una sorta di primo capitolo di un percorso che oggi continua?
Sì, credo di sì. Naturalmente all’epoca non potevo sapere esattamente dove mi avrebbe portato questo percorso. Ma oggi vedo una continuità molto chiara. Quel film mi ha fatto capire quanto mi interessi raccontare il Sud attraverso le persone e non attraverso un’immagine da cartolina. Il Sud Italia può essere bellissimo, ma è interessante proprio perché contiene anche contraddizioni, durezza, memoria, famiglie, legami molto forti e una straordinaria umanità. Sono tutte cose estremamente cinematografiche.
E ora il suo percorso sembra riportarla ancora una volta proprio lì. È in preparazione un nuovo lungometraggio italiano per il prossimo anno, ambientato ad Altavilla Silentina, il paese natale di suo padre. Possiamo sapere qualcosa di più?
Non ancora troppo. E forse, per una volta, è bello lasciare anche un po’ di mistero. Posso dire che sarà un progetto molto più grande, un lungometraggio italiano che mi riporterà proprio ad Altavilla Silentina e nel Sud Italia, in luoghi che per me hanno un significato personale molto forte. È una storia molto umana, con una forte componente emotiva, e al centro ci sarà anche una figura femminile importante. Per me è un progetto particolarmente significativo perché unisce cinema e radici personali. Ma credo anche che oggi si raccontino spesso i film troppo presto. Preferisco proteggere ancora un po’ questa storia e lasciare che venga scoperta al momento giusto.
Quindi non si tratta soltanto di scegliere il Sud Italia come location.
No, assolutamente. Per me non sarà semplicemente andare in Italia per girare un film. Sotto molti aspetti sarà un ritorno.
Un ritorno alle origini?
Sì, ma con uno sguardo diverso. Quando si ritorna in un luogo dopo molti anni, non si è più la stessa persona. Oggi porto con me la mia vita in Austria, l’esperienza internazionale, il lavoro come regista e produttore, ma anche tutto ciò che ho vissuto personalmente. E probabilmente è proprio questo che rende il ritorno interessante. Non voglio guardare il Sud con nostalgia. Voglio guardarlo con affetto, curiosità e anche con la distanza necessaria per raccontarlo cinematograficamente.
Quando parla del Sud, che cosa vorrebbe evitare?
I cliché. Non mi interessa raccontare soltanto il sole, il paesaggio, il mare o una certa idea romantica dell’Italia. Naturalmente la bellezza dei luoghi è importante, soprattutto nel cinema, ma dietro quella bellezza ci sono persone reali, conflitti reali, famiglie, sogni, difficoltà e contraddizioni. È lì che una storia diventa interessante. Mi piacerebbe raccontare un’Italia riconoscibile, autentica, bella ma mai decorativa.
Lei è regista e produttore, ma anche moderatore e motivational speaker. A prima vista sembrano mondi diversi. Che cosa li unisce?
Le persone. Che io sia dietro una macchina da presa, davanti a un pubblico o sul palco come moderatore, alla fine mi interessa sempre creare una connessione. Mi piace osservare, ascoltare e capire che cosa muove una persona. Anche dirigere un film, per me, non significa semplicemente decidere dove mettere una macchina da presa. Significa creare fiducia, capire un attore o un protagonista e riuscire a portare molte personalità diverse verso una visione comune. Forse è questo il filo rosso tra tutto ciò che faccio: raccontare storie e creare momenti nei quali le persone possano riconoscersi in qualcosa.
Che tipo di cinema vuole fare Antonio La Regina nei prossimi anni?
Un cinema capace di essere accessibile senza diventare superficiale. Credo nelle grandi emozioni, ma devono essere ancorate a personaggi credibili. Mi interessa molto il cinema europeo e la possibilità di raccontare storie profondamente legate a un luogo e allo stesso tempo comprensibili a un pubblico internazionale. Una storia può nascere in un piccolo paese del Sud Italia e parlare a qualcuno a Vienna, Parigi, Berlino o Madrid. Quando accade questo, il cinema riesce a superare i confini senza perdere la propria identità.
Dopo tutto quello che ha vissuto, che rapporto ha oggi con il rischio?
Probabilmente è diverso rispetto a quando ero molto giovane. Non cerco il rischio per il rischio. Ma ho imparato che la sicurezza assoluta non esiste e che spesso le decisioni più importanti richiedono il coraggio di lasciare qualcosa di conosciuto. Per me il vero rischio sarebbe arrivare un giorno a guardarmi indietro e pensare di non aver tentato le cose nelle quali credevo davvero.
E l’Italia, in tutto questo, quale ruolo avrà nel futuro di Antonio La Regina?
Credo un ruolo sempre più importante. Non soltanto come luogo nel quale realizzare dei film, ma come parte della mia identità artistica. L’Italia possiede una tradizione cinematografica straordinaria e una cultura nella quale il racconto, l’immagine, il gesto e l’emozione hanno un peso enorme. Io porto con me anche molti anni di formazione e di lavoro in Austria. Forse proprio questo incontro è diventato uno degli elementi più interessanti della mia identità. L’emozione italiana e la precisione austriaca. Non voglio scegliere tra questi due mondi. Voglio farli incontrare.


