Quali indicazioni politiche dall’esito del voto per il referendum a Milano e in Lombardia? Partiamo dall’analisi dei dati. Come spesso accade in Lombardia, la linea di frattura passa tra città e territorio. A livello regionale prevale il Sì con il 53,58%, confermando una continuità politica che, in prospettiva 2028, non può essere ignorata. Nelle province più radicate – soprattutto nelle valli bergamasche e bresciane – il consenso supera ampiamente il 60%, segno di un insediamento ancora solido del centrodestra.
Ma basta entrare nei capoluoghi perché il quadro cambi. Milano in testa, ma anche Mantova, Bergamo, Como e Monza: qui il No prende il sopravvento, spesso con margini significativi. È il segnale più evidente di una Lombardia che vota in modo differenziato, dove il peso urbano continua a sfuggire alle logiche regionali.
Milano, laboratorio politico: il No vince (quasi) ovunque ma non nel Municipio 1
Il dato milanese è netto: 58,3% al No, con un’affluenza alta (65,14%) che rafforza il valore politico del risultato. Ma è dentro la città che emergono le dinamiche più interessanti. Il No non solo vince, ma lo fa con particolare forza nelle periferie: Municipio 3 al 61,16%, Municipio 6 al 60,49%, Municipio 2 al 60,21%.
Giuseppe Sala lo ha sintetizzato con questa frase: basta parlare di “partito della Ztl”. Perché questa volta il voto contrario alla riforma non è stato appannaggio dei quartieri centrali, ma ha trovato il suo baricentro fuori dal centro storico.
Eppure, proprio nel cuore della città emerge l’unica crepa nel dominio del No. Il Municipio 1 – quello della Milano più centrale, più ricca, più “radical chic” per usare una formula abusata ma efficace – diventa il punto di osservazione più interessante. Qui non è tanto il risultato in sé a colpire, quanto il potenziale politico che può generare. Perché è proprio in queste aree che, alle ultime comunali, si era registrato l’exploit del Terzo Polo. È su questo dato che il centrodestra potrebbe provare a costruire una strategia. O meglio una speranza: quella di riuscire a intercettare l’area riformista cittadina per cercare di rendere contendibile Milano.
La partita dei moderati: riformisti ago della bilancia?
Il corteggiamento – specie da parte di Forza Italia – è già iniziato da ben prima del referendum.. Azione, e più in generale quell’elettorato urbano moderato, possono diventare l’ago della bilancia. L’idea che circola è semplice: senza quel pezzo di città non si vince. E forse non basta nemmeno un’alleanza politica tradizionale. Serve un candidato civico, capace di parlare a quell’area senza spaventarla.
C’è però un altro elemento che il voto milanese suggerisce, e che complica i piani di tutti. Il No che ha vinto in città è un fronte largo, ma tutt’altro che coeso. Dentro ci stanno elettori del Pd, sostenitori di Sala, comitati civici, pezzi di sinistra radicale e delusi di varia provenienza. Un’alleanza che funziona su un referendum, molto meno su una proposta politica strutturata. È il paradosso milanese: una coalizione fortissima nel dire No, molto più fragile nel costruire un progetto comune.
Le elezioni comunali del 2027 e quelle regionali del 2028 sono ancora lontane. Ma il referendum lascia indicazioni che, pur non definitive, iniziano a delineare il campo. La Lombardia resta, nel suo complesso, una regione dove il centrodestra è competitivo e radicato. Milano, invece, continua a essere un terreno difficile, ma forse non più inespugnabile come fino a ieri. Molto dipenderà da due variabili: la capacità del centrosinistra di tenere insieme il suo fronte eterogeneo e quella del centrodestra di costruire un’offerta credibile oltre i propri confini tradizionali.

