I dati relativi alle iscrizioni per l’anno scolastico 2024/2025 confermano un trend di flessione strutturale per il Liceo classico in Lombardia. Secondo le ultime rilevazioni, solo il 3% degli studenti in uscita dal primo ciclo d’istruzione ha optato per l’indirizzo umanistico tradizionale. Sebbene l’area urbana di Milano registri una tenuta maggiore con una quota compresa tra il 5% e il 6%, il dato crolla drasticamente nelle aree provinciali e periferiche. In particolare, il confronto storico evidenzia un declino netto rispetto al 2015, quando le iscrizioni si attestavano mediamente sul 10%.
Il consolidamento delle Scienze Umane e del LES
Nonostante l’introduzione di variazioni curricolari — quali le sezioni a indirizzo internazionale (Cambridge), il potenziamento delle materie STEM o i percorsi a curvatura biomedica — l’indirizzo classico non accenna a una ripresa. Al contrario, si registra il consolidamento del Liceo delle Scienze Umane, che in regione raggiunge il 12,6% delle preferenze. È soprattutto l’opzione Economico-Sociale (LES) ad attirare oggi un numero di iscritti quattro volte superiore a quello del Classico, profilandosi come la nuova scelta di riferimento per l’area umanistica contemporanea.
L’impatto tecnologico e la crisi del modello tradizionale
Le ragioni del disinteresse verso gli studi classici potrebbero risiedere in un mutamento del paradigma educativo accelerato dalla digitalizzazione. L’integrazione dell’Intelligenza Artificiale e degli strumenti di traduzione istantanea ha ridotto la percezione di utilità pratica dello studio delle lingue antiche. Ad oggi, sembra che il rigore filologico e l’apprendimento di strutture grammaticali complesse, come l’aoristo o il duale, vengano percepiti da una parte dell’utenza come anacronistici e superflui rispetto alle dinamiche del mercato del lavoro globale.
Distribuzione degli indirizzi e ripresa dell’istruzione tecnica
Il panorama della scuola secondaria lombarda vede lo scientifico confermarsi come primo indirizzo liceale con il 21,7% delle iscrizioni. Seguono il Linguistico (6,4%) e l’Artistico (4,2%). Tuttavia, il dato più significativo riguarda la polarizzazione verso l’istruzione professionalizzante: Istituti tecnici: 35,8% Istituti professionali: 14,7% Tale spostamento indica una crescente ricerca di competenze tecnico-operative e artigianali, meno soggette all’automazione digitale e caratterizzate da un’elevata domanda nel settore dei servizi e della manutenzione specialistica.
Ritorno al Ginnasio: la strategia di FdI per rilanciare il Liceo Classico
Come riportato su Italia Oggi, Fratelli d’Italia, ha presentato il 24 febbraio alla Commissione Cultura della Camera una proposta di legge che mira proprio a contrastare il calo strutturale delle iscrizioni al liceo classico. Il provvedimento, a prima firma dell’onorevole Alessandro Amorese, punta a rafforzare l’identità dell’indirizzo attraverso il ripristino delle denominazioni storiche di “4° e 5° ginnasio” per il primo biennio. Questa modifica formale intende recuperare la tradizione educativa italiana e la riconoscibilità del percorso, indebolita, secondo FdI, dalla riforma Gelmini. L’intervento, che non incide sui piani di studio né comporta oneri per la finanza pubblica, ha l’obiettivo dichiarato di rendere il percorso nuovamente attrattivo anche per le famiglie in un contesto nazionale in cui il classico è scelto da appena il 5,2% degli studenti.
Il valore dell’eredità umanistica milanese
La potenziale crisi del Liceo Classico investe direttamente istituzioni storiche milanesi, storici centri di formazione per figure di rilievo della cultura italiana (per esempio Gadda al Parini, Riccardo Bauer al Manzoni). Tuttavia, nonostante il prestigio accademico, il modello sembra faticare a dialogare con le nuove generazioni. È interessante notare come anche figure della cultura popolare contemporanea e del panorama musicale attuale – Guè Pequeno è il caso emblematico – si siano formate in questi istituti, suggerendo che le competenze trasversali fornite dagli studi classici possano ancora trovare applicazioni trasversali in ambiti moderni e creativi. Al di là della ricchezza della cultura antica e del fascino della traduzione, resta il dubbio che un eventuale declino del liceo classico possa privare le nuove generazioni di una fondamentale palestra di logica necessaria per decodificare la complessità del presente. Senza il rigore analitico richiesto dalle lingue antiche, si corre il pericolo di formare cittadini tecnicamente preparati ma privi di pensiero critico e sensibilità etica, strumenti invece essenziali per governare le sfide attuali, come per esempio l’inerzia mentale causata dall’intelligenza artificiale. Inoltre, l’impoverimento del linguaggio limita la capacità di astrazione, col rischio di tornare indietro a tal punto da circoscrivere la cultura alta in un privilegio.
Mazzini (Liceo Manzoni): “Solo una formazione umanistica sviluppa appieno le soft skills”
Per un’analisi dall’interno di una delle istituzioni storiche milanesi, abbiamo interpellato il professor Alessandro Mazzini, per anni vicepreside e docente di Latino e Greco del Liceo Manzoni. Dall’osservatorio privilegiato di chi ha vissuto decenni di mutamenti generazionali, Mazzini riflette su come la “paura dello sforzo” e la dittatura della superficie digitale stiano mettendo in crisi non solo un indirizzo di studi, ma la capacità stessa dei giovani di governare la complessità del futuro.
A cosa pensa sia dovuto questo calo di iscrizioni importante all’indirizzo classico?
Le motivazioni del calo sono molteplici per una scuola che, pur restando minoritaria, è sempre stata soggetta a fluttuazioni. Oggi il classico ‘fa paura’: i ragazzi faticano ad affrontare uno studio metodico a causa di un approccio alla conoscenza cambiato dai social, che hanno abbassato la soglia dell’attenzione privilegiando nozioni superficiali. Il classico richiede invece pazienza e non teme il fallimento. Incide poi l’attitudine delle famiglie a tutelare i figli dalle difficoltà, viste come frustrazioni anziché occasioni di crescita. Siamo immersi in un dogma che vede l’utilità solo nelle materie STEM, considerate l’unico fattore spendibile nel lavoro. Quest’idea, spesso alimentata anche dai docenti delle medie, ha fatto smarrire il senso della scuola superiore come luogo di formazione globale della persona. La licealità oggi arranca: si moltiplicano indirizzi percepiti come più facili, dove si rifugia chi è spaventato dal rigore del percorso tradizionale.
Quali possono essere invece le conseguenze rispetto a questo calo?
Vedo conseguenze gravi: si ignora che la vera arma per il futuro sono le soft skills, ovvero quella versatilità che solo una formazione umanistica sviluppa appieno. Non è questione di nozioni, ma di padroneggiare i processi complessi di analisi e sintesi a cui costringe lo studio del latino e del greco. In un mondo che cambia rapidamente, conterà sempre meno ciò che si sa fare nell’immediato e sempre più la capacità di imparare a fare cose nuove. Questa attitudine all’apprendimento si forma al liceo; l’università non può farlo perché deve già specializzare. Un ostacolo è rappresentato dai test di ammissione alle facoltà scientifiche, spesso strutturati male perché selezionano in base alle conoscenze pregresse anziché valutare la capacità di affrontare la complessità. Non investire in questa formazione significa privarsi di persone in grado di governare un mondo in continua e veloce trasformazione.
Le sono capitati alunni che traducessero con l’intelligenza artificiale negli ultimi anni?
Certamente capitano alunni che utilizzano l’intelligenza artificiale. Qui entra in gioco il rapporto che si instaura con la classe e la credibilità che un insegnante ha nel trasmettere l’idea che si stia facendo qualcosa di serio. Se chi insegna comunica che si tratta di un’attività puramente burocratico-formale, i ragazzi si sentono legittimati a pensare che sia tutta una recita e a tradurre con l’IA. L’intelligenza artificiale deve essere una risorsa, ma lo è solo se ha davanti un’intelligenza naturale capace di interpellarla e sfruttarla. Questa intelligenza naturale va coltivata: in fin dei conti vale sempre il principio educativo di Isocrate, per cui se si sa parlare bene si sa pensare bene. Per me questo resta un dato indubitabile.
Corsini (Università di Catania): “No a ritorni al passato, l’antico ha avuto successo perché è stato moderno”
Sulla questione complessa è stato intervistato anche Cristiano Corsini, Docente presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Catania e uno dei massimi esperti italiani di valutazione educativa e sistemi scolastici, noto per le sue posizioni critiche verso la misurazione quantitativa Secondo il professore, il declino del liceo classico non è solo un fenomeno numerico, ma il sintomo di una scuola che fatica ad affrontare le sfide della modernità e che rischia di trasformare la cultura umanistica in un privilegio per pochi, allontanandosi dalla sua funzione originaria di emancipazione sociale.
Rispetto a questo calo importante delle iscrizioni ai Licei classici in Lombardia, cosa ne pensa? Quali potrebbero essere le cause?
Il calo è registrabile in tutto il paese e le motivazioni sono molteplici. Colpisce la crisi quantitativa del classico perché, essendoci meno adolescenti rispetto a 30 anni fa, la flessione preoccupa ancora di più. Inoltre, l’indirizzo vive un paradosso: si fonda su un ideale di cultura universale rivolto a tutta la cittadinanza, ma nella pratica continua a essere frequentato soprattutto da studenti provenienti da contesti socio-culturali medio-alti. Il classico nasce come scuola della classe dirigente e ha conservato una struttura didattico-organizzativa che richiede un capitale culturale elevato, risultando accessibile solo ad alcune famiglie. C’è poi un problema di orientamento che riproduce segregazioni: studenti competenti con famiglie istruite vengono indirizzati al classico, mentre altri, altrettanto validi ma senza lo stesso background, spesso no. Per chi sta ancora acquisendo l’italiano, inoltre, il carico linguistico di latino e greco è quasi proibitivo. Di fatto, molte famiglie percepiscono il classico come una scuola ‘non per loro’; una visione elitaria difficile da scardinare perché radicata nella società. In tempi di crisi economica, puntare su questo percorso non è ritenuto confortevole: è una crisi strutturale che dura ormai da quindici anni.
Quindi tra le principali cause crede che ci sia anche il ruolo delle famiglie e dei genitori nel passaggio delicato dalle medie alle superiori?La scelta di un adolescente è chiaramente condizionata dalla famiglia, e le visioni che si sono diffuse all’interno della incidono tantissimo, ma questo è normale, non bisogna scandalizzarsi. Tuttavia, rimane estremamente diffusa questa idea di liceo classico come scuola davvero per pochi e che forma le elite, che dovrebbe formare la classe dirigente. Di conseguenza, di fronte al fatto che in realtà non è neanche più vero che formi la classe dirigente, allora si fa un altro investimento. C’è anche questo: le nostre classi dirigenti sono cambiate. Prima era quasi scontato che una presidenza del consiglio uscisse da a studi classici; adesso, di fatto, può capitare oppure no.
Secondo lei c’è un modo in cui il liceo classico potrà tornare a suscitare interesse senza snaturarsi? Il ritorno al ginnasio può essere una idea? O forse semplicemente sono gli altri indirizzi che si stanno facendo sempre più interessanti, anche tenendo in considerazione quest’epoca in cui si stanno sviluppando molto la digitalizzazione, la tecnologia e soprattutto l’intelligenza artificiale?
La cosa migliore da fare sarebbe accettare le sfide della modernità. Piuttosto che rifugiarsi in locuzioni confortanti solo per chi ha una certa età, bisognerebbe guardare in faccia la realtà e affrontare i problemi. C’è una tendenza diffusa a usare i vecchi nomi per affrontare problemi nuovi — per esempio, quest’anno si è tornati all’esame di maturità che prima era chiamato esame di stato così come sono tornati i voti classici, ottimo, buono, alle scuole primarie — ma ho l’impressione che non funzioni. Questo ‘ritorno al passato’ mi preoccupa: stiamo evitando le sfide di un mondo differente. L’intelligenza artificiale, ad esempio, viene ignorata o considerata solo un intralcio e un rischio, quando invece è anche un’opportunità. La fortuna dell’antico è stata proprio nel saper affrontare in modo creativo i problemi del proprio tempo: l’antico ha avuto successo perché è stato moderno, mentre noi oggi non sembriamo farcela.

