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Spirit de Milan, l’appello alla Soprintendenza di attori, architetti e artisti per salvare il locale

Attori, architetti, docenti e artisti chiedono alla Soprintendenza di tutelare il complesso industriale della Bovisa. Tra i firmatari Cochi Ponzoni, Paolo Rossi, Ale e Franz, Claudio Bisio ed Enzo Iacchetti

Spirit de Milan, l’appello alla Soprintendenza di attori, architetti e artisti per salvare il locale

Non soltanto un locale da salvare, ma un intero pezzo della memoria industriale e culturale della Bovisa. Ha già superato le cento adesioni l’appello rivolto alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Milano con l’obiettivo di tutelare lo Spirit de Milan e l’ex stabilimento delle Cristallerie Livellara di via Bovisasca, che dal 2015 ospita concerti, spettacoli ed eventi.

Il documento, presentato dall’architetto e storico dell’architettura Pierfrancesco Sacerdoti insieme al docente del Politecnico di Milano Luciano Crespi, è stato sottoscritto da attori, musicisti, architetti, ingegneri e professori universitari. L’iniziativa arriva dopo l’avviso di sfratto che rischia di determinare la chiusura dello Spirit de Milan e di mettere in discussione il futuro dei circa 60 lavoratori impiegati nella struttura.

La richiesta di una “doppia tutela” per il locale ed il sito

Al centro dell’appello c’è la richiesta di una “doppia tutela”, che riguardi sia il locale sia il complesso di archeologia industriale nel quale svolge la propria attività. Una protezione, dunque, non soltanto dell’architettura dello stabilimento, ma anche della destinazione d’uso che negli ultimi undici anni ha trasformato gli spazi in un punto di riferimento per la Bovisa e per l’intera città.

I promotori intendono “richiamare l’attenzione sul valore storico, architettonico e culturale dello stabilimento, raro esempio a Milano di complesso industriale del Novecento conservato nel suo assetto originario, e sul ruolo che lo Spirit de Milan ha svolto negli ultimi undici anni come luogo di incontro, socialità e produzione culturale”. L’appello ricostruisce inoltre la storia degli edifici che compongono l’ex stabilimento, sottolineandone il valore nell’ambito di una concezione urbanistica fondata sul riuso del patrimonio esistente e sulla riduzione del consumo di suolo.

I timori per la possibile vendita a Coima

A preoccupare i firmatari è anche la prospettata vendita dello stabilimento alla società Coima. Secondo il documento, un passaggio di proprietà potrebbe lasciare aperta la strada a diversi interventi sull’area, dalla bonifica alla demolizione degli edifici, fino alla costruzione di nuovi fabbricati destinati anche a residenze universitarie, come già accaduto in altre zone della Bovisa.

Per i promotori, lo Spirit de Milan rappresenta invece uno degli esempi più significativi di come un complesso industriale dismesso possa essere recuperato senza cancellarne l’identità. Nell’appello si osserva infatti che sono “ormai molti, in tutto il mondo, a riconoscere la necessità non di costruire nuove architetture ma di utilizzare al meglio quelle esistenti, per impedire nuovo consumo di suolo e valorizzare un patrimonio immenso di spazi dismessi con un alto contenuto di memoria. Lo Spirit de Milan è uno dei più eloquenti e originali esempi di questa nuova cultura del progetto”.

Chi ha sottoscritto l’appello

Tra coloro che hanno aderito alla mobilitazione figura anche l’architetto Paolo Deganello, che ha scritto: “Condivido con entusiasmo questa battaglia. Sarebbe ora che la cultura architettonica contemporanea si impegnasse a progettare il riuso del già costruito invece di demolire e costruire il nuovo, soprattutto quando si demolisce una storia di qualità”. Numerosi anche i nomi provenienti dal mondo dello spettacolo. Hanno sottoscritto l’appello Aurelio “Cochi” Ponzoni, Paolo Rossi, Ale e Franz, Enzo Iacchetti, Maurizio Nichetti, Alessio Boni, Enrico Beruschi, Enrico Bertolino, Claudio Bisio e Nicola “Faso” Fasani di Elio e le Storie Tese. La battaglia per lo Spirit de Milan si sposta così sul terreno della tutela architettonica e urbanistica: non più soltanto la difesa di una programmazione culturale, ma la richiesta di impedire che uno degli ultimi complessi industriali storici della Bovisa perda insieme i propri edifici, la propria funzione e la comunità che negli anni gli ha restituito vita.