di Lorenzo Zacchetti
Dopo l’approvazione alla Camera, avvenuta lo scorso aprile, il Senato ha ratificato il sì alla legge sulla cosiddetta “cittadinanza sportiva”. Si tratta di un provvedimento di estrema importanza, perché permette ai minori stranieri residenti in Italia di essere tesserati dalle federazioni o dagli enti di promozione, al fine di praticare il loro sport preferito.
Fino ad oggi, ogni singola federazione ha potuto limitare il tesseramento dei minori non appartenenti all’Unione Europea, applicando ai dilettanti gli stessi vincoli previsti per lo sport professionistico. Si è quindi perpetuato un corto circuito piuttosto evidente: un numero massimo di extracomunitari può avere senso in una squadra di Serie A, ma non in una piccola società di quartiere, dove è giusto far giocare liberamente i bambini della zona, anche se non hanno la nazionalità italiana. Rimane la possibilità di limitare il numero di giocatori che vanno in campo, per non danneggiare le squadre nazionali, ma essere tesserati rappresenta comunque l’ingresso in un ambito sociale che può essere di vitale importanza per moltissimi minori.
Per avere un’idea della vastità del fenomeno, bisogna conoscere alcuni dati.
Nel 2013, a Milano si sono registrate circa 258mila presenze di immigrati, ovvero il 20% del totale della popolazione. La crescita rispetto all’anno precedente è stata di 9.500 unità, una buona fetta delle 42mila che invece rappresentano l’incremento complessivo in Lombardia, regione che anche tra gli studenti ha le presenze straniere più rilevanti d’Italia: 191.526. A Milano, sono di altra nazionalità il 20% degli alunni delle primarie e il 21% di quelli delle secondarie.
Sebbene la popolazione del capoluogo stia diminuendo, come trend generale, i minori sono invece in continua crescita. Dai 166.381 del 1999, si è passati ai 208.079 del 2014, proprio per l’aumento esponenziale della presenza di giovani immigrati, che oggi rappresentano il 27% di questa fascia d’età.
Mentre le famiglie italiane fanno sempre meno figli, oltre un ragazzo su quattro è figlio di immigrati. Quelli arrivati in Italia da soli nel 2014 sono stati 673, ovvero quasi il 50% rispetto ad un anno prima. In totale, vivono nel nostro paese un milione di stranieri, dei quali paradossalmente oltre la metà è nata in Italia!
Lavorare per produrre effetti concreti sull’integrazione è quindi fondamentale e lo sport rappresenta una risorsa ancora largamente inutilizzata. Come si evince dai numeri, la nuova legge potenzialmente riguarda una vera e propria moltitudine di ragazzi, finalmente liberi di trovare il loro posto nella società anche grazie allo sport, uno strumento unico per la sua capacità di livellare le differenze culturali ed abbattere i muri del pregiudizio.
Non a caso, a battersi per questa svolta storica sono state in primo luogo due parlamentari che nello sport rappresentano autentici punti di riferimento: Josefa Idem del PD, relatrice, e Valentina Vezzali di Scelta Civica.
Le nuove regole prevedono che i minori stranieri “regolarmente residenti nel territorio italiano almeno dal compimento del decimo anno di età possano essere tesserati con le stesse procedure previste per il tesseramento dei cittadini italiani”. Il tesseramento rimane valido anche “dopo il compimento del diciottesimo anno di età, fino al completamento delle procedure per l’acquisizione della cittadinanza italiana”, da parte di chi ha presentato domanda.
Pertanto, i minori soggetti a questa normativa non diventano “eleggibili per le nazionali azzurre”, ma semplicemente vengono facilitati nel passaggio dall’attività di base a quella agonistica, che in Italia avviene a 14 anni. I quattro anni che intercorrono tra l’inizio della residenza stabile in Italia ed il tesseramento rappresentano una soglia di sicurezza più che sufficiente per scongiurare il pericolo da sempre connesso a questa tematica: la “tratta” degli aspiranti campioni, con drammatici casi di bambini prelevati da paesi poveri grazie al miraggio di poter emulare le gesta di Higuain o Pogba e poi lasciati al loro destino, se non addirittura sfruttati da parte di procuratori senza scrupoli.
L’esempio calcistico è, per ovvi motivi, quello più pregnante. Non a caso, la Figc ha sin qui previsto nelle NOIF (“Norme Organizzative Interne della Figc”) delle procedure – piuttosto complesse – per il tesseramento dei minori extracomunitari, in base all’età ed alla vicinanza del nucleo familiare.
Questa nuova legge supera il problema in maniera efficace e segnando un deciso passo avanti sul fronte dell’inclusione sociale. L’espressione “cittadinanza sportiva” è infatti una semplificazione giornalistica, che può essere decisamente fuorviante: questi ragazzi non diventano italiani e quindi non si tratta di “un cavallo di Troia per arrivare allo ius soli”, come ha sostenuto la Lega Nord, motivando il suo voto contrario.
Per capire il fulcro del testo basta leggerne il titolo: “Disposizioni per favorire l’integrazione sociale dei minori stranieri residenti in Italia mediante l’ammissione nelle società sportive appartenenti alle federazioni nazionali, alle discipline associate o agli enti di promozione sportiva”.
Finalmente, lo sport viene utilizzato per un tangibile cambiamento sociale e per l’estensione dei diritti democratici di quei bambini che fino ad oggi sono andati a scuola con i nostri figli ogni mattina, ma che il pomeriggio non potevano essere tesserati per la stessa società sportiva.
