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Milano
La sentenza Tamoil: "I dirigenti sapevano di inquinare il Po"

I soci dei circoli ricreativi di Cremona costretti a chiudere nel 2007 a causa dell'inquinamento provocato dalla Tamoil hanno subito un danno anche non patrimoniale per la "lesione immediata del loro diritto allo svago"; e per "il timore di essere stati contaminati"; e di "poter contrarre per conseguenza delle malattie". Lo scrive il gup di Cremona Guido Salvini nelle motivazioni alla sentenza con cui ha condannato il 18 luglio scorso due manager della Tamoil, Enrico Gilberti e Giuliano Guerrino Billi, rispettivamente a 6 anni e 3 anni per disastro ambientale doloso. Altri due, Mohamed Salen Abulaiha, e Pierluigi Colombo, sono stati condannati a 1 anno e 8 mesi per disastro ambientale colposo.

Nelle 409 pagine di motivazione al verdetto, il gup spiega che dirigenti e soci delle societa' ricreative "collocate vicinissime" al sito della Tamoil "hanno subito un danno diretto dovuto alla chiusura delle piscine nel 2007 in pieno periodo estivo con la sospensione anche delle attivita' correlate e il venir meno dei circoli come collettori degli incontri e delle attivita' dei soci". "Gli improvvisi accertamenti sulle condizioni delle acque - sottolinea il gup - e la loro probabile contaminazione in grado elevato hanno certamente stravolto per alcune settimane la vita sociale dei circoli e l'assenso alla riapertura a seguito dell'ordinanza sindacale non ha fatto cessare interamente i disagi". I circoli che si sono costituiti parti civili, tra cui il Dopolavoro ferroviario, hanno dovuto sostenere "costi significativi" per la sostituzione delle acque e la loro analisi e "l'allarme ha ridotto certamente in maniera sensibile (...) l'affluenza dei soci con la contrazione del numero delle iscrizioni quantomeno sino al 2009". I soci, prosegue il gup, "hanno subito una lesione immediata al diritto allo svago in un periodo importante che si colloca proprio prima della partenza per le ferie estive e una lesione dell'estrinsecazione dei rapporti sociali tenuto conto che per la citta' di Cremona, che si trova in pianura, la frequentazione dei circoli sul Po e' storicamente uno dei piu' importanti momenti di aggregazione e tempo libero".

Un danno che secondo il gup non si e' tuttavia esaurito con la riapertura dei circoli per "l'ansia e la preoccupazione" derivanti dal timore di essersi ammalati usando le strutture delle societa'. La "paura di ammalarsi", scrive Salvini, e' meritevole di tutela risarcitoria "a prescindere dall'effettiva esistenza di un danno biologico". Per queste ragioni, il gup stabilisce delle provvisionali e un risarcimento da quantificarsi in separato giudizio civile a favore del Dopolavoro Ferroviario e dei soci della canottieri Bissolati e Flora.

La societa' libica Tamoil "per anni" ha inquinato le acque del Po e ha "ingannevolmente sottaciuto le cause" all'Arpa e agli Enti. Lo scrive il gup di Cremona Guido Salvini nelle oltre 400 pagine di motivazioni con cui 'spiega' la sentenza di condanna per 4 dirigenti della societa'. Al termine del processo col rito abbreviato, il giudice aveva anche trasmesso gli atti alla Procura per indagare su Tamoil. "Per anni - afferma il gup - la rete fognaria colabrodo e a tratti franata di Tamoil, alcuni pozzi e serbatoi hanno gravemente inquinato la falda acquifera, riversando attraverso tubature corrose nelle aree sottostanti la raffineria e le canottieri che si affacciano sul Po, metri cubi di idrocarburi pericolosi per la salute.
Non solo. Secondo Salvini, Tamoil ha celato le cause dell'inquinamento agli Enti preposti al controllo delle acque, in particolare all'Arpa, e ha continuato a farlo anche durante le indagini a carico dei suoi dirigenti. Una "scelta motivata dall'indifferenza per il bene protetto e dal calcolo aziendale, dall'utilita' economica conseguente, derivata dallo spalmare sul oltre 13 anni lavori che avrebbero dovuto essere svolti con urgenza".

Per anni, "i dirigenti hanno tenuto un atteggiamento dilatorio, costantemente contrassegnato da inerzia a provvedere agli adempimenti di propria spettanza, sorda resistenza a rispondere" dando "indicazioni che mettevano fuoristrada". "Omissioni e rallentamenti che, alla fine, costituivano nel loro insieme un guadagno per la societa' quanto meno in termini di dilazioni dei corsi da sostenere". Un atteggiamento, sottolinea il giudice, "che e' in parte mutato solo con l'apertura dell'indagine e la risonanza mediatica su quanto poteva essere avvenuto nelle zone dei circoli a bordo della citta'".

Durante le indagini, era emerso che la multinazionale non aveva permesso a Comune, Regione e Arpa di avviare una bonifica, informandoli in modo incompleto sulla fuoriuscita di idrocarburi dalla raffineria alle porte di Cremona, vicino al Po. Il giudice sottolinea che il comportamento dei dirigenti della Tamoil sarebbe stato "facilitato" anche dall'"impreparazione e dalla passivita' degli Enti, in particolare dell'Arpa, che avevano il compito istituzionale specifico di controllare e stimolare gli studi sul campo". "Tamoil - si legge nelle motivazioni - ha depositato nel 2011 dei documenti fumosi, privi di effettivi dettagli e irrispettosi delle prescrizioni legislative, rendendo impossibile ogni intervento degli assolutamente inadeguati soggetti che dovevano controllarne l'operato".  La societa' aveva riferito agli Enti che si trattava di "inquinamento storico", quindi non imputabile a Tamoil, risalente ai primi anni '50 e comunque precedente al 1983 quando aveva cominciato a gestire l'azienda cremonese. Da una perizia disposta dal gup nel corso del giudizio abbreviato e' invece emerso che l'inquinamento non poteva essere cosi' antico per la forte presenza di Mtbe, l'additivo usato per la benzina verde.

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