Tentò rapire neonata, condanna a 3 anni
La donna ecuadoriana aveva cercato di rapire una bambina appena nata nel luglio scorso alla clinica Mangiagalli
E’ stata condannata a 3 anni di carcere la 33enne ecuadoriana imputata a Milano per aver tentato di rapire una neonata nel luglio scorso alla clinica Mangiagalli.
Lo ha deciso la quinta sezione penale del Tribunale che ha accolto al ribasso la richiesta del pm che era di 4 anni e 6 mesi. Le motivazioni saranno depositate entro 15 giorni.
I giudici della quinta sezione penale, presieduti da Ambrogio Moccia, hanno riconosciuto le circostanze attenuanti equivalenti alle aggravanti all’imputata, che era stata arrestata nel luglio del 2017. Nell’infliggerle una condanna inferiore rispetto a quella chiesta dall’accusa, il Tribunale ha tenuto probabilmente conto, come chiesto dalla difesa, anche del risarcimento che la donna ha versato ai genitori della neonata. Le motivazioni saranno depositate tra 15 giorni. “Si tratta di un dramma umano che ha coinvolto due famiglie – ha detto durante l’arringa l’avvocato Nicola D’Amore – in quel momento la mia assistita non era in grado di comprendere la portata delle sue azioni a causa di una crisi dissociativa. Sarebbe stata utile un’indagine psichiatrica durante la fase delle investigazioni”. Per questo, il difensore aveva chiesto l’assoluzione ‘perche’ il fatto e’ commesso da persona non imputabile’ priva della capacita’ di intendere e di volere o, in subordine, una pena da contenersi nei limiti edittali. La donna, accusata di sequestro di persona aggravato e sottrazione di minori, ha comunque risarcito i genitori della piccina che ha tentato di rapire nel luglio dell’anno scorso. “Ha voluto chiedere fermamente scusa ai familiari della neonata e ha cercato il loro perdono”, ha sottolineato il legale. Secondo la ricostruzione del pm la casalinga di Mediglia, paese nel Milanese, era stata vista nei giorni precedenti il rapimento nei pressi del ‘nido’ della clinica Mangiagalli. Quando ha portato via la piccola e’ stata inseguita da un’infermiera che le gridava di fermarsi. Una volta bloccata “non ha potuto fare altro che riconsegnare la bambina” e a riprova della sua “determinazione” c’e’ anche la borsa che aveva con se’ dentro la quale aveva messo cappellini rosa, guantini, calzini, scarpette, un biberon e un braccialetto di quelli che si mettono al polso dei bimbi appena nati per identificarli e per evitare che siano scambiato o sottratti dalle loro culle. Secondo il rappresentate dell’accusa, “alla base del fatto c’e’ di certo il dramma umano della donna che aveva preso il bambino e che aveva paura di essere lasciata dal marito, ma questo non puo’ influenzare il discorso giuridico”.
