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Milano

La legge urbanistica regionale ha otto anni: un testo davvero “innovativo”, che forse di necessità ha richiesto oltre 150 modifiche o adeguamenti (uno ogni 3 settimane). I comuni avevano quattro anni per redigere il nuovo strumento urbanistico: ma ancora oggi non lo ha fatto un terzo dei comuni: 337 lo hanno solo adottato e 219 hanno solo iniziato il procedimento. Anche alla prima scadenza -2009- solo un decimo dei comuni aveva avviato il PGT e molti lo hanno finito solo nel 2012.

Di fronte alle inadempienze la Regione ha concesso nel tempo tre proroghe senza penali. Alla quarta del 2012 ha sancito che dopo il 31 dicembre i PRG vigenti nei comuni senza il nuovo PGT sarebbero stati congelati. Apriti cielo! Rivolta dei comuni inadempienti (!!) così il nuovo consiglio regionale si è affrettato a deliberare una nuova proroga, al 31 dicembre 2013 per l’adozione (che era il limite per il centrosinistra) e al 30 giugno 2014 per l’approvazione (che era il limite per il centrodestra): una larga, larghissima intesa. Solo nove contrari, e i PRG vecchi di almeno otto anni tutti resuscitati, con soddisfazione di proprietari di aree, immobiliaristi, imprese, e un po’ (forse) anche dei comuni.

Contemporaneamente i documenti di piano dei comuni virtuosi, quelli che il PGT lo avevano fatto in tempo, e che avendo validità di cinque anni sono in scadenza, sono stati prorogati al 31 dicembre 2014. Invece del dato di calendario si poteva pure aggiungere qualche contenuto pertinente: e far scadere i documenti di piano con le amministrazioni che li hanno approvati, per rifarli con le nuove, come è nel contenuto e nello spirito della legge perchè il Documento di piano dovrebbe essere il piano del Sindaco. Quindi non una data asettica ma una scelta organica.

Se la protesta dei comuni è vergognosa, il rimedio è sconfortante. La proroga copre quello che tutti sanno senza dichiaralo: perché così tanti comuni non hanno il PGT e molti lo hanno da neanche un anno? Perché è uno strumento più restrittivo del PRG a danno di proprietari di aree, di imprenditori, di operatori immobiliari e indirettamente dei comuni stessi e perché l’autonomia dei comuni sancita dal titolo V della Costituzione, si è rivelata fonte di molte difficoltà all’interno di ogni tipo di maggioranza.

Con alcuni colleghi diciamo da anni (amaramente) che i pilastri dell’urbanistica italiana sono proroga, deroga, rinvio, condono, sanatoria: la Regione ci ha dato ragione.

Si poteva migliorare ma è fatta: voltiamo pagina per guardare avanti. Ora bisognerebbe ricordare a tutti i nuovi consiglieri regionali (proprio tutti), che la situazione del territorio è drammatica, poiché oggi bisogna conciliare la crisi strutturale dell’edilizia con la tutela del territorio, la densificazione con la conservazione dei centri storici, gli standard necessari con la elefantiasi delle aree per servizi, la sostenibilità con le incontrollate previsioni di sviluppo (un incredibile 18% in più di abitanti in tutta la Regione!), gli oneri con i patti di stabilità, ecc. ecc. Argomenti che la legge anche con 150 varianti non affronta nemmeno indirettamente.

Altro che proroghe e rinvii. In questa situazione bisogna affrontare una ristrutturazione fondativa delle norme della legge 12. Credo che la prima urgenza siano regole poche, rigide e soprattutto “territoriali”, non genericamente “procedurali” o “da interpretare”. Norme che affermino alcuni criteri, e qualche invariante, acquisita culturalmente e condivisa: che si costruisce solo in aree accorpate ai centri abitati, che i terreni ad alto valore agronomico sono inedificabili (per sempre), che le valli morfologiche dei corsi di acqua vanno rigidamente tutelate, che i poli produttivi si fanno a una distanza massima dai caselli di autostrade e superstrade, che non si fanno più grandi strutture di vendita; e così via. Assegnando un ruolo più preciso e incidente alle Provincie (o chi per esse) per non lasciare ai comuni l’autonomia assoluta soprattutto per il Piano delle regole, che è il vero e proprio azzonamento conformativo, e con potere sostitutivo per chi non adempie.

La seconda urgenza è che le norme rendano obbligatoria la perequazione che è il minimo rimedio a una pianificazione che è “attributiva” di destinazioni e valori. La terza urgenza è che si accorpino i comuni piccoli, almeno per la pianificazione, ponendo una soglia di stile almeno a 10.000 abitanti (le pur pregevoli esperienze per i comuni più piccoli sono uno spreco di risorse pubbliche).

Bisogna che la Regione non dia una proroga a se stessa e affronti subito questo difficile argomento per non ammettere di proseguire nella disfatta territoriale, conseguente alla diaspora decisionale. Bisogna pur cominciare e nel percorso spero si troverà anche qualche norma per recuperare errori passati: perequazione, compensazione, incentivazione possono aiutare (anche a demolire o risanare). Se si pensa invece che bastano le proroghe, perché i buoi sono già scappati e che i pochi rimasti possono anche andarsene, forse conviene togliere qualsiasi regola e “liberi tutti”, ognuno per sé, torniamo alle autonomie comunali.

Di Paolo Favole, dal sito aricipelagoMilano.org

Tags:
urbanistica







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