Un ragazzo di 22 anni riuscì a infilarsi tra i musicisti e riprese Jimi da pochi metri. Cinquantasette anni dopo quelle immagini raccontano non solo un concerto, ma il sogno – e le contraddizioni – di Woodstock.
È la mattina del 18 agosto 1969. Jimi Hendrix chiude Woodstock quando gran parte della folla ha già lasciato Bethel. Sul palco c’è anche Albert Goodman, 22 anni, studente di recitazione, entrato quasi di straforo dietro un amico con una chitarra.
Scambiato per uno della troupe, piazza la telecamera dietro il percussionista Juma Sultan e filma Hendrix da circa quattro metri e mezzo. Purple Haze, Voodoo Child, Message to Love e soprattutto The Star-Spangled Banner: l’inno americano viene deformato, lacerato, trasformato nella radiografia sonora di un Paese segnato dal Vietnam.
Il ragazzo che filmò, a sua insaputa, la Storia
Goodman conservò quelle bobine per decenni. Le immagini, in parte già utilizzate nell’edizione DVD di Live at Woodstock – A Second Look, tornano ora in primo piano con il debutto in streaming del film nel 57° anniversario dell’esibizione.
La prospettiva è laterale, imperfetta, quasi clandestina. Ed è proprio questo a renderla preziosa: Hendrix non è più un’icona lontana, ma un uomo a pochi passi dall’obiettivo.
Woodstock, paradiso rock ma anche grande equivoco
Woodstock fu musica, pacifismo, controcultura e libertà. Per qualche giorno sembrò possibile immaginare mezzo milione di persone insieme sotto la pioggia senza che il mondo crollasse. Ma fu anche caos, fango, servizi insufficienti e un evento nato con finalità commerciali, diventato gratuito quando contenere quella marea umana fu praticamente impossibile.
Poi vennero il mito, il marchio, il merchandising, la nostalgia confezionata e rivenduta alle generazioni successive. Ma qualcosa è sopravvissuto alla mercificazione: quella Stratocaster di Hendrix che fa a pezzi l’inno americano e lo restituisce sotto forma di domanda: cosa c’è di più attuale?

