Sir Paul McCartney, Paul Simon, Roger Waters, Tom Waits ed Elvis Costello non cantano più come un tempo. Ma proprio le incrinature, le tonalità abbassate e gli acuti evitati restituiscono ai vecchi capolavori un significato nuovo e più profondo.
Il tempo entra nelle canzoni
Arriva un momento in cui la voce di un grande musicista smette di essere soltanto uno strumento e diventa la misura del tempo trascorso. Le note si abbassano, il fiato si accorcia, alcune frasi vengono quasi recitate. Eppure, proprio quando la perfezione si allontana, le canzoni sembrano avvicinarsi alla verità.
Paul McCartney – recentemente tornato alla discografia con un disco splendido come “The Boys Of Dungeon Lane” – oggi non interpreta Yesterday o Blackbird con la freschezza del giovane Beatle. In quelle melodie entra però la distanza percorsa dall’uomo che le canta: oltre sessant’anni di successi, perdite, amori e palcoscenici. Ogni esitazione aggiunge alle parole una sfumatura che nel testo originario non poteva ancora esistere.
Paul Simon ha trasformato la leggerezza della sua voce in un canto sottile e confidenziale. Non deve più conquistare nessuno: certi capolavori hanno già vinto la loro battaglia con il tempo. Adesso sembrano confessioni rivolte individualmente a chi ascolta.
Waters e la profezia di “The Wall”
Roger Waters percorre una strada ancora diversa. La voce è diventata ruvida, teatrale, spesso più vicina alla recitazione che al canto. Nei brani dei Pink Floyd, però, questa usura rende ancora più definitivi i temi della perdita, dell’alienazione e della disillusione.
Lo dimostra The Wall, album leggendario dei Pink Floyd che Waters ha progressivamente trasformato da dramma individuale ad allegoria politica. Il muro non è più soltanto quello costruito dal protagonista per proteggersi dal dolore, ma la barriera eretta dalle nazioni attraverso paura, propaganda e controllo. Un discorso di un’attualità disarmante. Cantate oggi da una voce consumata, quelle canzoni perdono potenza fisica ma acquistano il peso inquietante di una profezia.
Tom Waits ha fatto della corrosione vocale un vero e proprio linguaggio. Elvis Costello ha sostituito l’urgenza giovanile con una consapevolezza più ironica e sfrontata. Insomma, tutti dimostrano – ognuno col suo inimitabile stile – che una canzone non deve restare identica per sopravvivere.

