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Politica

Di Debora Gandini

Sempre sorridente, simpatico, gentile, calmo, un signore alla mano, robusto, paffuto, insomma ben lontano dai canoni cinematografici della spia spietata e fredda. Almeno in apparenza. Lui è Robert Seldon Lady, per gli amici "Bob", l'ex capo della CIA a Milano, la mente del sequestro dell'imam Abu Omar. Nato nel 1954 a Tegucigalpa in Honduras, ma americano d'azione, Mister Seldon Lady, si aggirava per i corridoio del Consolato Generale, come un impiegato qualunque; diceva di essere un diplomatico ormai prossimo alla pensione, con mansioni low-profile, insomma un addetto alla manutenzione degli uffici. Un po' strano per chi sul biglietto da visita aveva poi come titolo quello di Console, ovvero capo sezione. E un CV di tutto rispetto: poliglotta, (parla perfettamente inglese, spagnolo, italiano, arabo), con una perfetta conoscenza delle tecniche dello spionaggio informatico, Bob inizia la sua carriera dal basso. Diventato ufficiale di polizia nel 1970, nel Dipartimento di New Orleans, si trasferisce a New York, al "Nypd".

La strada e l'azione sono il suo pane. Dopo anni passati a dare la caccia a ladri e malventi, a seguire fascioli e indagini, si aprono le porte di Langley. Diventa un agente operativo della CIA. Uno 007 a 360°. Di qui le missioni in Centro America. Si muove alla perfezione tra narcos, gruppi di lations, guerriglia, informatori, regimi. Si occupa di stanare jihadisti e gruppi vicino ad Al Qaeda in Afghanistan, Kurdistan e Iran. Del resto viaggiare è sempre stato il suo hobby preferito, diceva spesso, divertito e sornione; era un modo per imparare le lingue e le diverse culture. Mandato in missione a Milano, trascorreva le sue giornate tra i piani blindati della sede diplomatica di Via Principe Amedeo, un saluto alla figlia impegnata in un internship presso la "Consular Section" del Consolato (l'ufficio Visti) e un caffè al bar della zona in via Turati con i colleghi. Tra questi anche la mora e seducente Sabrina De Sousa e Ralph Russomando, risultati poi insieme a Jeff Castelli, parte del gruppo dei 23 agenti che presero parte all'"extraordinary rendition" di Abu Omar. Conoscenze altolocate, Questura, Procura anti-terrorismo, per nulla amante delle feste mondane, ripeteva spesso che amava l'Italia in modo particolare, che l'aveva scelta come meta dove trascorrere il resto della sua vita. Sognava di trascorrere la sua vecchiaia, con la moglie, in Piemonte dove viveva all'epoca, ma forse era solo un modo per depistare la sua missione nel nostro paese. Aveva una casa vicino a Penago, ad Asti, amava il nostro vino, la cucina mediterranea, il cappuccino e non esitava a invitare a cena amici e colleghi stretti dove, forse, poi discuteva di piani e strategie anti-terrorismo. Dopo il rapimento di Abu Omar, avvenuto il 17 febbraio del 2003, Seldon Lady resta al Consolato di Milano. Pare avesse deciso di occuparsi, come consulente di sicurezza, dei giochi Olimpici di Torino 2006, non si sa se per conto del Dipartimento di Stato o con qualche agenzia privata. Ma la sua spy-story romantica non ha il finale che tutti si aspettano. Nel giugno del 2005 si scatena la bufera sul caso Abu Omar, l'operazione che doveva restare segreta viene data in pasto alla stampa. Nello stesso mese la polizia organizza un blitz per catturare Mister Bob, ma lui non c'era più. Sparito nel nulla. Insieme ad alcuni suoi colleghi USA. Per anni viene ricercato dall'Interpol. C'è chi ipotizzava, fosse rientrato negli States, con una nuova identità; come del resto alcuni degli 007 americani del suo gruppo. Invece era a Panama al confine con il Costa Rica. In attesa di comunicati ufficiali da Washington e dall'Interpol che lo avrebbe preso in consegna, la domanda sorge spontanea: sarà veramente Seldon Lady? E chi l'ha incastrato stavolta?

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