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Politica


Di Nicolò Boggian


Ho già espresso la mia posizione favorevole all'abolizione dell'articolo 18. Non si tratta certo dell'unica misura che servirebbe a rendere più flessibile il mercato del lavoro, ma è la più importante. Un mercato del lavoro libero è un mercato del lavoro che funziona meglio e che premia il merito. E' anche vero però che consentire maggiore libertà di licenziamento in un paese in cui mancano politiche di sostegno del reddito e politiche attive di reingresso nel mercato del lavoro è molto rischioso e può condurre ad una spirale negativa in termini di domanda interna ( almeno nel breve periodo).

E' però anche vero che se il mercato del lavoro rimane così rigido ( non solo a causa dell'art.18) le nostre aziende continueranno a perdere competitività e le misure di creazione di maggiori strumenti di politiche attive del lavoro, come la modernizzazione dei centri per l'impiego e l'investimento su forme di collaborazione pubblico/privato, rischiano di essere velleitarie.

Se, infatti, non ci sono nuovi posti di lavoro, non si vede come i disoccupati, seppur formati e con strumenti migliori possano trovare lavoro, al di là di numeri non piccoli, ma comunque residuali, di disoccupazione "frizionale".

L'alternativa è quindi tra procedere seccamente, lasciando libero il mercato del lavoro oppure trovare qualche forma di compromesso.

Il compromesso che sembra essere più diffuso è di applicare la nuova disciplina di diritto del lavoro (senza art.18 o depotenziato) solo ai nuovi assunti. Una soluzione che ripropone il vecchio male delle riforme del mercato del lavoro degli anni '90, che provocherebbe l'ulteriore approfondirsi dell'apartheid tra garantiti e senza diritti.

Più interessanti invece mi sembrano le sperimentazioni di staffetta generazionale. Per ogni lavoratore "anziano"  che passa al part time si assume un giovane. Si tratta sempre di un compromesso e di una misura rigida, ma che va nella giusta direzione di consentire maggiore turn over e di permettere ai giovani l'ingresso nel mercato del lavoro. Su questo bisognerebbe lavorare. Qual è, infatti, il problema vero della maggiore flessibilità in uscita connessa all'abolizione dell'art.18? Essenzialmente è il rischio che il licenziamento di un lavoratore comporti un posto in meno sul mercato del lavoro e un disoccupato in più complessivamente.

Molti meno problemi ci sarebbero se fossimo sicuri che per ogni lavoratore allontanato ce ne fosse uno che trova lavoro, soprattutto in una fase recessiva come quella attuale.

La proposta di compromesso sarebbe quindi di consentire, parallelamente alle altre misure di riforma, totale libertà alle aziende, anche non in crisi,  di licenziare il personale ( anche assunto a tempo indeterminato) meno produttivo o non adeguato in una misura che possa variare tra il 2 e il 5% del numero dei lavoratori inseriti in organico a seconda della dimensione d'impresa ( 5% per le piccole, 2% per le grandi). Questo potrà verificarsi  a condizione che questi lavoratori debbano essere tassativamente sostituiti con altri, anche se di professionalità e seniority differente.

In questo modo si consentirebbe alle aziende, soprattutto quelle medio/grandi, una maggiore flessibilità di riorganizzare la propria struttura senza penalizzare in eccesso il mercato del lavoro.

Una misura che renderebbe sensato aumentare gli investimenti sulle politiche attive del lavoro e accompagnerebbe l'evoluzione verso una forma più moderna che renderebbe più equo e meritocratico il mercato del lavoro.

In un secondo momento e in una fase più espansiva si potrebbe liberalizzare in modo più deciso.

 

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