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Il dado è tratto. La direzione del Pd ha approvato la linea di Pier Luigi Bersani per uscire dallo stallo: chiedere al Capo dello Stato l'incarico sulla base del risultato elettorale, seppure zoppo, e presentarsi in parlamento con una piattaforma in otto punti su cui cercare una maggioranza richiamando Beppe Grillo alle sue "responsabilita'". Resta l'incognita sulla decisione di Giorgio Napolitano, verso le cui prerogative il segretario ha mostrato il suo "rispetto". Nessuna subordinata, ma nemmeno alcun accenno alla possibilita' di voto anticipato. Bersani ha pero' posto chiaramente una pregiudiziale: mai al governo con la destra. La direzione-fiume, piu' di otto ore, ha lasciato ampio spazio agli interventi e alla fine la relazione e' stata approvata con una sola astensione. Ma c'e' chi non ha preso la parola con un silenzio piu' che eloquente. Per esempio Matteo Renzi, che ha ascoltato Bersani e pochi altri dirigenti poi ha lasciato la riunione. E Walter Veltroni, uscito dal Nazareno a ora di pranzo.

"Apriamo questa direzione nel pieno rispetto dei percorsi istituzionali e delle prerogative del Capo dello Stato", ha esordito Bersani. Ed e' stato l'unico accenno al Presidente della Repubblica, alla cui "saggezza" si e' affidato "con piena fiducia" nella replica pomeridiana. Detto questo "abbiamo il diritto-dovere di pronunciarci con semplicita' davanti all'opinione pubblica" e "siamo pronti a proporre un governo di cambiamento sulla base di un programma essenziale" su cui "ci rivolgeremo al nuovo parlamento con assunzione di responsabilita'". Richiesta e non resa all'M5S.

"Qui non si sta corteggiando Grillo, ma si tratta di capire cio' che si muove nel profondo, di bucare il muro dell'autereferenzialita' del sistema perche' comincia a essere in gioco il sistema". Dunque non si tratta di 'inciuci' o proposte indecenti. "E' inutile cercare accordi politici o diplomazie fuori dal parlamento. Noi parliamo al Paese, gli altri parlino altrettanto chiaramente", ha scandito, "chi ha avuto il consenso di 8 milioni di persone e ha scelto la via parlamentare deve dire cosa vuole fare di questi voti". E non pensi Grillo di spingere il Pd nelle braccia di Berlusconi per capitalizzare. "Cinque stelle aspetta il facile bersaglio di un accordo di palazzo contro cui sparare a palle incatenate? Spera che noi si stia fermi e muti? Se e' cosi' sbaglia i conti", ha chiarito. Perche' di certo "non pensiamo praticabili e credibili accordi di governo tra noi e la destra berlusconiana". Mentre resta l'apertura ai moderati di Mario Monti e la proposta di una corresponsabilita' nelle istituzioni con la presidenza delle Camere alle opposizioni. Oltre Bersani non va. "Da questa riunione non sono venute ipotesi B, ma solo l'ipotesi A", ha assicurato Bersani, "e' un sentiero molto stretto, o lo si supera e quindi si comincia con un governo che cambi le cose o il sentiero lo si sgomberera' dalla nebbia". Dopodiche' "c'e' il capo dello Stato".

E a Umberto Ranieri che aveva parlato di 'governo del presidente', ha replicato: "Per definizione non tocca a noi decidere e poi bisognera' intendersi su cosa vuol dire". Il cammino iniziato non e' condizionato solo alla decisione di Napolitano. "Su questa iniziativa avremo dei forsennati sbarramenti", ha avvertito, "avremo pressioni da chi concepisce la responsabilita' come resistenza al cambiamento". Non e' mancata nel lungo intervento di Bersani un'analisi sui risultati. "Il colpo c'e', c'e' delusione per il risultato elettorale", ha ammesso, "ma da questo senso di colpa cerchiamo di liberarci perche' se non la diamo noi chi la puo' dare 'sta governabilita'?". Sulla linea Bersani la direzione si e' schierata dunque compatta. Questo non significa che i piani B non avanzati, o appena accennati oggi, non siano in gestazione.

Ma di certo non comprendono Berlusconi, come ha chiarito Bersani e assicurato Massimo D'Alema non senza dolersene. "Mi rammarico che in un momento cosi' drammatico non sia possibile una risposta in termini di unita' nazionale", ha detto l'ex premier, "purtroppo non e' possibile e l'impedimento e' rappresentato da Silvio Berlusconi". Eppure "dobbiamo liberarci dal complesso e dalla malattia dell'inciucio". Di non aprire "dibattiti su subordinate" l'ha chiesto anche Dario Franceschini. Per ora. "La gestione collegiale fa si' che in caso la situazione muti ci riuniamo e capiamo che fare", ha subito ricordato, ma "dobbiamo andare avanti su questa strada, non dobbiamo fermarsi davanti al primo no e anche davanti al secondo e al terzo". E in futuro la strategia delle alleanze dovra' cambiare perche' c'e' l'esigenza di "allargarci e di non rinchiuderci". La direzione si e' interrogata anche sul rischio di inseguire troppo Grillo. "Non tiriamo fuori il mantra che per prendere voti grillini facciamo i grillini perche' veniamo percepiti come ne' carne ne' pesce", ha avvertito Beppe Fioroni. "Non possiamo lasciare la piazza solo agli altri" ne' "rincorrere Grillo" o rischiamo la "subalternita'", ha ammonito anche Andrea Orlando. Seppure mai accennata dal segretario, la possibilita' di voto anticipato e' stata evocata da chi ha cercato di esorcizzarla. E indirettamente ha alluso a un piano B. "Se il tentativo di Bersani non andasse in porto non dobbiamo indicare come prospettiva solo le elezioni anticipate", ha detto Paolo Gentiloni, e spettera' a Napolitano "la regia difficilissima" per uscire dallo stallo. "La crisi che attraversa il Paese non consente uno scenario di questo tipo", ha avvertito Fioroni. E poi, ha ricordato Bindi, "tra la nostra proposta e gli esiti che ci saranno c'e' il capo dello Stato e le sue decisioni, che non potranno trovarci come interlocutori".

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