Qualcuno tra i berlusconiani sghignazza e sussurra alla stampa che il movimento di Fitto rischia l’estinzione. Era l’obiettivo di Silvio Berlusconi quando mandò all’assalto del “regno fittiano”, il coordinatore regionale Luigi Vitali: bisognava “de-fittizzare la Puglia” e la missione sembra andare bene. L’emorragia in Direzione Italia, in effetti, non è stata ancora bloccata e troppi comuni sono ormai perduti. Anche la roccaforte storica è in mano alla sinistra e come se non bastasse a Lecce si combatte una guerra all’ultimo sangue tra i più votati: Paolo Perrone, ex sindaco, e Gaetano Messuti, ex vicesindaco. Il secondo è stato, sin dalla fine degli anni ’90, il braccio destro dell’ex ministro di Maglie nella città capoluogo, ma ora qualcosa si è rotto, tanto che esiste una concreta minaccia di scissione del gruppo comunale di Direzione Italia. La storia è semplice: Perrone ostacola l’ascesa di Messuti, facendo pressioni anche sui forzisti che stavano convergendo sul suo rivale, e propone il cognato Saverio Congedo a sindaco. Poi, per far tornare la pace, viene pescato dal cilindro il giornalista Rai Mauro Giliberti: tra i due litiganti il terzo avrebbe dovuto godere. Nel frattempo, a elezioni amministrative in corso, il consigliere regionale leccese sbatte le porte in faccia a Fitto e confluisce nel partito dei Giorgia Meloni. Una perdita grossa per i fittiani, quella di Congedo, che si aggiunge alla fuga di Rocco Palese tra le braccia di Brunetta: gente che ha i voti da sempre. A questi bisogna aggiungere l’addio di decine di altri militanti pugliesi, di minore peso politico. Il risultato è la débacle: la guerra interna produce la sconfitta leccese e le battaglie ancora continuano, perfino sulla nomina del capogruppo del partito di Fitto.
I più votati a Lecce, anche se il centrodestra ha perso, sono proprio i due grandi rivali fittiani, Perrone e Messuti (Direzione Italia è sempre il partito leccese più votato): il primo, da sindaco uscente, prende 180 voti in più e scatta la guerra per la leadership in attesa di trovare un posto libero per la corsa al Parlamento. L’ex vicesindaco si sente boicottato e la spaccatura diventa sempre più concreta. “Il reuccio si autoproclama capogruppo, prima ancora di fare una riunione per decidere” – tuona Messuti rivolto all’ex sindaco. A questo punto l’ex vicesindaco potrebbe confluire in un altro gruppo.
La situazione è da “arsenico e vecchi merletti”, dove dominano i rancori e i fedelissimi di Raffaele Fitto cominciano a calare le scialuppe di salvataggio, perché non vedono più un futuro politico. Paolo Perrone, ad esempio, non è chiaro se resterà: osserva e si riserva di decidere, ma è chiaro che le sue condizioni sono quelle di ottenere un posto in Parlamento. Se si dà uno sguardo alla situazione al di fuori di Lecce, si scopre che il dominio fittiano pugliese traballa sempre di più. Berlusconi si è ripreso una parte della Puglia, nonostante ancora i seguaci dell’ex ministro resistano in alcune realtà, come Taranto e Bat. A Francavilla Fontana i fittiani sono rappresentati da un segretario cittadino e un solo consigliere, ma dominano i forzisti, tanto che nel tavolo elettorale del centrodestra a stento vengono considerati. Tra le uniche realtà in cui Fitto resiste ci sono Ostuni, con un sindaco fittiano, e Carovigno, in coalizione con un sindaco berlusconiano. In provincia di Lecce tante città sono perdute per Fitto, resta in piedi il governo casaranese e qualche altra realtà come Maglie. Persa Lecce, però, insieme alla Regione resta ben poco: la moribonda Provincia di Lecce, ha ancora un fittiano doc al comando, Antonio Gabellone, che ha saputo realizzare una grande coalizione per le elezioni di secondo grado con Udc e Forza Italia.
Ma stanno per arrivare le elezioni politiche e non sarà facile garantire le postazioni a tutti i nuovi aspiranti parlamentari leccesi (tra questi c’è anche il presidente della provincia oltre all’ex sindaco), che si aggiungono agli uscenti Marti e Bruni. Fitto lavora sul fronte centrista, cercando di mettere in piedi una colazione capace di superare lo sbarramento, ma valuta anche un’alleanza con la Lega.
“Si parla di ricostruire un’area politica – spiega il senatore Volpi, politico tra i più vicini a Salvini – Io sono da 25 anni nella Lega, ma provengo dalla Dc. Oggi non ha più senso parlare di destra o sinistra, ma di un’area politica alternativa a Renzi, che superi il centro, che non ha ormai più senso. Famiglia, solidarietà vera e non pelosa per l’immigrazione, stare dalla parte degli operai dimenticati, ma anche delle forze produttive: questi sono i valori che devono unire la coalizione. Io ho solo detto che si può dialogare con Fitto, ma noi anche in Puglia faremo la lista da soli”.
Nonostante i militanti di Noi con Salvini in Puglia disprezzino Raffaele Fitto, i calcoli non lasciano spazio a dubbi: unire le percentuali dell’ex ministro, a quelle esigue di Noi con Salvini (nella regione pugliese le percentuali sono basse), permetterebbe di avere più uomini in Parlamento. Inoltre, il leader del Carroccio potrebbe essere appoggiato anche da Direzione Italia, nonostante le percentuali di questo partito sul piano nazionale siano ormai ininfluenti, nella contesa con Berlusconi per la leadership nel centrodestra. Per ora solo voci, ma è chiaro che non è facile far convergere due basi elettorali diverse, leghisti e fittiani. Soluzioni definitive non ce ne sono, perché c’è molta incertezza anche sulla nuova legge elettorale che sarò valutata in Commissione. Alla fine si potrebbe andare a votare persino con la vecchia legge corretta dalla Corte Costituzionale. Fitto ha provato a radicare il suo movimento Molise, Liguria, Friuli, Veneto e Sardegna, ma non si va oltre i 300-400 mila voti totali, se si somma quello che c’è in Puglia. Percentuali non da partito che conta a livello nazionale, ma che potrebbero fare la differenza nelle alleanze, sempre che l’emorragia venga bloccata, perché, se continueranno le fughe, Direzione Italia rischierà il collasso.
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Pubblicato sul tema: Pagliaro (Fi): “Fittiani: porte aperte? Chiedano scusa e si mettano in coda”
