Dopo mesi di veti, ripicche e distinguo, il centrosinistra prova finalmente a comportarsi come una coalizione. Schlein e Conte trovano un compromesso su Renzi e perfino sull’Ucraina. Resta da capire chi comanderà davvero.
A sinistra devono essersi accorti che Giorgia Meloni, mentre loro discutevano su chi dovesse stare accanto a chi nella foto di famiglia, continuava tranquillamente a governare. E così il cosiddetto campo largo prova a trasformarsi da esercizio di geometria politica in qualcosa che assomigli a una coalizione. Riscoprendo una delle più antiche leggi della politica, talmente semplice da sembrare rivoluzionaria: insieme si può anche vincere, divisi quasi certamente si perde. Non è una formula uscita da un sofisticato laboratorio elettorale, ma puro buonsenso. Il problema è che a sinistra, per anni, hanno preferito verificare scientificamente la seconda parte del teorema. Adesso provano con la prima: magari funziona.
Un principio di fondo davvero elementare: nel 2022 il centrosinistra perse anche perché arrivò diviso e l’idea sarebbe quella di evitare di consegnare alla destra un altro regalo dello stesso tipo. Concetto semplice, ma evidentemente bisognoso di qualche anno di elaborazione.
Renzi resta, Conte abbozza
Il problema più indigesto aveva un nome e un cognome: Matteo Renzi. Per il Movimento 5 Stelle resta il protagonista della crisi che nel 2021 aprì la strada alla fine del Conte II e all’arrivo di Mario Draghi. Un conto ancora aperto, almeno sentimentalmente.
Eppure Elly Schlein sembra intenzionata a tenere nella coalizione l’area riformista che fa riferimento anche all’ex premier. Il compromesso potrebbe funzionare a una condizione: Renzi meno protagonista in prima persona e maggiore spazio a figure come Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli.
Conte, insomma, non deve necessariamente innamorarsi di Renzi. Gli basta sopportarne la presenza. In politica, del resto, spesso l’amore è un lusso e l’aritmetica una necessità.
Ucraina, la formula che mette tutti d’accordo
Altro campo minato: politica estera e guerra in Ucraina. Le sensibilità dentro l’alleanza restano molto diverse, dal Movimento 5 Stelle alle componenti più atlantiste del Pd.
La soluzione sembra affidata a una formula sufficientemente elastica da permettere a tutti di riconoscersi: no al riarmo dei singoli Stati, sì a una difesa comune europea.
Non cancella le differenze, ma le mette temporaneamente sotto il tappeto. Che, nella lunga tradizione delle coalizioni italiane, è già una discreta forma di successo.
Primarie sì, ma il premier non lo elegge la coalizione
Poi resta la domanda più divertente: chi guiderà il centrosinistra?
Le primarie possono servire a scegliere un leader politico e a dare un volto alla coalizione, ma non trasformano automaticamente il vincitore nel futuro presidente del Consiglio. La Costituzione assegna infatti al capo dello Stato la nomina del premier, dopo le consultazioni e sulla base degli equilibri parlamentari.
Nel frattempo resta aperta anche la partita del centro. Renzi lavora alla costruzione di Casa Riformista, mentre Alessandro Onorato immagina uno spazio civico e liberale autonomo, capace di sostenere il centrosinistra senza necessariamente confluire nello stesso contenitore.
Insomma, il campo largo non è ancora diventato un condominio pacificato. Ma almeno, per una volta, gli inquilini sembrano avere capito che prima di litigare sulla disposizione dei mobili bisognerebbe riuscire a entrare nella stessa casa.


