Emergenza migranti a Ceuta, il retroscena
Di giorno i bagnanti sotto gli ombrelloni, all’alba i primi migranti trascinati a riva dai galleggianti. Poi l’ondata: decine di migliaia di persone concentrate lungo la costa marocchina, il confine dissolto in poche ore, uomini e ragazzi aggrappati alle rocce per non essere inghiottiti dal mare. Ceuta, enclave spagnola nel Nord Africa, si è trasformata in una città assediata, incapace persino di stabilire con precisione quanti fossero entrati e quanti avessero perso la vita.
Le ricostruzioni parlano di oltre 50 mila ingressi, forse più di 60 mila, in una città che conta circa 84 mila abitanti. I negozi hanno abbassato le saracinesche, sono mancati acqua, pane e beni essenziali, mentre il centro di accoglienza, progettato per 520 persone, ha dovuto ospitarne circa 900, trasformando anche le aule in dormitori. Davanti ai cancelli si sono ammassati feriti, disidratati e famiglie separate. Tra le testimonianze più drammatiche, quella di una donna incinta arrivata su un galleggiante con il figlio di tre anni, mentre il marito attendeva notizie all’esterno.
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In questo scenario ha suscitato sconcerto la scelta di Pedro Sánchez di pubblicare sui social la propria playlist estiva. Carlo Fidanza, presidente ad interim dell’ECR Party, ha sottolineato il contrasto tra l’inferno di Ceuta e la comunicazione vacanziera del premier. Non è in discussione il diritto al riposo, ma il senso delle istituzioni: mentre una parte del territorio nazionale conta i morti e chiede sicurezza, un capo di governo dovrebbe trasmettere presenza, sobrietà e consapevolezza. La leggerezza del messaggio appare ancora più stonata alla luce delle vacanze nella residenza istituzionale di La Mareta, a Lanzarote, interessata negli ultimi anni da lavori di manutenzione e adeguamento finanziati con risorse pubbliche.
Il punto centrale, però, resta politico. Il presidente di Ceuta, Juan Jesús Vivas, aveva chiesto a Madrid la dichiarazione di emergenza nazionale e l’invio di rinforzi. Il governo avrebbe inizialmente sottovalutato l’allarme, trattandolo come una delle consuete pressioni estive. L’esercito è arrivato soltanto quando la situazione era ormai fuori controllo e il confine aveva cessato di esistere nella pratica.
Da qui le domande che Madrid continua a eludere. Come hanno potuto decine di migliaia di persone raggiungere quasi contemporaneamente la frontiera? Perché i controlli marocchini, normalmente severi, hanno smesso di funzionare proprio nelle ore decisive? E perché Rabat è tornata a bloccare le partenze soltanto quando il messaggio era ormai arrivato alla Moncloa?
Non esistono prove definitive di un piano organizzato dalla monarchia marocchina. Le autorità spagnole richiamano il ruolo dei trafficanti, le false informazioni diffuse sui social e l’interpretazione di una sentenza che limita le espulsioni immediate di chi arriva via mare. Ma resta difficile ignorare il precedente del 2021, quando circa ottomila persone entrarono a Ceuta dopo l’improvviso allentamento dei controlli marocchini, nel pieno della crisi diplomatica provocata dall’accoglienza in Spagna di Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario.
Sánchez conosce dunque la capacità di pressione di Rabat. Eppure, almeno pubblicamente, non sembra voler condannare il Marocco. Ha parlato di violazione dell’integrità territoriale spagnola e ha accusato soprattutto le organizzazioni criminali, continuando però a definire “costante e fluida” la cooperazione con il governo marocchino. Una prudenza che rivela la fragilità di Madrid: la Spagna dipende da Rabat per il controllo delle rotte verso Ceuta, Melilla e le Canarie e teme che uno scontro aperto possa provocare nuove ondate.
Sullo sfondo si intravede persino la partita per i Mondiali del 2030, assegnati a Spagna, Portogallo e Marocco. Non vi sono elementi per collegare direttamente la crisi migratoria alla competizione calcistica, ma la sede della finale è diventata un terreno di confronto politico e simbolico. Madrid punta sul Santiago Bernabéu o sul nuovo Camp Nou; Rabat vuole invece portare l’atto conclusivo nel Grand Stade Hassan II di Casablanca, progettato per ospitare circa 115 mila spettatori.
Per il Marocco ottenere la finale significherebbe consacrarsi come potenza emergente e battere simbolicamente il vicino europeo. Per la Spagna perderla sarebbe una sconfitta d’immagine. Il paradosso è evidente: i due Paesi dovranno organizzare insieme un Mondiale presentato come ponte tra Europa e Africa, mentre la frontiera che li separa può trasformarsi in poche ore in uno strumento di pressione.
A pagare sono soprattutto i migranti, spinti verso una frontiera apparentemente aperta e poi ricondotti indietro quando la crisi aveva già prodotto i suoi effetti. Pedine di una partita che intreccia immigrazione, sovranità, rapporti con l’Algeria, interessi economici e prestigio sportivo. Intanto come annunciato anche dal ministro degli Affari Europei, Tommaso Foti, l’Europa sembra voler perseguire la linea della fermezza adottata dal governo Meloni. “Con buona pace dei soliti sinistri esponenti dell’opposizione, che hanno fatto della critica ideologica al Governo Meloni la propria cifra politica, l’Europa imbocca con sempre maggiore convinzione la strada indicata dall’Italia: difesa dei confini esterni, lotta all’immigrazione irregolare e responsabilità condivisa tra gli Stati membri”, ha detto Foti.
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L’iniziativa promossa dall’Italia, con il sostegno della Danimarca, che chiede la convocazione urgente di una videoconferenza straordinaria dei Ministri dell’Interno dell’Unione europea per definire una risposta comune ai recenti eventi di Ceuta e rafforzare la sicurezza delle frontiere esterne, è stata sottoscritta, infatti, da ventidue Capi di Stato e di Governo europei. Un protavoce della commissione poi ha lasciato intendere che la Ue sta valutando con grande serietà la proposta di Giorgia Meloni di creare hub di rimpatrio in paesi terzi. «I prossimi passi spettano agli Stati membri. La Commissione è pronta a valutare proposte compiute, basate sulla cooperazione strategica con i nostri partner lungo l’intero percorso e in linea con il quadro giuridico», ha spiegato il portavoce. La risposta di Bruxelles non rappresenta ancora un’autorizzazione a uno specifico centro, ma conferma che l’ipotesi sostenuta dall’Italia è ormai entrata pienamente nel confronto europeo.
Ceuta dimostra, infatti, che gli accordi con i Paesi di transito sono indispensabili, ma non possono diventare una delega in bianco. Servono controlli, condizionalità e conseguenze per chi utilizza i flussi come leva negoziale. Madrid, invece, non ha previsto l’ondata, ha reagito tardi e continua a evitare uno scontro aperto con Rabat. Una frontiera europea attraversata da decine di migliaia di persone in poche ore non è un incidente da archiviare: è un avvertimento sulla vulnerabilità della Spagna e, con essa, dell’intera Europa.

