Di Pietro Mancini
Diceva il filosofo cinese Lao Tze, 1000 anni prima della nascita di Cristo : “La giustizia è come il timone. Dove la si gira, va”.
Adesso, sta a Matteo Renzi guidarla nella direzione, indicata dalla Costituzione, perseverando nel fermo “niet” alle toghe a far politica con le sentenze, le richieste, non motivate, di arrestare i parlamentari, i rinvii a giudizio a orologeria.
Il premier non poteva tacere dopo le inopportune parole di Debora Serracchiani, vicesegretario del PD, che auspicava le “scuse” dei senatori democrat, che avevano bocciato, legittimamente, la richiesta del Gip di Trani di rinchiudere, nella sua abitazione di Molfetta, il senatore alfaniano Azzollini.
Parole impegnative, quelle di Renzi, sottoscritte da molti, anche fuori dal PD, come l’ex Presidente del Senato, Schifani che, applaudendo il giovane leader dei democrat, ha criticato i tutt’altro che coraggiosi silenzi dei numeri uno di Palazzo Madama, l’ex magistrato Grasso, e di Montecitorio, la vendoliana Boldrini.
Ma vi sono anche settori e personaggi della sinistra, dura e pura, che, come i giapponesi nella giungla, dopo la fine della seconda guerra mondiale, cercheranno di impedire l’attestarsi della sinistra riformista sulla linea del garantismo. Si va dall’ex giudice di Venezia, Casson, che Indro Montanelli chiamava “testa di Casson”, al prof. Rodotà-tà-tà, a Liana Milella e ad altri giornalisti de “Il Fatto Quotidiano” e di “Repubblica”, ancora convinti che tutti gli atti delle toghe non siano, mai, criticabili, coincidendo con il Vangelo.
Ovviamente, contrario a un PD, che rottami il giustizialismo, resta Gian Carlo Caselli che, seppure in pensione, non si è ritirato dalla lotta e rimpiange il “partitone rosso” dei Pecchioli e dei Violante, mai ostile, per usare un eufemismo, nei confronti dei compagni in toga. E, addirittura, “penna bianca” ha colto una “fretta eccessiva” nella volontà della maggioranza di limitare le intercettazioni telefoniche, impedendo quelle “a strascico”: un nodo non sciolto da 40 anni !
Adesso, dunque, Renzi deve esser coerente, negli atti di governo, con la sua giusta dichiarazione (“non siamo i passacarte delle Procure”), non imitando l’indeciso Veltroni, che seguiva, a giorni alterni, linee alte e poi velleitarie, mostrandosi visionario e coraggioso ma, subito dopo, tentennante e miope. Palazzo Chigi, dopo aver rotto un tabù e aver dato un chiaro segnale alla magistratura, non resti in mezzo al guado. Ma dimostri autonomia e fermezza anche quando si apriranno dossier delicati come la riforma della giustizia penale, il peso delle correnti nella magistratura, la separazione delle carriere.
Invocando il rispetto del ruolo delle Camere, il successore di Letta ha voltato le spalle a una forza che, per anni, ha subito, tacendo, le impostazioni delle Procure schierate, politicamente, contro i parlamentari, di centrodestra come di centrosinistra. Con il risultato di affossare ogni tentativo di riforma della giustizia. Vedremo fino a che punto Renzi vorrà, realmente, cambiar verso al PD.
Il cammino sarà irto di ostacoli, ma il traguardo deve essere l’archiviazione del ruolo di supplenza della magistratura nei confronti del Parlamento e del governo. Il Guardasigilli, Andrea Orlando, mediti gli insegnamenti di Giovanni Falcone. Il grande giudice di Palermo, avversato da molte toghe “de sinistra”, sottolineava che la professionalità dei magistrati, fedeli alla Costituzione, vada intesa come “robusta e responsabile” capacità di porsi al servizio dei cittadini.
L’autonomia e l’indipendenza, che alla vittima dello spietato boss,Totò Riina, erano care, dovevano esprimersi nella libertà di giudizio delle toghe e insieme nel rispetto delle istituzioni, in una inequivoca distanza da posizioni di partito e delle correnti dell’ANM, in una serena valutazione delle responsabilità di tutti i soggetti, partecipi al funzionamento della giustizia.
Se è vero, disse Falcone, in una relazione nel 1988, che “la crisi della giurisdizione è collegabile alla crisi della politica”, non si possono eludere le esigenze di riflessione, interne alla magistratura, addossando al potere legislativo tutte le responsabilità per la crisi della giustizia.
Come le prese di posizione del compianto eroe antimafia, controcorrente e innovative, gli procurarono antipatie e veleni, così il “niet” renziano ai deputati passacarte delle Procure non sarà indolore. E susciterà le resistenze di giudici, politici e giornalisti, che si muovono come “vestali del moralismo giudiziario”.
Non a caso, forse, l’esternazione del premier è arrivata pochi giorni dopo il terzo anniversario della morte di Loris D’Ambrosio, amico di Falcone e, da consigliere giuridico di Napolitano,”mascariato”, come disse l’allora Capo dello Stato, nella vicenda delle telefonate di don Nicola Mancino al Quirinale, da “comportamenti perversi e calunniosi-funzionali a un esercizio distorto del proprio ruolo- di quanti, magistrati, giornalisti e politici, non esitarono a scagliarsi” contro il Colle.
E, ricordando il collega scomparso, nella cerimonia funebre, il Primo Presidente della Cassazione, Ernesto Lupo, sottolineò quelli che, sempre, dovrebbero essere i connotati ideali di quanti esercitano le delicate funzioni giurisdizionali : elevata qualificazione e competenza professionale, approfondimento serio dei processi, razionalità e ragionevolezza, sobrietà e rigore, personale e professionale, ricerca della verità, scrupolosa osservanza delle regole, massima attenzione alla ragioni di tutte le parti del processo.


