A Bruxelles resiste l’intesa con l’E3, mentre Vienna apre al confronto e Costa rinvia a Dublino
Le elezioni midterm sono già alle spalle, ma i loro effetti si avvertono anche a Palazzo Chigi. Il rapporto con Trump si era già deteriorato da tempo e questo crollo di consensi potrebbe persino, se gestito con intelligenza, avere riflessi positivi per un’Europa sempre più spaesata e poco coesa. È proprio sull’unità del Vecchio continente che Giorgia Meloni sembra puntare, criticando indirettamente la decisione di Francia, Germania e Gran Bretagna di organizzare a Bruxelles un incontro con NATO e Stati Uniti sull’Ucraina.
“La premier non è affatto irritata per l’esclusione, perché da sempre è critica verso questo tipo di riunioni ristrette, che mostrano quanto l’unità dell’Europa sia ancora lontana. La lettera a Costa ha proprio l’obiettivo di richiamare l’Europa alle sue responsabilità, tutti insieme”, dice una fonte diplomatica di Palazzo Chigi. La questione era stata sollevata da Meloni già al Consiglio europeo di ottobre, quando da parte italiana era emersa una crescente insofferenza verso il formato E3, considerato ormai superato.
Il formato E3 divide Bruxelles: l’Italia contesta i tavoli ristretti, l’Austria apre al confronto
Secondo le ricostruzioni diplomatiche, a Palazzo Chigi non sarebbe tanto l’assenza italiana da una singola riunione a preoccupare, quanto il rischio che Francia, Germania e Regno Unito finiscano per assumere un ruolo negoziale privilegiato su questioni che chiameranno poi tutti gli europei a contribuire, anche finanziariamente, alla sicurezza dell’Ucraina.
A Bruxelles, però, la richiesta italiana non trova tutti d’accordo. Secondo fonti diplomatiche europee, tra i gabinetti di António Costa e Ursula von der Leyen esisterebbe già un’intesa per assicurare la presenza delle istituzioni comunitarie accanto all’E3. Un equilibrio che diversi governi non sembrano intenzionati a rimettere in discussione. E c’è anche chi teme che la nomina di un negoziatore unico possa aprire nuove controversie sui poteri da attribuirgli e sulla necessità di sottoporre eventuali accordi alla successiva approvazione dei Ventisette.
La posizione di Meloni, tuttavia, comincia a trovare qualche interlocutore. L’Austria ha accolto favorevolmente la richiesta di maggiore chiarezza e ha annunciato l’intenzione di portare il tema al prossimo Consiglio Affari esteri. È un primo segnale, ancora lontano da un’intesa, ma significativo in una partita nella quale Roma cerca di spostare il confronto dal peso delle singole capitali alle responsabilità dell’Unione.
La premier italiana, insomma, prova a riprendere l’iniziativa diplomatica in un momento particolarmente delicato, stretto tra le conseguenze delle elezioni americane, che hanno indebolito Donald Trump, e le polemiche delle opposizioni per l’assenza dell’Italia dagli incontri del formato E3. Due vicende differenti, che però finiscono per incrociarsi.
Trump indebolito dalle Midterm, ma più imprevedibile: perché l’Europa teme nuove pressioni
Le elezioni americane potrebbero, secondo il ragionamento che si fa a Palazzo Chigi, avere conseguenze pesanti sull’Europa, qualora Trump reagisse con l’imprevedibilità già mostrata durante il mandato, cercando di destabilizzare ulteriormente il continente. È un rischio considerato plausibile sia a Palazzo Chigi sia nelle altre cancellerie europee. Un Donald Trump ferito dal voto e indebolito sul fronte interno potrebbe diventare persino più difficile da gestire sul piano internazionale. Con un Congresso passato sotto il controllo democratico e margini di manovra ridotti in patria, il presidente americano potrebbe cercare proprio nella politica estera quella dimostrazione di forza che gli elettori gli hanno negato. E a pagarne il prezzo rischierebbe di essere soprattutto l’Europa, già attraversata da divisioni profonde sull’Ucraina, sulla difesa e sui rapporti commerciali con Washington. Non è un timore soltanto teorico. Un diplomatico europeo, citato da Euronews dopo le elezioni, ha avvertito che Trump potrebbe rivelarsi assai più aggressivo di quanto suggerisca la sua nuova debolezza politica. Il rischio è che Washington accentui le pressioni sui singoli governi, facendo leva sulle loro divergenze per indebolire la capacità negoziale dell’Unione.
Una strategia che, secondo diversi osservatori, non nasce certo con la sconfitta elettorale: fin dall’inizio del secondo mandato, l’amministrazione Trump ha mostrato di preferire spesso il rapporto diretto con le singole capitali a quello con Bruxelles, considerata un interlocutore economicamente e politicamente troppo forte quando riesce a presentarsi unita. Anche per questo l’iniziativa di Meloni assume un significato ulteriore, soprattutto per il momento in cui arriva. La richiesta di una voce europea comune sull’Ucraina può essere letta anche come il tentativo di evitare che le divisioni tra Francia, Germania, Regno Unito e gli altri alleati offrano a Washington nuovi margini per condizionare il negoziato. Una posizione particolarmente delicata per la premier italiana, che ha coltivato un rapporto privilegiato con Trump ma deve ora fare i conti con la possibilità che proprio il suo alleato americano diventi uno dei principali fattori di instabilità per l’Europa.
La lettera a Costa chiede un mandato comune: Meloni vuole cambiare il metodo dei negoziati
“Il ragionamento è semplice: se il futuro dell’Ucraina riguarda la sicurezza dell’intero continente, perché lasciare che a discutere siano ogni volta gruppi diversi di Paesi, con composizioni e mandati differenti?”, sostiene una fonte di Palazzo Chigi. Meloni, nella lettera al presidente del Consiglio europeo, con il quale ha un ottimo rapporto, lo scrive con chiarezza, definendo ormai improcrastinabile la necessità di una voce europea unitaria.
E soprattutto solleva una questione politica che difficilmente potrà essere ignorata: non si possono negoziare impegni che coinvolgeranno anche l’Italia senza un mandato condiviso tra gli Stati membri. La lettera arriva dopo una sequenza di incontri che sembra confermare, almeno in parte, le preoccupazioni italiane. Dalle riunioni informali di Miami ai contatti autonomi con Mosca, fino ai vertici della Coalizione dei Volenterosi e agli appuntamenti del formato E3, la diplomazia europea si muove attraverso una pluralità di iniziative non sempre coordinate. Il risultato è che l’Unione, pur avendo sostenuto politicamente, economicamente e militarmente Kiev, fatica a individuare una rappresentanza negoziale riconoscibile.
“Non sto chiedendo un posto per l’Italia in questo o in quel formato”, precisa infatti la premier italiana nella lettera. E aggiunge di non voler rivendicare il ruolo di negoziatore né per sé né per il nostro Paese. Per Meloni, tuttavia, c’è anche un altro elemento da considerare. Dopo il voto americano, la premier ha interesse a rendere sempre più riconoscibile una propria linea europea, che non dipenda dagli equilibri politici di Washington. Il rapporto con Trump rimane importante, ma la nuova situazione negli Stati Uniti impone di misurarsi con una Casa Bianca politicamente indebolita e con le possibili conseguenze sulla politica estera americana. Nella lettera la premier fa anche riferimento alla necessità di nominare un negoziatore che rappresenti l’Europa.
Alcune indiscrezioni indicano proprio Mario Draghi come un nome che potrebbe incontrare il favore di molti Paesi, Francia in testa. La partita, dunque, non riguarda soltanto il posto dell’Italia a un tavolo, ma chi possa parlare a nome dell’Europa quando è in gioco la sua sicurezza. Meloni ha deciso di porre la questione direttamente a Bruxelles. Ora saranno le risposte degli alleati a dire quanto spazio ci sia per una voce davvero comune.
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