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Csm, dalle porte girevoli alle funzioni divise: verso una giustizia garantista

Il senato dice sì a Cartabia. “Non è certo questa la riforma che risolverà i problemi dell’Italia, ma quantomeno è un punto di partenza”: il commento

Csm, dalle porte girevoli alle funzioni divise: verso una giustizia garantista
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Riforma Cartabia, confermato il testo alla Camera che diventa ufficialmente legge 

Il referendum sulla giustizia del 12 giugno non ha raggiunto il quorum, anche se degli oltre 10 milioni di voti espressi, 7 milioni sono stati per il Sì all’abrogazione di tutti e cinque i quesiti. Il Senato ha dunque preso atto dell’esito referendario e non ha forzato la mano, approvando oggi in via definitiva la riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario che era già stata approvata alla Camera il mese scorso.

È la cosiddetta riforma Cartabia, un compromesso tra i partiti di maggioranza che non piace né al Ministro stesso – che avrebbe voluto una riforma più incisiva ma che si è dovuta adeguare al M5S, partito di maggioranza relativa in Parlamento – né a Lega, Forza Italia, Azione e Italia Viva, che avrebbero voluto un mutamento di rotta più radicale. Sta di fatto che tutti i partiti di maggioranza hanno votato a favore nell’ottica del compromesso politico raggiunto oltre un mese fa. Vediamo i principali punti della riforma.

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Riforma Cartabia, il sistema di elezione del Csm

La legge abroga espressamente la norma che prevedeva la raccolta di almeno 25 massimo 50 sottoscrizioni per la presentazione delle candidature. In pratica è come se il referendum di domenica avesse raggiunto il quorum. Un buon inizio. Il sistema di elezione avverrà nel seguente modo, tenuto conto che mentre il numero dei parlamentari diminuirà quello dei membri togati sale da 16 a 20, mentre i membri laici salgono soltanto da 8 a 10.

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I 2 membri spettanti alla giurisdizione di legittimità, uno alla Cassazione l’altro alla Procura generale, saranno eletti in un collegio nazionale unico col sistema maggioritario (risulteranno eletti i due candidati più votati); I 5 magistrati appartenenti alle funzioni requirenti verranno eletti in due collegi binominali maggioritari: risulteranno eletti i due candidati più votati in ciascun collegio, più il “miglior terzo”.

Gli 8 magistrati appartenenti alle funzioni di merito (giudicanti) saranno eletti in 4 collegi binominali maggioritari: risulteranno eletti i due candidati più votati in ciascun collegio;I restanti 5, sempre appartenenti alle funzioni di merito, verranno eletti in un collegio unico nazionale, virtuale, con ripartizione proporzionale: risulteranno eletti i primi cinque candidati più votati.

Nei collegi territoriali che eleggono i magistrati giudicanti, le candidature potranno essere individuali oppure collegate con quelle di altri. Immaginiamo già sin d’ora come si cercherà di creare collegamenti tra collegi diversi per impedire l’elezione dei candidati indipendenti non collegati, con la conseguenza che alla fine in questo modo si può ripresentare il sistema delle correnti.  

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Considerati i ripescaggi (vedesi il “miglior terzo”) e l’assegnazione proporzionale residuale, il sistema delle correnti esce dalla porta (abrogazione delle sottoscrizioni per presentare le candidature) ma rientra dalla finestra.

Ci sarà certamente un maggiore equilibrio all’interno dei membri togati del Csm (non decideranno tutto i Palamara o i Davigo di turno come accaduto finora), ma il sistema delle correnti non viene debellato. L’unica soluzione in grado di tagliare la testa al toro era quella del sorteggio, ma il M5S (che detiene la maggioranza relativa dei seggi in entrambe le Camere) si è messo di traverso.

La norma non è oggetto di delega e dunque entrerà in vigore dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, previa adozione da parte del governo dei decreti che ridisegnino i collegi. Il prossimo Csm (elezioni previste per l’autunno) sarà eletto col nuovo sistema.

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Riforma della Giustizia, la separazione delle funzioni 

Il referendum non è passato e dunque non vi sarà alcuna separazione delle carriere. La legge ha tuttavia stretto le maglie abrogando i quattro passaggi previsti dalla riforma Mastella. Con l’entrata in vigore della nuova legge, dopo l’emanazione dei decreti governativi di attuazione, vi sarà una sostanziale separazione delle funzioni: sarà consentito il passaggio dalle funzioni requirenti a quelle giudicanti, e viceversa, una sola volta e solo nell’arco dei primi nove anni dalla prima assegnazione.

Trascorso tale periodo, sarà consentito un ulteriore nuovo passaggio (uno solo), ma alle seguenti condizioni: il passaggio dalla funzione giudicante a quella requirente, purché l’interessato non abbia mai svolto funzioni giudicanti penali; dalle funzioni requirenti a quelle giudicanti, ma solo verso le sezioni civili o del lavoro.In buona sostanza la legge evita ciò che voleva evitare il referendum se si fosse raggiunto il quorum, e cioè che il Pm vada a fare il magistrato giudicante penale e viceversa, fatta eccezione per i primi nove anni di servizio (arco temporale in cui il cambio di funzione è consentito).

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Una mediazione che ci può anche stare, considerato che è del tutto legittimo che qualcuno possa anche ritenere sbagliata la scelta fatta all’inizio della carriera. Nel passaggio successivo che potrà avvenire dopo i primi nove anni (ne è consentito solo uno), la legge impedisce tassativamente che il Pm vada a ricoprire la funzione di magistrato giudicante nel settore penale, consentendogli il passaggio solo alle sezioni civili e del lavoro. Un passo importante verso la realizzazione sostanziale del principio del giusto processo. La norma non è oggetto di delega, ma per entrare in vigore ha bisogno dei decreti attuativi da parte del governo.

Csm, il Senato dice sì al testo della Cartabia: l’equa valutazione dei magistrati

La legge attribuisce una delega al governo per determinare nuovi criteri di valutazione sulla professionalità dei magistrati. Viene istituito il “fascicolo per la valutazione del magistrato”, il quale servirà non solo per il giudizio sulla professionalità dei giudici, ma anche per l’assegnazione di incarichi direttivi o semidirettivi. Sarà poi il governo, con decreto legislativo, a stabilire nello specifico i nuovi criteri di valutazione.

Nulla è previsto nello specifico in merito al voto (anche) di avvocati e professori universitari all’interno dei mini-Csm (oggetto di quesito referendario): la questione sarà decisa dal governo in sede di esercizio della delega. La legge attribuisce al governo una delega anche in materia di accesso in magistratura e nuova regolamentazione dei “fuori ruolo”. Pannicelli caldi che non intervengono in modo decisivo sulla autoreferenzialità della magistratura.

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Riforma Cartabia, porta girevoli politica-magistratura

La norma più importante, che entra in vigore subito dopo la pubblicazione della legge in Gazzetta Ufficiale, è quella che impedisce al magistrato che si sia candidato alle elezioni, e non sia risultato eletto, di rientrare in ruolo.

Per tre anni dovrà restare fuori ruolo, collocato ad un ufficio che non rientri nella circoscrizione o nella regione in cui si è candidato. Per il magistrato che invece sia risultato eletto, ma successivamente non più candidato o non più rieletto, la legge prevede che sia collocato fuori ruolo, oppure in ruolo ma senza poter ricoprire incarichi giurisdizionali diretti, né giudicanti né requirenti.

Lo stesso dicasi, con qualche eccezione, nei casi in cui il magistrato abbia ricoperto incarichi di governo o incarichi amministrativi apicali. Per ciò che concerne invece la eleggibilità, la legge prevede che il magistrato che voglia candidarsi alle elezioni sia collocato in aspettativa, e, se eletto, sia messo fuori ruolo e senza assegno.

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Riforma Cartabia, il commento Becchi-Palma 

Non è certo questa la riforma che risolverà i problemi della giustizia italiana, ma quantomeno è un punto di partenza. La magistratura politicizzata ha esultato per il mancato raggiungimento del quorum ai referendum di domenica, ma questa legge ha almeno in parte rispettato la volontà di quei 7 milioni di Sì.

Su alcuni aspetti interviene infatti per fermare la piaga del correntismo, su altri pone un freno ai passaggi di funzione e alle porte girevoli. Qualcosa si è mosso. Il fatto che il mese scorso, proprio contro questa riforma, l’Associazione nazionale magistrati (Anm) abbia indetto uno sciopero nazionale (peraltro disatteso da oltre la metà degli iscritti), vuol dire che il punto di partenza è buono.

Nella prossima Legislatura serviranno nuovi interventi più coraggiosi verso una giustizia veramente liberale e garantista, a partire da un intervento deciso sulla custodia cautelare in carcere. In questo momento, visto anche l’esito del referendum, di più non si poteva fare.

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