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Cuperlo si accorda e Renzi segna un punto

Ora è D’Alema il vero leader della minoranza

La situazione che si sta creando nel Pd dopo la Leopolda -la settima della serie- è paradossale e per certi versi indicativa di questi tempi confusi e disordinati.
E’ vero che ci si abitua a tutto però ogni tanto è utile fermarsi e fare qualche considerazione.
Solo qualche anno fa chi avrebbe mai potuto immaginare una dinamica politica nel Partito Democratico simile a quella che abbiamo visto?
Tutto nasce da lontano, in una sorta di Mani Pulite interna al Pd stesso, quando una sconosciuta Debora Serracchiani attaccò acidamente Veltroni e i massimi dirigenti del Pd; l’accusa banale e retorica ma sempre efficace fin dai tempi della antica Grecia: tutto va male, tutto è allo sfascio, occorre che i giovani (cioè lei stessa) vi superino e prendano il vostro posto. Insomma la più evidente “pedocrazia popolista” in salsa friulana.
Il populismo interno o esterno ai partiti c’è sempre stato ma prende, forza e concretezza solo quando si combina con un sistema intrinsecamente indebolito che permette la sua piena espressione.
Ma Serracchiani non fu il profeta, ma solo colei che ne aprì la strada: sulle rive dell’Arno sorse colui che cambiò il corso degli eventi.
Una creatura di Francesco Rutelli, un coacervo di buoni propositi cattolici, concretezza e spietatezza democristiana, pragmatismo fiorentino da Partita Iva e profonda conoscenza delle dinamiche psicologiche che guidano l’essere umano.
In poco tempo Renzi creò una forte minoranza interna che si rafforzò sugli errori e sulla insensibilità dei dirigenti della vecchia guardia, in primis D’Alema e Bersani che non avevano previsto quello che sarebbe accaduto.
Bersani vinse un Congresso, semivinse le politiche del 2013 ma non riuscì a governare -umiliato dai Cinque Stelle- e la seconda volta il fiorentino rovesciò il banco, forte del voto aperto all’esterno che è sempre un errore esiziale per un partito e una furbizia per chi lo propone in nome del rinnovamento nuovista.
Una volta preso il potere nel partito Renzi si acquattò sornione sulla riva del fiume e divorò in poco tempo Enrico Letta e divenne premier supportato da Napolitano. Poi la consacrazione elettorale “diretta” (e sopravalutata) col famoso 41% delle Europee.
La minoranza Pd non poteva crederci e come spesso avviene alcuni ne trassero vantaggio al suo interno come i Giovani (ma furbi) Turchi che si ministerializzarono rapidamente e lo stesso Cuperlo, persona mite e studiosa ma allievo del comunismo triestino e quindi assai abile nel perseguimento dei propri obiettivi.
Qualche giorno fa anche Cuperlo si è “turchizzato” in cambio di cosa non sappiamo (per ora). Ufficialmente in cambio della modifica alla legge elettorale ma è lecito aspettarsi anche altro.
 Sta di fatto che ora Renzi ha spaccato la minoranza del Pd -come era prevedibile- lasciando come unico vero avversario Massimo D’Alema mentre l’ambiguo Bersani si muove a zig zag senza una meta precisa.
Il 4 dicembre sarà dunque la vera prova elettorale di Renzi inopinatamente voluta da lui stesso quando le vacche erano grasse e pascolavano forti e beate guardando le sponde atlantiche.
Se Renzi vincerà tutto rimarrà come è adesso, salvo qualche improbabile tentativo scissionista (ma D’Alema è troppo bravo per seguire una strada che è sempre stata perdente).
Se invece perderà sarà inevitabile un Nuovo Nazareno -dopo una crisi di governo guidata da Mattarella- che renderà Angelino Alfano e Denis Verdini marginali mentre Berlusconi tornerà alla grande nella partita pensando probabilmente però più alle sue aziende e al Milan che alle cose italiane.
Nel centro – destra questo porterà ad un progressivo isolamento del duo Lega Nord /Fratelli d’Italia con un riavvicinamento alle fronde estreme come Casa Pound e darà nuova linfa a Salvini che potrà interpretare pienamente ed autenticamente il ruolo della Le Pen anche in Italia, senza paura di non apparire moderato.
In ogni caso il risultato sarà una nuova separazione a destra tra la componente liberal – cattolica di Forza Italia e quella identitaria della Lega che a questo punto dovrà per necessità trasformarsi in un partito nazionale portando a compimento il progetto della Lega dei Popoli, con buona pace di Maroni, Calderoli e Bossi, cioè della sua componente originaria.
Se poi per caso Donald Trump dovesse risultare vincitore negli Usa Salvini se ne avvantaggerebbe con un rapporto privilegiato e questo gli farebbe giocare anche un ruolo in dimensione europea.