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Politica
Della Valle in politica? Differente, ma non si capisce la sua visione

di Filippo Astone

Dunque, anche Diego Della Valle si prepara a "scendere in campo". Pure lui. Come già Silvio Berlusconi, Luca Cordero di Montezemolo, Corrado Passera e chissà quanti altri che usciranno allo scoperto da oggi fino alle prossime elezioni politiche. L'Italia sembra essere piena di miliardari che - annoiati o bisognosi di collocazione -  non vedono l'ora di buttarsi in politica.
Il fenomeno in America è vecchio di decenni, anche se con connotazioni profondamente diverse.

Diego Della Valle, però, non è come gli altri. Per almeno tre ragioni.

La prima è di avere dalla sua una forte credibilità come imprenditore del manifatturiero. La Tods è uno dei migliori esempi del Quarto Capitalismo famigliare e industriale che in questo momento tiene in piedi il tessuto economico e sociale del Paese. Se ci sarà una rinascita, potrà partire solo dalle fabbriche italiane eccellenti, quelle che Mr Tods conosce benissimo. Fabbriche di qualità! Fabbriche di qualità! Fabbriche di qualità! Non mi stancherò mai di scrivere che se l'Italia vuole sperare in una riscossa economica, sociale e culturale deve puntare su quelle.

La seconda ragione è che da quando, una decina di anni, Diego Della Valle ha iniziato a fare il "grillo parlante" su Berlusconi, sulla Fiat, su Marchionne, sulle pecche della politica, sulla gerontocrazia imperante in Italia, sui salotti buoni ormai ammuffiti, l'uomo ha sempre avuto il coraggio di esporre dati di fatto incontrovertibili. Le sua analisi di realtà, in poche parole, colgono nel segno. Certo, molte volte sulle sue verità cala il sospetto che siano simili a quelle della volpe a proposito dell'uva, che parla male di ciò che non può avere. Per esempio, ha iniziato a criticare patti di sindacati e salotti buoni quando è diventato palese che ne sarebbe stato escluso. Prima non si era accorto di nulla. Oppure, se l'è presa con la Fiat solo da quando il suo grande amico e sodale Luca di Montezemolo ha iniziato a prendere la via d'uscita dal grande gruppo di Torino al quale deve tutto. Inoltre, Della Valle attacca la Casta politica, ma è molto vicino a Clemente Mastella, che è della Casta è proprio la quintessenza. Tutto giusto. Ma comunque le cose che dice Della valle corrispondono al vero. Piaccia o no, è così. 
Vi immaginereste altri miliardari come lui affermare queste scomode verità? Ve lo vedete Corrado Passera che dice chiaro e tondo che la Fiat è definitivamente fuori dall'Italia, che i suoi rampolli non sono dei mostri di capacità e che è ora di finirla coi vecchi che dominano il Paese fin dai tempi del giovin Mike Bongiorno? O Luca Cordero di Montezemolo?
Il massimo sarebbe che dietro quelle verità ci fosse poi un concetto realizzativo di Paese. Se dopo il voler dire che si potevano fare bene le macchine qui, ci fosse anche una proposta su come difendere, rafforzare e moltiplicare il manifatturiero italiano. In un mondo dei sogni, insomma, il Grillo Parlante diventa Animale Facente. Staremo a vedere.

La terza ragione che rende l'inventore delle scarpe a pallini diverso dagli altri miliardari politici in pectore o falliti, è che di entrare in politica Diego Della Valle in questo momento non ha alcun bisogno. Non sta crollando economicamente, come il Berlusconi degli anni Novanta. Certo, per ora con l'editoria e i treni non ha fatto grandi affari, ma comunque il suo impero rimane solido e in crescita. E comunque, le leggi dell'imprenditoria e della finanza moderna (quella alla quale l'economia italiana, ingessatissima e con un establishment allergico al rischio, fa fatica ad adeguarsi) ammettono che tra tanti affari andati a buon segno, ce ne sia anche qualcuno fallimentare. Purché il saldo fra i primi e i secondi sia sempre positivo. Anz, negli Stati Uniti qualcuno considera i fallimenti episodici come dei segni positivi, perché permettono i imparare dagli errori, di toccare con mano la relatà e di ripartire più forte. America a parte, Della Valle non ha bisogno della politica perché è comunque ricco e di successo. Ha costruito ricchezza per generazioni non solo con la moda e le calzature, ma grazie anche alla grande scorta di liquidità accumulato ai tempi delle fortunate scorribande finanziarie della guerra per banche, che lo ha visto partecipare, fra l'altro, alla scalata Bnl. E prima ancora alla privatizzazione della Comit.  Della Valle non deve ricostruirsi un ruolo come pensava di fare Montezemolo quando fondò Italia Futura e come crede di fare Corrado Passera adesso (e qui vale la pena di aprire una parentesi per chiedersi: ma chi lo voterà mai?).

Dunque, la discesa in campo di Diego Della Valle, per ora, non è una brutta notizia. Potrebbe anche, magari (tante volte la realtà è superiore alla fantasia) rimescolare le carte nel centrodestra italiano, tanto bisognoso di una leadership credibile. Anche perché Della Valle, a differenza di Montezemolo e Passera, gode di un vantaggio naturale non trascurabile: un notevole carisma. Come Silvio Berlusconi, Diego Della Valle è un uomo magnetico, un personaggio che piace, al popolo e ai ricchi.

Però di strada da fare, lo scarparo di Sant'Elpidio al mare, ne ha ancora molta.

Soprattutto, per entrare in politica lasciando il segno, occorre una visione. Un'idea di come, grazie al suo contributo, la società e la politica italiana potrebbero diventare fra cinque o dieci anni. Insomma, ci vuole un disegno politico coerente e convincente, che comprenda un piano di riforme, ma soprattutto di rilancio dell'economia e della società italiana che, come altre nella vecchia Europa, se non cambiano rapidamente rischiano di trasformarsi in un museo culturale e gastronomico, popolato di vecchi ed emigrati.
Criticare la Fiat, la casta politica, Sergio Marchionne e i gerontocrati è coraggioso ma assai meno difficile che proporre un'idea alternativa di società, cultura, economia.

Se vuole fare veramente la differenza, Diego Della Valle (che certe volte sembra perfino avere difficoltà a esprimersi in italiano grammaticalmente corretto, come nel famoso manifesto antipolitico pubblicato a pagamento sui quotidiani) deve elaborare una sua visione e dimostrare di poterla applicare. Magari l'uomo, istintivo come possono esserlo solo gli imprenditori di talento, una sua visione ce l'ha. Ma deve circondarsi di persone in grado di supportarlo intellettualmente e politicamente nel formalizzarla e, soprattutto, nell'applicarla. Sarà tuttaltro che semplice.

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