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Draghi fino al 2023? Difficile… M5S diviso, Cdx e Pd in imbarazzo

Il governo di “alto profilo” e il rebus dei numeri in Parlamento

Draghi fino al 2023? Difficile… M5S diviso, Cdx e Pd in imbarazzo
Senato
La strada del governo di alto profilo guidato da Mario Draghi e proposto al Paese dal Presidente Sergio Mattarella è in salita. O meglio, è in salita se la prospettiva è quella del 2023 ovvero di fine legislatura. Il Capo dello Stato ha fatto un lungo e drammatico…

La strada del governo di alto profilo guidato da Mario Draghi e proposto al Paese dal Presidente Sergio Mattarella è in salita. O meglio, è in salita se la prospettiva è quella del 2023 ovvero di fine legislatura. Il Capo dello Stato ha fatto un lungo e drammatico appello per sconsigliare il ritorno immediato alle urne mettendo in campo il nome più autorevole, soprattutto a livello europeo e internazionale, che l’Italia abbia.

Mr ‘whatever it takes’ mette in difficoltà quasi tutti, tranne Matteo Renzi e forse Silvio Berlusconi. La Lega e Fratelli d’Italia hanno in pochi minuti accantonato lo slogan “subito al voto” che ci hanno rifilato per settimane e il Pd in un batter d’occhio ha dimenticato quel “mai al governo con i sovranisti” che ha ripetuto fino a ieri mattina. Fatto sta che un esecutivo, anche se del Presidente e di alto profilo, deve avere i numeri alla Camera e al Senato.

Il principale gruppo in Parlamento sono i 5 Stelle e alcuni grillini – dal reggente Vito Crimi fino a Riccardo Fraccaro passando per Paola Taverna e Danilo Toninelli – hanno già detto che non voteranno la fiducia all’ex presidente della Bce. Per usare un ossimoro fa però molto rumore il silenzio di big come Luigi Di Maio e Stefano Patuanelli, con fonti pentastellate che rivelano che non tutti sono d’accordo sulla linea del no alla fiducia e che qualcuno perfino seguirà Emilio Carelli, che ha già annunciato il voto favorevole dopo l’addio ai grillini.

M5S quindi orientato per il no, spinto anche da Alessandro Di Battista, ma come al solito senza compattezza. Italia Viva ovviamente entusiasta per Draghi, così come +Europa e Azione di Carlo Calenda. Quasi sicuro il no di Liberi e Uguali. Il Partito Democratico invece è in forte imbarazzo, da un lato è chiamato a rispondere all’appello alla responsabilità del presidente della Repubblica ma dall’altro non vuole assolutamente governare insieme ai sovranisti per più di due anni.

Come sempre nemmeno i Dem non sono uniti e l’ala che fa capo a Dario Franceschini è quella più propensa a sostenere l’esecutivo di alto profilo con aperture importanti anche da parte del segretario Nicola Zingaretti. Ma ci sono anche voci autorevoli come quella di Andrea Orlando che non vogliono nemmeno sentir parlare di un’alleanza con Lega e FdI, quello che di fatto sarebbe un governo di larghe intese.

Nel Centrodestra le posizioni sono estremamente variegate, anche se tutti assicurano che ci sarà una linea comune. Giorgia Meloni non grida ‘al voto al voto’ ma ha già annunciato che sarà all’opposizione del governo Draghi e che la strada da seguire resta quella delle elezioni. Sul fronte opposto Udc e Cambiamo! di Giovanni Toti sono pronti a sostenere senza se e senza l’ex numero uno dell’Eurotower.

La Lega, spinta dall’ala europeista e pro-Draghi che ha al suo interno, composta da big del calibro di Giancarlo Giorgetti, Luca Zaia e Massimo Garavaglia, è molto cauta. Salvini vuole vedere i programmi del nuovo premier prima di esprimersi, anche se conferma che l’orizzone e la via maestra sono le urne. Però da qui al voto, che l’ex ministro dell’Interno ipotizza per maggio o giugno, si possono impiegare queste settimane per approvare in Parlamento provvedimenti importanti per il Paese.

Quindi dal Carroccio arriva un sì a Draghi ma a tempo – massimo fino all’estate con elezioni a settembre (sciogliendo le Camere prima del semestre bianco) – anche se il timore è che siccome un esecutivo quando nasce non ha mai la data di scadenza poi, su pressioni del Quirinale e di Bruxelles, il rischio è quello che Draghi vada avanti fino al 2023.

E a quel punto, come spiegano fonti M5S, Salvini resterebbe intrappolato nelle larghe intese dando mano libera alla Meloni per fare l’unica opposizione di destra. Con il probabile risultato che nel 2023 FdI valga il doppio della Lega e la sfida al voto sia tra Conte e la stessa Meloni. Un incubo per Via Bellerio che non attacca Mr ‘whatever it takes’ ma che nemmeno può stendergli un tappetto rosso.

C’è poi Silvio Berlusconi, che come tutti sanno stima moltissimo Draghi (fu lui a indicarlo alla Bce) con Forza Italia ovviamente divisa tra chi come Renato Brunetta è pronto a votare subito la fiducia al governo di alto profilo e altri più vicini alla linea di Salvini. Il problema dell’ex Cavaliere è quello di non rompere l’unità della coalizione, visto che proprio ieri prima del fallimento dell’esploratore Roberto Fico, l’eurodeputato Antonio Tajani ad Affaritaliani.it ha assicurato che Fi non accetterà mai la cosiddetta coalizione Ursula. Non solo, ci sono anche 14 giunte regionali da salvare e le elezioni amministrative in arrivo, con tutte le principali città italiane al voto, ed è ovvio che Berlusconi non può sposare immediatamente il governo Draghi senza un’intesa di massima con gli alleati.

In definitiva, per un Draghi che resta pochi mesi e poi si vota a giugno o a settembre i numeri sono assicurati, nonostante il no di parte dei 5 Stelle, ma se l’orizzonte si allunga le cose si complicano. Quasi impossibile ipotizzare al momento un governo di legislatura. E, infine, non va dimenticato che in questo Parlamento le forze europeiste – Pd, Iv, centristi e Forza Italia – non hanno la maggioranza, salva spaccature clamorose e consistenti nel M5S o nella Lega.