Fra i 13 milioni e 301.765 italiani chiamati domenica 5 giugno alle urne in 1.342 Comuni tanti daranno forfait. Molti elettori non andranno a votare non tanto per il lungo ponte o per i seggi aperti solo un giorno, ma perché delusi e disorientati, certi che il proprio voto non cambia nulla né a livello locale né nel Paese. I numeri diranno qual è il peso dell’astensionismo: se sarà in linea con quello delle elezioni politiche del 2013 (alla Camera affluenza del 75,19%, 5% in meno rispetto al 2008) o delle Europee 2014 (affluenza del 58,6%); se invece toccherà punte record come nelle regionali parziali del 31 maggio 2015 (votanti solo il 52,21% su quasi 19 milioni di elettori) o se addirittura sarà debacle, come nelle regionali del 2014 in Emilia Romagna con una affluenza alle urne del 37,7%. Il voto, oltre che un diritto, è un “dovere civico”. Ma non votare, quando gli elettori non si riconoscono nei partiti e nei candidati in lizza, non è un atto di spregevole qualunquismo da additare a pubblico ludibrio. Certo, la democrazia non è libertà di mugugno e di recriminazione, ma impegno personale, partecipazione, corresponsabilità, anche lotta politica. Tuttavia il silenzio – in questo caso l’astensionismo – è anche una espressione di volontà politica personale che il potere – i partiti e le istituzioni – deve avvertire come segnale, un monito da interpretare. Perché questa area così estesa del non voto proprio quando si tratta di decidere il proprio sindaco, il consiglio comunale che dovrà metter mano ai problemi quotidiani della propria città? C’è un discredito della classe politica a tutti i livelli e di conseguenza si fa, anche in modo ingiustificato, di tutta un’erba un fascio. I nodi di oggi vengono da lontano. Dopo la fine della Prima repubblica l’evoluzione della politica è stata affidata alla “ristrutturazione” dei partiti, ma solo di facciata, a una riorganizzazione del potere fine a se stesso e non alla “motivazione” per rispondere alle esigenze dei cittadini. Si è giocata (Berlusconi, la Lega, poi il M5S, infine lo stesso Renzi) in modo spregiudicato e strumentale la carta dell’antipolitica puntando sul populismo e sul “nuovismo” negando ai partiti identità culturali e ideali, trasformandoli in scatole vuote per il potere fine a se stesso. Si è poi visto – e si vede – quanto questo “nuovo” fosse privo di un progetto strategico su “quale” Italia costruire, covasse dentro di sé la peggior corruttela, la peggior rozzezza, la peggior cupidigia del potere.
L’antipolitica è tutt’altro che sconfitta, come dimostra questa surreale campagna elettorale fatta di pochi programmi e molti anatemi, spesso una lotta fratricida, sviando il nesso del contendere.
Così come non è stata sconfitta con il crepuscolo del berlusconismo l’idea di partiti di proprietà di qualcuno, di leader o capi che pensano e decidono per tutti, di simboli con il nome di chi comanda o all’opposto – come oggi – di assenza del logo dei partiti dalla propagande elettorale nel tentativo di annullare ogni traccia del passato. Nella latitanza della politica e dei partiti – di fatto ridotti a club elettorali e a centri di potere a “numero chiuso” – anche queste elezioni sono caratterizzate da una moltiplicazione di candidati per lo più senza arte né parte e di liste spesso farlocche ad uso e consumo elettoralistico e di interessi tutt’altro che legittimi. Da qui il forfait degli elettori dalle urne e l’ostilità dei cittadini verso i partiti. Come fanno i tanti candidati scelti dai boss dei partiti a lamentarsi perché i cittadini non partecipano alla campagna elettorale quando sono loro stessi, per primi, ad alimentare l’antipolitica e il qualunquismo con una esasperata personalizzazione tenendosi ben distanti persino dai propri partiti, nel tentativo di camuffarsi in un maldestro e meschino gioco delle tre carte? I mali – ripetiamo – vengono da lontano: chi si ricorda oggi che parte di quel che sta accadendo è il frutto di una legge elettorale vista dai più come la panacea di tutti i mali, quella dell’elezione diretta del sindaco, cui si delegarono tutti i poteri convinti che un uomo solo libero dai lacciuoli dell’iter democratico risolvesse tutti i problemi? I problemi sono rimasti e i cittadini si sono allontanati dalla funzione della loro responsabilità trasformati prima in “utenti” poi in “clienti” bruciando anche quel capitale istituzionale, civile, politico e culturale rappresentato dalle assemblee elettive: consiglieri comunali prima davvero preparati ed espressione diretta dei cittadini e dei loro bisogni, ridotti oggi a passacarte che considerano lo scranno ottenuto grazie a un listino bloccato un “posto” da tener ben stretto e fare fruttare in modo clientelare. Dice l’ex dirigente Pci ed ex direttore dell’Unità Emanuele Macaluso: “Se si vuole dare un taglio alla personalizzazione, al clientelismo, all’antipolitica, si cominci con la modifica di questa legge: il candidato sindaco dovrebbe essere espresso solo da una lista con cui si identifica politicamente e programmaticamente”. Sarebbe una “controriforma”? No, solo un passo dettato dal buon senso. Renzi, il suo governo e il suo Pd, fanno orecchie da mercante. Idem altri leader e altri partiti. Anzi, il premier-segretario chiama alla Crociata del referendum di ottobre per la “sua” riforma costituzionale, rottamando il Senato convinto che la strada giusta sia quella della semplificazione del potere, della democrazia del leader – dal sindaco al premier – lasciando agli italiani il… “diritto” di votare ogni 5 anni per dare l’investitura al capo, o del municipio o di Palazzo Chigi. E’ la democrazia del “comando solitario”. Stimolante. Ma anche utile per il Paese? In campagna elettorale Renzi ha insistito nel tenere distinto il voto per i sindaci dal suo governo. Ha ragione. Ma c’è un filo che lega la stessa logica, ambigua quanto rischiosa: la concezione della democrazia “personale” che, come insegna la storia, non porta mai bene allontanando i cittadini anche dalle urne. In queste elezioni il peso delle astensioni assume così un significato politico, quanto meno da valutare per una pausa di riflessione.
