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Politica
Elezioni Ue, Italia in ostaggio dei taxi e sulla concorrenza la politica tace
La protesta dei tassiti a Roma

Taxi/ Alla vigilia dell’elezione del nuovo Parlamento europeo il tema della concorrenza (o la sua negazione) dovrebbe essere un tema dirimente e qualificante. Commento 

Non ce l’ho con i taxisti; né con quelli di Milano, né con quelli di Roma. Ce l’ho con un Paese che non accetta la concorrenza e subisce il ricatto di una categoria che ha le sue necessità, che purtroppo non coincidono con le priorità dei cittadini residenti, così come quelle dei cittadini viaggiatori. E Dio sa quanto dovremmo renderci ospitali verso i turisti.

Non mi convince nemmeno la vulgata secondo la quale i sindaci delle grandi città sono ostaggio di una categoria in grado di mettere in ginocchio il trasporto locale. Se il concessionario diventa più forte di chi mette a gara la concessione, vuol dire che siamo piombati in una crisi irreparabile che ci allontana da tutto il mondo civile. In Europa Uber è ovunque, sia dove è dichiarato pacificamente legale (come in Gran Bretagna), sia dove è tollerato in un limbo del diritto che non evita il servizio (dall’Olanda alla Germania).

LEGGI ANCHE: Taxi, il vertice con Salvini non convince i tassisti: sciopero il 21 maggio

Che in Italia ci sia un problema con la concorrenza non lo scopriamo oggi. E non solo sul fronte dei taxisti. L’annosa questione delle licenze balneari dimostra una incapacità di affrontare e risolvere una questione che ci rende unici in Europa, nonostante l’ultimatum lanciato ai Comuni dal massimo organo della giustizia amministrativa italiana, il Consiglio di Stato. Lo scontro sulle concessioni demaniali marittime è tutto naturalmente politico, prima che economico e giuridico. E riguarda il consenso di una parte importante del settore del turismo, che occupa in Italia decine di migliaia di persone e coinvolge, secondo Unioncamere, 6.823 stabilimenti, responsabili di ben 29.689 concessioni.

Se Marco Bentivogli dichiara al Corriere della Sera che “poche migliaia di taxisti hanno più peso politico dei lavoratori dell’industria” vuol dire che rappresentanza e rappresentatività sono andate in tilt e che le Istituzioni non sono in grado di gestire i problemi, e preferiscono farsi follower: non basta rammentare il tramonto della leadership a tutto vantaggio della followership, c’è una incapacità a creare le condizioni della vita comune.

E non c’è nemmeno un nemico politico chiaro. La direttiva Bolkenstein - quella che dovrebbe rimuovere il monopolio delle licenze balneari - è stata di fatti osteggiata, frenata, disattesa da tutti i Governi che si sono succeduti negli ultimi anni in Italia. Non è un problema solo della destra paladina delle rendite degli attuali concessionari. Così come non si possono assolvere i sindaci “di sinistra” - a Milano come a Roma - perché non sanno opporsi allo strapotere dei taxisti, che dopo lo “sciopero” del 21 maggio tornano alla protesta alla vigilia del voto europeo: il 5 e il 6 giugno (con la sola eccezione di una sigla sindacale che si è dissociata dall’ennesimo blocco nelle città).

Il “Financial Times” ha titolato: “Italian cabbies fight reforms”. Come dargli torto? Ma soprattutto come sopportare che nessuno difenda quelle riforme che dovrebbero farci sentire un po’ più europei? Non perché tutto l’europeismo sia buono e necessario, ma perché spesso ci vorremmo specchiare nelle abitudini e nelle libertà manifestate oltre le Alpi, quando avvertiamo tutta l’asfissia di quanto accade al di qua della catena montuosa.

Alla vigilia dell’elezione del nuovo Parlamento europeo il tema della concorrenza (o la sua negazione) dovrebbe essere un tema dirimente e qualificante. Ma non mi pare di aver sentito parole chiare in questa campagna elettorale. Soprattutto non dovremmo arrenderci alla risposta di un taxista, che, di fronte alla sacrosanta lamentela di un utente sfinito da una attesa di oltre mezz’ora in fila alla Stazione Termini di Roma, replica con arroganza: “Perché, lei all’ufficio postale non si mette in coda e aspetta?”.






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