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Emilia: flussi e motivi della sconfitta.Perché Salvini e la Lega hanno perso

Cosa dicono gli elettori di cdx. I motivi inediti della sconfitta. Cosa non troverete sui giornali e perché Salvini ha perso ma la sfida ora per lui è…

Emilia: flussi e motivi della sconfitta.Perché Salvini e la Lega hanno perso

“I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”, diceva il filosofo Ludwig Wittgenstein. Il motto vale sempre. Anche per chi era in lizza alle ultime amministrative dell’Emilia Romagna e per gli analisti politici.

 

Per due giorni siamo andati a caccia del sentimento diffuso tra gli elettori del centro-destra emiliano, tra città e periferie: perché si aspettassero un successo che non è arrivato. 

“Avrei giurato che ce l’avremmo fatta”, racconta Umberto in un bar vicino piazza Saffi a Forlì. La Lega nel 2019 è stata il primo partito in città, vincendo le amministrative con il 24,24% dei voti. Alle Regionali ha guadagnato ben 6 punti percentuali, passando al 30,54%, ma ha perso sul Pd. C’è chi come Carlo della provincia di Modena spiega di aver intuito la sconfitta vedendo i seggi strapieni domenica: “lì ho capito che c’erano i loro, non c’era niente da fare. Un cambiamento lo vedranno i miei figli, forse”, ripete sconsolato. Mauro racconta di aver parcheggiato con difficoltà l’auto, talmente era affollata la strada vicina al suo seggio di Bologna. “Un vecchietto che usciva mi ha guardato in faccia dicendo: ‘io il mio dovere l’ho fatto!’, con un’aria da stato d’emergenza”. Bisognava fermare il “mostro” Salvini. “Lì ho avuto il dubbio che qualcosa non andasse”, racconta. Felice, sempre di Bologna, dove la sinistra è stata più forte che altrove, spiega perché se l’aspettava: “Bonaccini ha fatto la mossa più intelligente: oscurare il Pd. Per molti cambiare è stato considerato un salto che non valeva la pena fare. Meglio tenersi lui”.

 

Tra scoramento e delusione da giorni gli elettori si interrogano sollevando anche gli stessi quesiti degli analisti. Ma guardando i flussi elettorali e analizzando la campagna leghista si possono trovare note inedite degne di interesse sia per gli estimatori della Lega sia per i detrattori. La vittoria in Emilia Romagna è in primis di Stefano Bonaccini che stacca di 8 punti percentuali Lucia Borgonzoni. Un margine troppo alto per far pensare ad un gara davvero giocata.

 

Entrambi i candidati hanno preso più voti della somma delle liste che li sostenevano (per Bonaccini 155.260 in più, per Lucia Borgonzoni 32.885 in più). Ma l’affermazione del governatore Pd è dovuta soprattutto all’assottigliamento verticale del M5S e alla scelta netta di molti elettori grillini di votare Bonaccini e non il proprio candidato. Secondo l’Istituto Cattaneo di Bologna sarebbero stati il 71,5% degli elettori grillini a Forlì, il 62,7% a Parma, il 48,1% a Ferrara. Numeri significativi che marcano una svolta: il movimento di Beppe Grillo, nato in Emilia e fatto da un corpo elettorale che prevalentemente in regione ha sempre votato a sinistra, è tornato alla casa madre, al Pd. E da qui la partita si è chiusa ancora prima di iniziare.

 

In questa fase storica la sinistra unita è difficile da battere in territori come l’Emilia Romagna, dove ha una base sociale radicata, fatta di storie personali e interessi profondi. Una rete di potere che nel tempo si è fatta più sottile ma che ha mantenuto il suo tessuto connettivo. Quello che ancora collega pubblica amministrazione, settori imprenditoriali d’eccellenza, cooperative, banche, istituzioni dello Stato e che avvolge con una patina protettiva un sistema di potere che si diffonde nella società per cerchi concentrici di interessi, arrivando anche a quelli popolari.

 

Nella politica del nostro tempo fatta con organizzazioni elettorali leggere (da “One man show”, per capirci) è difficile scalfire in poco tempo un moloch simile. Servirebbe radicamento territoriale e volontà di intercettare gli interessi reali della popolazione costantemente. Che tradotto vuol dire tempo, denaro, strutture pesanti, campagne elettorali locali che durano almeno un anno: cose che nessuno può permettersi attualmente in Italia. Matteo Salvini è una miracolosa macchina da voti, che ha portato in pochi anni la Lega da 3% al 17% e poi al 33%, ma non basta per battere la sinistra in Emilia che ha sul territorio un potere consolidato in 75 anni di amministrazione chiusa, trasferita a tal punto da padri in figli, dai nonni ai nipoti, da risultare soffocante.

 

C’è chi, tra gli analisti, imputa la sconfitta alla campagna dai toni troppo aspri del leader leghista, che così avrebbe involontariamente avallato la “mostrificazione” fattane dagli avversari, in primis il cosiddetto movimento delle Sardine, composto da elettori di sinistra. Il movimento ha sicuramente convinto a recarsi ai seggi chi nelle tornate precedenti non c’era andato. Ma dall’analisi dei flussi, è evidente che la loro discesa in campo è stata affiancata dal voto della sinistra radicale fino ai centri sociali, che non hanno votato per i soliti gruppuscoli di estrema sinistra, presenti con liste autonome alle elezioni, ma direttamente Bonaccini.

Salvini era costretto ai toni accesi, per trascinare ai seggi i propri elettori, convincendoli che si trattasse di una sfida nazionale, per far cadere il governo, e non di una semplice partita locale. Il leader leghista ha battuto palmo a palmo la regione spingendosi anche nei più piccoli Comuni per ripetere “ai suoi” il “mantra” della spallata al governo. Così ha mosso anche la sinsitra ma in una partita solo regionale, visti i numeri in campo e gli assetti di potere reale, non ci sarebbe stata neanche la possibilità di sperare su una contesa lontanamente alla pari. 

 

Altra critica: la debolezza del candidato Lucia Borgonzoni. A detta di molti analisti un candidato con un curriculum dalla maggior esperienza amministrativa, una sorta di Luca Zaia per capirci, avrebbe maggiormente convinto gli elettori emiliani al voto leghista. Ma anche qui, guardando i flussi, il discorso ha poco senso. Dato lo scenario descritto anche un candidato più forte non sarebbe riuscito a recuperare sull’avversario 8 punti percentuali. 

 

Spostano poco e sono ugualmente deboli le altre critiche: quella sulla scampanellata di Salvini al Pilastro e i riferimenti alla drammatica inchiesta sui bambini a Bibbiano. La citofonata alla famiglia tunisina per chiedere dello spaccio presunto avrà anche messo a disagio chi ha rilevato l’evidente forzatura ma ha raccolto il consenso di chi nelle periferie non ha mai visto un politico di peso interessarsi a problemi concreti. 

 

Si parla poi da giorni del crollo della Lega a Bibbiano ma è un falso. La Lega alle amministrative del 2019, prima che esplodesse l’inchiesta giudiziaria, non era neanche riuscita ad eleggere un consigliere in Comune. Alle Europee del 2019 si è attestata al 29,69% e alle attuali regionali al 29,46%, confermando il proprio elettorato, non sfondando quello del Pd. Ma sembra il minimo.

Ci si sarebbe aspettati una chiusura a riccio degli abitanti del piccolo Comune, assurto a simbolo negativo. E invece no, non è avvenuto.

 

Ora la partita resta in mano al leader leghista. Se vuole spostare il perimetro del suo linguaggio più in là. Ha stabilito in tempi rapidissimi un feeling potente con milioni di italiani che lo votano. Si tratta di capire se questo feeling si tradurrà in un messaggio più complesso ed evolverà al di là della campagna elettorale permanente a cui ci ha abituati. Sta tutta qui la sua sfida: se riuscirà ad essere più appetibile per i ceti riflessivi e moderati, come venivano chiamati una volta, che restano uno dei motori dell’Italia e che ancora vedono altrove un meno peggio da non buttare al macero.

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