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Ex Ilva, Meloni incassa i fischi con nonchalance, ma sette governi in vent’anni non hanno salvato Taranto dall’impasse

Il governo Meloni eredita un dossier incenerito da vent’anni di promesse. Sette governi, ma Taranto resta ancora al palo

Ex Ilva, Meloni incassa i fischi con nonchalance, ma sette governi in vent’anni non hanno salvato Taranto dall’impasse

Ex Ilva, Taranto non fischia solo Meloni: vent’anni di rinvii hanno trasformato l’acciaio in un labirinto senza uscita

I fischi sono arrivati venerdì sera, allo stadio Iacovone di Taranto, mentre sul palco il commissario dei Giochi del Mediterraneo ringraziava Giorgia Meloni. Alcuni esponenti dei collettivi “No Ilva” hanno contestato la premier, mostrando cartelli con una scritta che non lascia spazio alle interpretazioni: “Ilva is the killer”. E lei non s’è offesa, né scomposta. La presidente del Consiglio ha riconosciuto le ragioni della protesta, spiegando di comprendere “perfettamente” il dissenso di chi vive a Taranto e promettendo che il governo continuerà a lavorare sul dossier e annunciando un nuovo tavolo nei prossimi giorni per esaminare le manifestazioni di interesse sul futuro dello stabilimento.

Ma sarebbe miope leggere quei fischi come la semplice ed ennesima contestazione alla premier di turno. La rabbia di Taranto ha una memoria molto più lunga e attraversa, trasversalmente, sette governi: dal governo Monti – quando nel 2012 esplose il caso giudiziario e ambientale dell’Ilva – fino all’attuale esecutivo Meloni, passando per i governi Letta, Renzi, Gentiloni, Conte e Draghi. Sette governi, maggioranze differenti, formule politiche opposte e un’unica costante: nessuno è riuscito finora a consegnare alla città una soluzione definitiva capace di tenere insieme produzione, occupazione, ambiente e salute.

Il governo Monti

La crisi entra nella sua fase più drammatica nel 2012, sotto il governo di Mario Monti, quando la magistratura di Taranto sequestra gli impianti nell’ambito dell’inchiesta “Ambiente Svenduto”, portando al centro del dibattito nazionale il rapporto tra la produzione siderurgica e i danni ambientali e sanitari. Lo Stato interviene con il commissariamento straordinario e con una successione di decreti e piani ambientali, mentre il governo Letta prima e quello Renzi poi cercano di mantenere in piedi uno dei principali poli industriali del Paese. Nel frattempo, però, il problema non si risolve: si moltiplicano gli interventi emergenziali e le promesse di risanamento, ma Taranto resta sospesa tra la necessità di produrre acciaio e quella, altrettanto inderogabile, di ridurre l’impatto dello stabilimento sulla città.

Con il governo Gentiloni arriva quella che sembra la svolta destinata a chiudere la lunga stagione dell’emergenza. Nel 2018 il gruppo franco-indiano ArcelorMittal si aggiudica gli impianti e promette investimenti, rilancio della produzione e completamento del piano ambientale. È l’ennesimo tentativo di trasformare l’ex Ilva da problema nazionale in impresa industriale competitiva. Ma l’intesa si incrina rapidamente. Pesano gli investimenti, i livelli occupazionali, la produzione e soprattutto la controversia sullo scudo penale. Con il governo Conte la relazione con ArcelorMittal precipita fino alla crisi dell’accordo, mentre il futuro dell’acciaieria torna nuovamente nelle mani dello Stato.

L’era Draghi

Nel 2021, sotto il governo Draghi, Invitalia entra nella gestione attraverso una partecipazione pubblica destinata a rafforzarsi progressivamente. Anche questa volta, però, il risultato non è quello sperato. Arriva infine il governo Meloni, che eredita un dossier già incancrenito e nel 2024 riporta l’ex Ilva in amministrazione straordinaria. Oggi Acciaierie d’Italia è nuovamente sotto controllo pubblico, alla ricerca di un investitore in grado di rilanciare lo stabilimento e di affrontare contemporaneamente il gigantesco capitolo della transizione industriale e ambientale.

La fotografia attuale è impietosa. A fronte di circa 9.700 addetti complessivi, quasi 4.500 lavoratori sono interessati dalla cassa integrazione straordinaria, la cui proroga dovrebbe coprire fino a marzo 2027, mentre le risorse pubbliche destinate a sostenerla sono già indicate come in esaurimento. Dei quattro altoforni di Taranto ne resta operativo uno soltanto e la produzione è ai minimi storici. Anche un eventuale progressivo riavvio degli impianti, secondo le valutazioni tecniche citate dal ministero, non garantirebbe nell’immediato un aumento significativo dell’output. Sul fronte della vendita, intanto, si continua a trattare con potenziali investitori, tra cui Bedrock Industries e Flacks Group, mentre resta coperta da un accordo di riservatezza la posizione di un terzo operatore estero. Il futuro industriale dello stabilimento, insomma, rimane ancora tutto da scrivere.

La salute

E poi c’è la questione che a Taranto pesa più di ogni piano industriale: la salute. I dati citati dai sindacati segnalano aumenti dei casi di tumore tra i lavoratori dello stabilimento e una crescita dell’incidenza tumorale infantile nei quartieri maggiormente esposti alle emissioni industriali, come Tamburi e Paolo VI. Sono dati che richiedono, naturalmente, di essere valutati con rigore scientifico e nel loro corretto contesto epidemiologico, ma spiegano anche perché per una parte della città l’ex Ilva non sia soltanto una questione di acciaio, posti di lavoro e competitività. È una questione che tocca direttamente la qualità della vita e la fiducia nelle istituzioni.

L’ex Ilva è il grande irrisolto dell’industria italiana proprio perché nessuno dei sette governi che si sono trovati a gestirne una fase cruciale – Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi e oggi Meloni – è riuscito a chiudere il cerchio.

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