Giorgia Meloni punta a riprendersi Taranto con i Giochi del Mediterraneo, ma la città non perdona
C’è una frase che il commissario straordinario dei Giochi del Mediterraneo, Massimo Ferrarese, ripete da mesi come un mantra, e che ha pronunciato di nuovo la sera dell’inaugurazione, davanti a Mattarella, Meloni e ai capi di Stato di 26 Paesi: gli impianti costruiti per Taranto 2026 non dovranno diventare “cattedrali nel deserto”. Ventisette milioni di euro spesi in fretta, 45 cantieri per un valore di 275 milioni, sette anni di lavori compressi in due anni e mezzo: la corsa contro il tempo, dice Ferrarese, è vinta. La sfida vera comincia quando i riflettori si spengono, il 4 settembre: bisognerà far vivere stadi, piscine e palazzetti anche dopo le due settimane di gare.
È una frase sincera, e probabilmente giusta. Ma detta a Taranto suona anche come una involontaria autocitazione della città. Perché a poche centinaia di metri dallo stadio Iacovone tutto illuminato, la cattedrale nel deserto esiste già, e si chiama ex Ilva: un impianto che dà lavoro (quando lo dà) a migliaia di persone in cassa integrazione, che nessuno riesce a rilanciare né a chiudere del tutto, e che da vent’anni oscilla tra promesse di bonifica e proroghe. Una distanza che la città ha misurato, a modo suo: fischi per Giorgia Meloni, standing ovation per Sergio Mattarella. Una contestazione che si è ripetuta due volte nel corso della cerimonia. Fuori e dentro lo stadio, alcuni attivisti indossavano magliette con scritte dirette: “Vogliamo verità”, “Ilva is killer”. Sul palco, intanto, si celebrava “il mito che diventa futuro”. Qualcosa, è evidente, non va.
La replica di Meloni
A margine della cerimonia, la premier è tornata sui fischi ricevuti senza minimizzarli. “Comprendo perfettamente le ragioni di chi, qui a Taranto, esprime il proprio dissenso, e garantisco che sull’ex Ilva il governo sta facendo e continuerà a fare tutto quello che è in suo potere”, ha detto. Ha definito il dossier “una questione complessa che si trascina da decenni“, aggiungendo che “tutti noi siamo consapevoli di quanto sia difficile individuare una soluzione”. Meloni ha ribadito che il futuro dello stabilimento resta “tra i principali dossier al centro dell’attenzione del governo” fin dal suo insediamento, promettendo che il tavolo tornerà a riunirsi “nei prossimi giorni” per valutare le manifestazioni di interesse sull’assetto dell’impianto.
Ha però rinviato a settembre – dunque a Giochi conclusi – il confronto diretto che le associazioni di categoria avevano chiesto proprio in concomitanza con l’evento. “Non rinunciamo a credere in un futuro di sviluppo, lavoro e sostenibilità per questa città”, ha concluso. Una risposta che riconosce il problema ma non lo risolve nell’immediato: la stessa dinamica, di fatto, che Taranto vive da vent’anni sull’ex Ilva.
I numeri, messi vicini, raccontano la sproporzione. Per i Giochi lo Stato ha stanziato circa 200 milioni di euro, arrivati in tempo per l’inaugurazione. Per l’ex Ilva, il governo ha messo sul piatto 100 milioni per accompagnare la cessione e altri 20 milioni per cassa integrazione e formazione nel biennio 2025-2026 – fondi che, secondo i sindacati, sono “ad esaurimento” e che riguardano fino a 4.450 lavoratori, di cui 3.800 solo a Taranto. Mentre lo stadio Iacovone riapriva scintillante, il tavolo tra azienda e sindacati sull’ex Ilva si chiudeva a più riprese senza accordo. E mentre le delegazioni di 26 Paesi sfilavano sotto i droni della cerimonia, la Corte d’appello di Milano ha fissato al 28 ottobre lo stop dell’area a caldo dello stabilimento per la presenza di amianto – una data che arriverà appena due mesi dopo la chiusura dei Giochi.
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Sul fronte industriale qualcosa si muove, ma lentamente: una cordata italiana guidata da Federacciai, con nomi come Arvedi, Duferco e Marcegaglia, ha presentato una manifestazione di interesse per gli impianti dell’ex Ilva – esclusa proprio l’area a caldo di Taranto, quella sotto sequestro giudiziario. Si aggiunge alle proposte già depositate dal colosso indiano Jindal e dal fondo americano Flacks. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso parla da mesi della necessità di un “piano straordinario per Taranto”. Ma è un cantiere che, a differenza di quelli sportivi, non ha una data di consegna.
Ferrarese, va detto, non ha mai nascosto la questione: nel discorso inaugurale ha ricordato che “Taranto non è solo Ilva”, rivendicando per la città un ruolo di ponte diplomatico e culturale nel Mediterraneo, oltre lo stigma industriale. È un messaggio che la città, in parte, ha accolto: il sold-out dei biglietti e l’entusiasmo per la cerimonia lo confermano. Ma, per una parte di Taranto, la festa dello sport e la ferita dell’acciaio restano, inevitabilmente, la stessa notizia.

