Politica
Separazioni e divorzi, stop all'assegno di mantenimento "illimitato" e svolta sulle cure sanitarie: ecco come rimettere al centro il principio di bigenitorialità
I dettagli di una proposta di legge che punta a garantire l’effettivo esercizio del ruolo di padre o madre anche dopo la separazione o il divorzio

Il nostro ordinamento riconosce formalmente il principio della bigenitorialità, ma sappiamo bene che, nella pratica, questo principio viene spesso disatteso... Il commento
Ci sono momenti dell’anno in cui alcune fragilità sociali diventano più visibili. Le festività, con il loro forte richiamo alla famiglia, alla presenza e alla condivisione, sono uno di questi. Proprio in tali periodi la condizione di molti padri separati emerge con maggiore fragilità: uomini che vivono una distanza non solo fisica ma anche relazionale dai propri figli e che, spesso, si trovano a fronteggiare difficoltà economiche, psicologiche e sociali profonde.
È partendo da questa realtà - che non può e non deve essere ignorata - che ho ritenuto necessario presentare in Senato una proposta di legge A. S. 1449 volta a garantire l’effettivo esercizio del ruolo di padre o madre anche dopo la separazione o il divorzio, nella convinzione che il tema di garantire il diritto alla genitorialità non sia una battaglia di parte, ma una questione che riguarda l’equilibrio della nostra società. Questa proposta nasce per tutelare innanzitutto i figli. Nasce dall’esigenza di riportare al centro il loro benessere, che passa imprescindibilmente dalla possibilità di mantenere un rapporto significativo, continuativo e sereno con entrambi i genitori. Il nostro ordinamento riconosce formalmente il principio della bigenitorialità, ma sappiamo bene che, nella pratica, questo principio viene spesso disatteso. Il genitore non convivente - nella maggior parte dei casi il padre - rischia di essere progressivamente marginalizzato, fino a perdere un ruolo attivo nella vita quotidiana dei figli.
Uno dei punti centrali della proposta riguarda il mantenimento dei figli maggiorenni. Oggi assistiamo a situazioni in cui l’obbligo economico si prolunga per molti anni, talvolta ben oltre un’età ragionevole, senza che vi sia un reale percorso verso l’autonomia. Bisogna, perciò, introdurre un limite chiaro in cui far cessare il mantenimento – nel testo proponiamo il compimento dei 26 anni, salvo i casi di disabilità accertata. Non si tratta di abbandonare i figli o di sottrarsi ai doveri di genitore, ma di riaffermare un principio di equilibrio e di responsabilizzazione per i giovani, evitando che l’assegno si trasformi in un vincolo indefinito che grava su un solo genitore.
Un altro aspetto rilevante riguarda l’assegno divorzile. La proposta prevede che esso possa essere riconosciuto solo in presenza di uno stato di bisogno non imputabile all’ex coniuge e che abbia una durata massima di tre anni. Questa scelta si colloca in linea con l’evoluzione della giurisprudenza e supera l’idea del matrimonio come garanzia economica a vita. Il matrimonio è un progetto affettivo e familiare, non un contratto previdenziale, e la sua fine non può tradursi automaticamente in un obbligo economico perpetuo.
Particolarmente delicato è il tema della continuità del rapporto genitore-figlio in presenza di denunce per violenze familiari che non comportino lesioni fisiche. In questi casi, fino a quando non intervenga un provvedimento dell’autorità giudiziaria, la proposta prevede che il genitore denunciato possa continuare a incontrare la prole in modalità protetta, con il supporto dei servizi sociali. L’obiettivo non è minimizzare la gravità delle accuse, ma evitare che una semplice denuncia, prima ancora di qualsiasi accertamento, determini la cancellazione di un legame fondamentale, con conseguenze spesso irreversibili per i minori.
La proposta interviene anche su aspetti concreti della quotidianità, come le scelte sanitarie. Ciascun genitore, durante il periodo in cui il figlio si trova con lui, deve poter agire celermente in caso di necessità mediche, senza che questo diventi terreno di scontro o di paralisi decisionale, fermo restando il dovere di informare l’altro genitore in modo completo e tempestivo. Questa iniziativa legislativa non pretende di offrire risposte semplici a problemi complessi, né ignora la pluralità delle situazioni familiari. Vuole, però, aprire un confronto serio, libero da pregiudizi ideologici, su un tema che riguarda migliaia di famiglie italiane. Parlare di padri separati non significa contrapporli alle madri, ma riconoscere che l’equilibrio familiare passa dal rispetto reciproco dei ruoli, delle responsabilità e dei diritti.
Occorre scardinare l’idea che un figlio sia proprietà esclusiva di un singolo genitore o, peggio ancora, dello Stato. È necessario ribadire in ogni sede la necessità del coinvolgimento di entrambi i genitori nel percorso affettivo ed educativo, poiché l’amore di madre e padre costituisce un diritto fondamentale del bambino. Anche dopo la fine della coppia, va tutelato con convinzione il diritto dei figli a mantenere rapporti affettivi equilibrati con entrambi. Perché, al di là di ogni schieramento, bisogna sempre salvaguardare l’interesse preminente del minore; ma, in una visione più ampia, anche la necessità intima di ciascuno a continuare ad avere relazioni autentiche con tutti i membri dell’originario nucleo familiare. Quando si rompe una coppia non è necessario disintegrare l’intera famiglia.
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*Coordinatore nazionale del Dipartimento tutela vittime di Fratelli d’Italia
