di Ernesto Vergani
Dall’entusiasmo del viaggio negli Stati Uniti dove il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha citato a ogni piè sospinto innovazione e futuro (sinonimi di liberismo e capitalismo?) alla visita a Napoli dove ha definito la bonifica di Bagnoli “la più grande opera di recupero ambientale della storia italiana” (contestata in modo anti democratico da antagonisti che hanno ferito 14 agenti di polizia).
In mezzo – o sintesi delle due situazioni? – le intercettazioni dell’ex ministra dello Sviluppo economico, Federica Guidi, che rappresentano il governo come un centro di potere i cui componenti si odiano e diffidano l’uno dell’altro. Il denominatore di tutto ciò è la solitudine di Renzi, che fa di se stesso il megafono di un cambiamento pragmatico trasversale: dall’innovazione all’economia, dall’ambientalismo del fare alla politica. Solitudine del capo, appunto, che probabilmente è la causa delle divisioni nel governo.
E in un certo senso, facendo una lettura di stretta disciplina manageriale, ha ragione Gianni Cuperlo a dire, come ha fatto nella direzione del Pd di lunedì scorso, che Renzi non ha la statura del leader: questi è colui che attrae ma al contempo delega e unisce i membri della propria squadra. Da che mondo è mondo il potere è un ambito fondo e per certi versi fine a se stesso.
Le conclusioni apparentemente improvvise di esperienze di governo (Craxi, D’Alema Berlusconi) diventano chiare se si fa un’analisi della politica come la forma più alta, quasi un’arte, con caratteristiche misurabili (autore, contesto, destinatari…) fatta da uomini con qualità anch’esse stimabili (cultura, intelligenza, intelletto…). Se mancano visione certa e uomini speciali che la realizzano, la politica fa poca strada e diventa banale (come la solitudine del potere). Ernesto Vergani

