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Politica
Governo, l'imperdonabile errore del Partito Democratico

Non sono mai stato di sinistra. Ho sempre avuto, per il Pci, lo stesso amore che hanno le aragoste per l’acqua bollente. Né i miei sentimenti sono molto cambiati, quando lo squalo ha cominciato a somigliare sempre più ad una medusa cattocomunista. Quando cioè sono passato dalla paura ad un tendenziale disprezzo. E tuttavia, in questo dramma politico che si è dipanato nell’arco di più di mezzo secolo, c’è sempre stata una riserva riguardo agli ingenui. Qui bisogna essere chiari.

Che quella di Stalin fosse un’orrenda e sanguinaria dittatura, gli alfabetizzati lo hanno sempre saputo. E proprio per questo, non si poteva perdonare agli intellettuali di essere comunisti o – ad andar bene – paracomunisti. A loro non mancava la luce per vedere qualcosa, mancava il coraggio – e l’onestà – di aprire gli occhi. Spesso, che se lo confessassero o no, erano di sinistra anche perché essere di sinistra offriva dei dividendi. Ci si sentiva con i più e non con i meno, ci si sentiva protetti invece che vittime predestinate dei conformisti, e non si era messi d’ufficio fra i cattivi dagli “incontestabili buoni” di sinistra. Se infine si apparteneva alla cosca giusta, si ottenevano buone recensioni, incarichi di parastato, si faceva strada nel cinema, nel teatro, nella letteratura, mentre a non essere di sinistra si rischiava la morte civile. Inclusa quella intellettuale ed artistica.

Ma ciò non impedisce che milioni di persone semplici, spesso ignoranti, o comunque profondamente disinformate, siano cadute nell’inganno degli slogan. “Sono un lavoratore, come potrei non essere per il partito dei lavoratori?”. “Il capitalismo prospera perché ha come molla il profitto dei primi, come potrei io, che faccio parte degli ultimi, non essere per il partito degli ultimi, dei proletari?” Mille motivazioni sommarie di questo genere, se pure mi davano il voltastomaco intellettuale, mi spingevano a rispettare, se non il partito comunista, almeno una parte dell’elettorato comunista. Esattamente come, da perfetto miscredente, ho un grande rispetto per il cattolico fervente e informato. Questa è gente che, se pure su una base intellettualmente sbagliata, ha nobili spinte verso l’ideale. Un ideale non spregevole di umanità, di giustizia, di uguaglianza.

La storia di questa sinistra, dopo essere passata da una Via Crucis di sigle e scissioni, è approdata al Partito Democratico, guidato da Nicola Zingaretti. Che tristezza. Non soltanto si è passati dai grandi ideali di rinnovamento sociale, quando non di rivoluzione, alla custodia della “roba”, ma questa mentalità verghiana non si manifesta con l’energia di un Mastro Don Gesualdo, ma con la trepida acidità di Arpagone. Un cinico Arpagone avvinghiato alla sua “cassetta” e che, per proteggerla, venderebbe sua madre.

Ecco perché parlo di tristezza. Lasciamo da parte il dubbio se convenisse o no al Pd allearsi col M5s, nell’estate dello scorso anno. Ammettiamo pure che, sul momento, la convenienza sia stata quella di andare al governo, dopo aver perso le elezioni. Ma qui doveva anche nascere una preoccupazione più seria: quale poteva, quale doveva essere il seguito della storia? Se il Pd avesse avuto l’energia di imporre ai Cinque Stelle il punto di vista postcomunista, fino a fare di quel partito il suo junior partner, l’operazione sarebbe stata un successo. O, quanto meno, l’Italia avrebbe avuto un “governo di sinistra”. Che poi piacesse ai più è da vedere, ma certo sarebbe piaciuto alla sinistra. E se i Cinque Stelle – pure sotto la minaccia delle urne – si fossero ribellati, il Pd sarebbe potuto uscire dai palazzi del potere a testa alta: “Non abbiamo ammainato la bandiera. Ci siamo alleati con i Cinque Stelle per realizzare il nostro programma, ci hanno detto di no, e allora andiamo alle urne”.

In ambedue i casi - governo di sinistra o rottura e ritorno alle urne - per il Pd sarebbe andata bene. Sarebbe rimasto il grande partito che era, magari vendendo illusioni, ma ogni partito ha l’anima che ha. Invece è avvenuto il contrario. Il Pd è sembrato procedere costantemente a marcia indietro, concedendo tutto ciò che veniva richiesto dal M5s: dall’abolizione della prescrizione al taglio di parlamentari, per non parlare di follie politico-economiche come il reddito di cittadinanza. E ciò senza ottenere nulla in cambio, se non promesse regolarmente disattese. Promesse che hanno ridicolizzato il partito che fu di Togliatti. E di Stalin.

Nelle condizioni attuali c’è il rischio che l’elettorato di sinistra si accorga di una verità semplice e devastante: il partito del proletariato ha venduto la sua anima. E potrebbe punirlo, mandandolo a fondo insieme col suo socio scervellato, il Movimento. Ma mentre questo era destinato dalla sua stessa natura alla pattumiera della storia, la spinta di sinistra è eterna, e male ha fatto il Pd a dimenticarla, a trascurarla, a tradirla. Per un piatto di lenticchie.

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