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Politica
Meloni disegna la nuova Italia, l'opposizione sa solo soffiare sulle proteste
Giorgia Meloni, 45 anni, romana. È la prima donna a diventare presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana

Governo Meloni, la luna di miele non c'è e il tempo per contrastare le emergenze sta per scadere 

Al neo premier Giorgia Meloni e al suo nuovo governo di destra-centro non sarà concessa la tradizionale luna di miele per la fase iniziale di rodaggio. Pur sgangherate, le opposizioni sono già impegnate a contrastare il nuovo esecutivo, su più fronti. Intanto con un attacco culturale, ideologico e persino morale che non ha precedenti. E’ la fase di riscaldamento per poi dare il via alla protesta di piazza imbarcando chiunque, anche chi punta alla destabilizzazione, nella logica del “tanto peggio tanto meglio”.

Questo perché i partiti di sinistra e zone limitrofe sono sotto shock per i risultati delle elezioni politiche del 25 settembre scorso. Per la prima volta dal dopoguerra l’Italia ha un governo marcatamente di destra, con un premier donna leader di FdI, principale partito della coalizione, erede del Msi, partito di chiara ispirazione neofascista. Così è la destra, non la sinistra sorta dalle ceneri del Pci, a fare in Italia la rivoluzione. Con libere elezioni, non con marce sulla capitale di squadristi in camicia nera.

Non restringendo la democratica ma caso mai limitandone eccessi ideologici e interpretazioni di comodo. I discorsi alle Camere per la fiducia della neo Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sono stati la traccia di una svolta politica che, se davvero realizzata, potrà cambiare volto e sostanza all’Italia.

Le opposizioni sono divise e impegnate a rinfacciarsi le cause della debacle e al contempo già plaudono all’avvio di ogni protesta, come quelle degli studenti romani, in attesa che il fuoco divampi. L’obiettivo è chiaro: non dar tempo al nuovo governo di assestarsi, metterlo subito con le spalle al muro, costringerlo ad alzare bandiera bianca. Il forte balzo in avanti nei primi sondaggi post elezioni del partito di Giorgia Meloni (FdI al 28,4% e crollo del Pd al 17% superato anche dal M5S al 17,3) sono la conferma che gli italiani hanno apprezzato la via tracciata alle Camere dalla nuova premier approvandone le prime mosse concrete: ad esempio quella di mettere in linea i partiti alleati e di tenere a bada le opposizioni, dando segnali di cambiamento di rotta su questioni importanti come le scelte passate sul contrasto al Covid e quelle sull’immigrazione clandestina.

Meloni sta passando dalle parole programmatiche ai primi fatti con coerenza superando i solchi ideologici “destra” e “sinistra” e i residui di populismo ancora presenti anche nei partiti alleati. Meloni, intanto a parole (in politica, specie dette dal premier, le parole contano quando indicano il programma di governo) traccia la via per la “nuova Italia”. Lo fa senza ambiguità, senza orpelli demagogici e ideologici, senza fare sconti e senza pagare conti a nessuno: né agli alleati e né ancor meno alle opposizioni. Può piacere o no, anzi a chi fin ora ha sguazzato traendone vantaggi e privilegi personali e di gruppo a danno della collettività mettendo in ginocchio il Paese, non piacerà affatto.

Per ora, le opposizioni non sanno andare oltre il sarcasmo, con battute, meme ed ironia, cioè riproponendo lo stantio dessert della bassa politica. Non è, questa, solo sottovalutazione dell’avversario.  E’ ancor più grave perché c’è l’incapacità di un pensiero politico alternativo. Vanno però compresi, questi delle opposizioni, perché sono stati travolti dal voto, puniti dagli italiani che vedono in altri la speranza, incapaci persino di chiedersi perché. Le elezioni del 25 settembre, premiando la destra di Giorgia Meloni, non sono state il frutto degli italiani che sbagliano ma la scelta degli italiani che “non ne possono più”. Tanto meno sono state, per le opposizioni, un incidente di percorso.

La crisi del Pd è profonda: c’è uno scarto che ne mette a rischio la sua tenuta e le basi ideali, politiche e sociali che lo hanno fatto nascere. L’aria che tira è il solito tran-tran nel ginepraio di regole ad usum delphinidell’ennesimo congresso di rifondazione congressuale, tutt’al più pronti a supportare con le proprie bandiere chi scende in piazza per qualsiasi motivo purchè contro questo governo. Un partito in mezzo al guado, in una sorta di limbo, senza più futuro.

Il tempo non sta per scadere. E’ già scaduto. Le emergenze  del Paese sono tante: guerra, energia, pandemia, bollette, inflazione che a ottobre balza a +11,9% mai così alta dal 1984 e che colpisce aziende, salari, pensioni, risparmi. E’ facile soffiare sul fuoco della protesta addossando tutte le colpe al nuovo governo, anche sotto esame della euroburocrazia Ue e nel mirino di tanti Stati retti da esecutivi di sinistra.

Gli sconfitti alle urne del 25 settembre non lasceranno niente di intentato per far saltare il banco e riprendersi le poltrone su cui stavano seduti da anni, senza il mandato degli elettori. Attenzione, perché anche in politica ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Quel che serve oggi è senso di responsabilità di tutti, nel rispetto dei ruoli, per rimettere in sesto il Paese e non farlo precipitare nel caos.    

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