Hormuz, energia e Ucraina, Fidanza ha le idee chiare. L’intervista al Capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo
Si è chiuso un altro Consiglio europeo molto complesso, tra Ucraina, Medio Oriente e prezzi dell’energia. Ne parliamo con Carlo Fidanza, Capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo e uomo di fiducia di Giorgia Meloni, di ritorno da Bruxelles.
Partiamo dalla guerra e dall’annunciata disponibilità italiana a una missione per garantire la libertà di navigazione a Hormuz
“L’Italia, insieme a Regno Unito, Francia, Germania, Olanda e Giappone, ha voluto raccogliere l’appello degli Stati Uniti a non voltarci dall’altra parte di fronte a un tema che ci riguarda tutti. L’energia, ma anche molte materie prime critiche, che spesso sottovalutiamo ma sono decisive, passano da Hormuz. Ovviamente oggi non ci sono ancora le condizioni di sicurezza per partecipare a una missione con la ragionevole certezza che le nostre navi militari non vengano attaccate dall’Iran, trascinandoci a quel punto in un conflitto a cui – come ha sempre detto Meloni – non partecipiamo e non intendiamo entrarvi. Queste condizioni ci saranno o in caso di fine delle ostilità o di totale distruzione della capacità offensiva iraniana nella zona da parte americana. Se ne riparlerà, intanto lavoriamo per la de-escalation”.
Meloni esprime soddisfazione anche sul fronte del caro-energia. Davvero non si poteva ottenere di più?
“È stato fatto un grande lavoro, che serve a completare con un quadro europeo il lavoro fatto dal governo con il decreto che ha tagliato temporaneamente 25 centesimi sul prezzo del carburante e ha varato un meccanismo anti-speculazione. Mi riferisco in particolare al tema ETS, cioè alle quote di carbonio che rappresentano un extra-costo intollerabile sulle bollette delle nostre famiglie e imprese”.
Però l’Italia ne voleva la sospensione e non l’ha ottenuta…
“Meloni ha avuto il merito di porre il tema con forza, farsi seguire in prima battuta da altri 9 Paesi e ottenere il via libera a provvedimenti nazionali mirati che consentiranno ai Paesi come l’Italia, più esposti alle storture di questo meccanismo, di intervenire per sterilizzarne i costi. E ha ottenuto che la Commissione dovrà presentare una proposta di revisione di ETS entro luglio che, come anticipato dalla stessa Von der Leyen, verrà incontro alle richieste dell’Italia, attraverso ad esempio un’estensione delle quote gratuite per le industrie energivore. Sarà quella l’occasione per mettere mano ad altre questioni che ci stanno a cuore, come l’applicazione di ETS al settore marittimo che sta spostando traffici verso i porti del nord Africa che l’ETS non lo pagano e come la necessità di riservare questo mercato a soggetti industriali e non a fondi finanziari speculativi. La sinistra che difende il feticcio ETS finisce col difendere la speculazione”.
Però Orbán stavolta non siete riusciti a convincerlo e il prestito di 90 miliardi all’Ucraina non si sblocca…
“Orbán ha ragione quando pone la necessità di riparare l’oleodotto Druzhba: è una questione di sicurezza nazionale per Ungheria e Slovacchia, che per ragioni geografiche non possono vivere senza gas e petrolio russo. Serve buon senso da parte di tutti, in questo la campagna elettorale ungherese non aiuta”.
Intanto a Bruxelles si lavora per sbloccare l’accordo sui dazi di Trump: ma non si potrebbe aspettare la fine della guerra?
“No, a maggior ragione con un’altra crisi di questa portata in corso, le imprese esportatrici hanno bisogno di certezze. La situazione per gli esportatori italiani ed europei era meglio prima della sentenza della Corte Suprema, perché oggi con dazi uguali per tutti abbiamo perso il vantaggio competitivo verso chi li aveva più alti di noi. Ma rimane l’urgenza di stabilizzare il quadro e siamo anche fiduciosi che, dopo aver risolto brillantemente il problema dei dazi sulla pasta, il nostro governo possa avere un ruolo per risolvere il tema dei dazi su acciaio e alluminio”.
Lei la settimana prossima guiderà una delegazione di FdI al CPAC di Dallas, la convention dei conservatori americani che sarà chiusa come di consueto da Trump. È vero quindi come dice l’opposizione che siete subalterni a Trump?
“Schlein e Conte sono ossessionati dal far litigare Meloni con Trump. Non si capisce francamente quale vantaggio ne trarrebbe l’Italia. La sinistra italiana vive da sempre la politica estera come la scelta del padrone a cui consegnarsi: di norma la Francia, la Germania, la Cina, oppure gli USA a guida democratica. Non accettano che ci sia una premier che ha come unica bussola l’interesse nazionale, il che verso gli USA significa: alleati si, sudditi mai. Ed è quello che diremo ai nostri interlocutori americani negli incontri che avremo a Dallas”.
Intanto oggi chiuderete la campagna per il Sì al referendum a Milano. Sensazioni della vigilia?
“Saremo in piazza con tutto il centrodestra unito per una maratona oratoria per il Sì. Nelle stesse ore si riuniranno i ‘Progresissti per il Sì’, esponenti di sinistra che non hanno ceduto a ricatti e minacce e liberamente sosterranno la riforma, così come faranno tantissimi magistrati liberi dai condizionamenti delle correnti. Questa trasversalità rende merito al coraggio di Giorgia Meloni, che ha portato avanti questa riforma storica tenendo fede al programma elettorale ma non è caduta nel tranello di chi ha cercato di trasformare questo voto in un voto sul governo. Questa riforma è giusta nel merito e serve a tutti i cittadini. Siamo fiduciosi che la maggioranza degli italiani lo comprenderà”.

