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Il centro che manca all’Italia non è moderato. È europeo, liberale e federalista

Da Picierno a Calenda e Marattin, fino all’esperienza degli Europeisti, sta prendendo forma uno spazio politico alternativo ai due poli. Per renderlo credibile non basta riunire alcuni leader: occorre riconoscere e coinvolgere anche quella cultura liberale e federalista che intende il federalismo non come rivendicazione territoriale, ma come un’architettura della responsabilità e dell’efficienza pubblica.

Il centro che manca all’Italia non è moderato. È europeo, liberale e federalista

Non una coalizione elettorale, ma una comunità politica

Qualcosa si sta muovendo nella politica italiana. Sarebbe prematuro parlare della nascita di un nuovo partito, e sarebbe persino sbagliato cercare subito una sigla, un simbolo o una leadership unitaria. Eppure, dopo anni in cui ogni tentativo di costruire uno spazio centrale è stato raccontato come un’operazione personale o parlamentare, oggi si intravede un processo diverso. Chi, come me, ha scelto di impegnarsi in prima persona nella costruzione di un’area liberale e federalista lo osserva non da spettatore, ma da chi è già dentro questo movimento.

L’iniziativa di Pina Picierno, con Spazio Pubblico e il suo approdo nella famiglia europea di Renew, il lavoro politico di Carlo Calenda con Azione, la proposta liberaldemocratica di Luigi Marattin e il percorso avviato da Europeisti.eu stanno facendo incontrare storie diverse attorno ad alcune discriminanti finalmente comprensibili. Non si tratta semplicemente di collocarsi a metà strada tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein. Si tratta di verificare se in Italia esista ancora lo spazio per una proposta europea, atlantica, riformatrice e responsabile, alternativa tanto al sovranismo quanto alle ambiguità del cosiddetto Campo largo.

È significativo che Europeisti.eu abbia scelto di proporsi come una piattaforma aperta ad associazioni, amministratori locali, movimenti civici e culture politiche differenti, e non come l’ennesimo partito costruito a tavolino. Dopo l’incontro di Milano del 15 giugno e l’assemblea di Roma del 18 luglio, il tentativo è quello di far dialogare liberali, popolari, socialdemocratici, riformisti e cittadini che non si riconoscono nell’attuale bipolarismo. È un’impostazione interessante proprio perché non pretende di cancellare le identità, ma cerca di renderle compatibili dentro un progetto comune.

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Il punto decisivo, però, sarà comprendere che il centro non può essere soltanto una posizione geometrica. Non può essere il luogo in cui si raccolgono coloro che non si sentono più a casa altrove, né una sala d’attesa per future alleanze. Deve essere uno spazio politico autonomo, costruito attorno a una visione dell’Italia e dell’Europa.

Essere centrali non significa essere equidistanti su tutto. Significa, al contrario, assumere posizioni nette. Significa stare senza ambiguità dalla parte dell’Europa e dell’Alleanza atlantica, sostenere l’Ucraina, costruire una vera capacità europea di difesa e sicurezza, proteggere le infrastrutture strategiche, rafforzare l’autonomia tecnologica e industriale dell’Unione. Significa credere nell’economia di mercato senza dimenticare la coesione sociale, nella libertà d’impresa accompagnata dalla responsabilità, nella concorrenza insieme alla tutela del lavoro, nella crescita come condizione indispensabile per finanziare un welfare sostenibile.

Significa anche rifiutare l’idea che ogni problema debba essere affrontato con una nuova struttura statale, un nuovo divieto o una nuova spesa improduttiva. Ma significa, allo stesso tempo, non abbandonare cittadini, famiglie e imprese di fronte alle trasformazioni economiche e tecnologiche.

Calenda, Picierno e Marattin provengono da esperienze diverse e mantengono sensibilità differenti. È naturale, e perfino positivo. Una nuova area politica non nasce dall’omologazione, ma dalla capacità di individuare un nucleo di valori condivisi: europeismo, responsabilità finanziaria, cultura delle istituzioni, difesa della democrazia liberale, sostegno alla produzione, attenzione alle competenze e indisponibilità a consegnare il futuro del Paese alle semplificazioni populiste.

Questo ragionamento non riguarda soltanto chi già si muove in quello spazio. Vi sono esperienze che meritano attenzione perché portano un patrimonio di pensiero liberale autentico: penso al lavoro di Michele Boldrin e di quanti, dal versante dell’economia e della cultura riformista, insistono da anni sulla serietà dei conti, sul merito e sulla libertà economica come strumenti di giustizia e non come slogan.

Ma penso soprattutto a un’area che è nata riformista e liberale e che oggi vive dentro un perimetro sempre più stretto: quella componente di Forza Italia che ha sempre rivendicato una cultura di governo europea, atlantica e garantista. È un mondo che dovrebbe potersi interrogare, senza drammi, su quanto sia ancora conciliabile la propria vocazione liberale con la deriva di una coalizione che si sposta progressivamente a destra, e nella quale alcuni partiti guardano con curiosità, e talvolta con indulgenza, a pulsioni identitarie che con il liberalismo non hanno nulla a che vedere. Non si tratta di chiedere a nessuno di rinnegare la propria storia. Si tratta di riconoscere che una cultura liberale e riformista, per restare tale, ha bisogno di uno spazio che la rispetti.

Dentro questo spazio esiste però anche un’altra componente, che dovrebbe trovarvi piena cittadinanza: un’area liberale e federalista. Lo dico da chi ha deciso di contribuire a costruirla, convinto che senza questa gamba il nuovo centro resterebbe incompleto.

Non c’è bisogno di inventarla, perché esiste già culturalmente, socialmente e territorialmente. La si incontra tra gli amministratori locali, nelle professioni, nelle imprese, nel lavoro, nell’associazionismo, in quella parte della società italiana che chiede allo Stato di essere autorevole nelle grandi funzioni strategiche e, insieme, più leggero, vicino e responsabile nell’amministrazione quotidiana.

Per troppo tempo il federalismo è stato confuso con una rivendicazione geografica, con la protesta fiscale o con una stagione politica ormai conclusa. Il federalismo moderno non è la nostalgia di una vecchia appartenenza, e non è la contrapposizione tra Nord e Sud. È un modo di organizzare il potere, distribuire le responsabilità e misurare i risultati.

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In questo senso liberalismo e federalismo non sono soltanto conciliabili: sono naturalmente complementari. Il liberalismo diffida della concentrazione del potere; il federalismo costruisce istituzioni capaci di distribuirlo. Il liberalismo tutela la libertà delle persone, delle comunità e delle imprese; il federalismo avvicina le decisioni ai cittadini e rende più riconoscibile chi amministra bene e chi amministra male. Il liberalismo chiede regole chiare e responsabilità; il federalismo permette di attribuire con maggiore precisione competenze, risorse e risultati. È per questo che il federalismo sta così bene nel mondo liberale: ne è la traduzione istituzionale, non un corpo estraneo.

Non si tratta di indebolire lo Stato, ma di renderlo più efficace. Uno Stato moderno deve essere forte nella sicurezza, nella difesa, nella politica estera, nell’energia, nelle infrastrutture strategiche, nella garanzia dei diritti fondamentali. Non deve invece pretendere di governare allo stesso modo, da un unico centro, ogni servizio, ogni territorio e ogni esigenza locale.

Il federalismo può dunque essere inteso non come un’ideologia, ma come un’architettura della responsabilità. Applicare il principio di sussidiarietà significa affidare ogni decisione al livello istituzionale più vicino ai cittadini che sia realmente in grado di assumerla. Significa differenziare quando è utile, mantenendo comuni i diritti essenziali. Significa premiare la buona amministrazione, correggere le inefficienze, impedire che la responsabilità diventi un alibi per moltiplicare la spesa o le strutture burocratiche.

Questa concezione vale anche per l’Europa. L’Unione non può continuare a essere un sistema in cui gli Stati custodiscono gelosamente sovranità che, da soli, non riescono più a esercitare. Difesa, spazio, energia, tecnologie critiche, sicurezza informatica, politica industriale e protezione delle frontiere richiedono una dimensione europea molto più integrata. Allo stesso tempo, tutto ciò che può essere governato meglio dalle comunità nazionali, regionali e locali deve restare vicino ai cittadini.

È questo il federalismo del nostro tempo: più Europa dove serve potenza, più territorio dove serve efficienza. Un’area liberale e federalista può quindi non essere una presenza marginale, ma uno degli attori naturali di una composizione centrale alternativa. Può portare in questo confronto il valore della responsabilità amministrativa, il rapporto con i territori produttivi, l’esperienza degli enti locali, l’attenzione alle piccole e medie imprese, la convinzione che la responsabilità debba accompagnare ogni forma di libertà. È l’attore che, in questa loro apertura, Picierno, Calenda, Marattin e gli Europeisti dovrebbero avere l’intelligenza di considerare parte integrante del progetto, e non semplice contorno.

La sfida, naturalmente, non è semplice. Le esperienze del passato insegnano che il rischio maggiore è trasformare un progetto politico in una riunione permanente tra gruppi dirigenti. Il nuovo spazio non potrà vivere soltanto nei convegni romani o milanesi, né ridursi alla somma delle percentuali che i sondaggi attribuiscono ai singoli protagonisti. Dovrà costruire presenza nei territori, selezionare una nuova classe dirigente e parlare a quella parte del Paese che oggi troppo spesso si rifugia nell’astensione.

Dovrà soprattutto rivolgersi non solo agli imprenditori, ai professionisti e alle élite urbane, ma anche ai lavoratori, agli artigiani, agli agricoltori, alle famiglie e ai giovani che chiedono sicurezza, mobilità sociale, servizi pubblici funzionanti. Una proposta liberale non può ignorare la questione sociale. Una proposta europeista non può apparire distante dalla vita quotidiana. Una proposta federalista non può essere prigioniera di un solo territorio.

Il processo avviato da Picierno, Calenda, Marattin e dagli Europeisti merita dunque attenzione. Non perché il risultato sia già scritto, ma perché tenta di ricomporre culture politiche che condividono molto più di quanto le vicende degli ultimi anni abbiano lasciato credere.

Serviranno generosità, realismo e la capacità di superare personalismi e rendite di posizione. Ma soprattutto servirà capire che quella che sta nascendo non può essere una semplice coalizione elettorale. Deve diventare una comunità politica, aperta e plurale, nella quale possano riconoscersi riformisti, europeisti, popolari, socialdemocratici, liberali e federalisti.

Il centro che manca all’Italia non è quello che non sceglie. È quello che sceglie l’Europa, la libertà, la responsabilità, i territori e la competenza. Non un luogo tiepido tra due estremi, ma una forza capace di costruire un’alternativa. Noi, questa parte del lavoro, abbiamo già cominciato a farla.