Politica
Il chirurgo Marino
Il sindaco di Roma, Ignazio Marino, si è dimesso. Dopo che si sono moltiplicati all’infinito i banderilleros ed anche i picadores, si conclude così la corrida. I commenti si sprecheranno, sia perché per molti non si tratta di una vicenda letta sui giornali ma di qualcosa che hanno vissuto personalmente, sia per le conseguenze politiche sul comune di Roma e sulla politica nazionale. Chi invece ha seguito la vicenda distrattamente, orecchiando qualche titolo di telegiornale, forse dovrebbe star zitto; ma rimane la voglia di collegare questo sindaco anomalo a una sua caratteristica cui non si è badato a sufficienza: è un medico un chirurgo. Particolarità che ha sulla vicenda un’importanza forse sottovalutata.
Finito il liceo, non rimane che andare all’università. E qui, se si sceglie una facoltà umanistica, si aumenta la propria cultura. Se viceversa l’indirizzo prescelto è nettamente scientifico, è come se si decidesse di non aprire mai più un libro. Nel senso che la cultura generale rimane al povero livello al quale era giunta al momento dell’esame di Stato, oggi meno serio di ciò che fu un tempo.
Quando l’ho sostenuto io – non è inutile ricordarlo - al liceo classico si era esaminati su tutte le materie, scritte e orali, degli ultimi tre anni. Un incubo. Nella vita anche i laureati in materie scientifiche hanno contatti umani: si pensi agli ingegneri, che hanno anche problemi giuridici, sindacali, fiscali e di ogni genere. Invece i medici occupano una posizione speciale. Innanzi tutto il loro corso di studi dura più degli altri ed è molto impegnativo: in età ancora formativa essi non si occupano per sei anni che di medicina, immergendosi in un mondo il cui linguaggio, le cui tecniche, i cui meccanismi sono talmente alieni dal mondo corrente, che i medici si capiscono fra loro, ma hanno molte difficoltà a farsi capire dagli altri.
Laureati, non hanno rapporti con l’umanità normale, ma con malati: cioè con persone spaventate, intimidite, bisognose d’aiuto e necessariamente più pronte a pregare umilmente che ad imporsi. Il risultato è che i medici sono spesso ignoranti (salvo che nel loro campo) e inesperti del mondo; sono involontariamente presuntuosi, perché abituati a trattare con disinvoltura tutte le regole che non riguardano la loro professione; infine, dal momento che chi ha da fare con loro li tratta necessariamente con rispetto, si sentono vagamente superiori alle leggi. E comunque non ne tengono conto. Una volta un chirurgo che mi aveva operato in ospedale, e per il cui gruppo di studio avevo effettuato una traduzione, si meravigliò che chiedessi di essere pagato. Me lo rimproverò addirittura per iscritto, ricordandomi che lui, invece, “mi aveva operato gratis”.
Ora non è tanto sorprendente il fatto che si aspettasse di ottenere vantaggi personali per avere fatto il lavoro per il quale l’ospedale lo pagava, è scandaloso che ignorasse talmente che con quelle parole confessava un peculato abituale, da metterle per iscritto. Era un chirurgo. E bravo per giunta. Tutto ciò può servire a spiegare il fenomeno Ignazio Marino. Questo chirurgo è probabilmente una persona perbene, tanto che si capisce la sua resistenza alle dimissioni. Se nel Comune di Roma c’erano tante persone corrotte, per milioni di euro, e lui da un lato non ne sapeva niente, dall’altro non s’era messo in tasca un euro, perché si sarebbe dovuto dimettere? Non soltanto: andandosene avrebbe dato l’impressione di doversi vergognare del proprio comportamento, mentre era arcisicuro di essere innocente e incontestabilmente onesto.
Ciò cui Marino non ha pensato è stato che, dopo averlo deriso su tutti i toni, dopo averlo ridicolizzato senza pietà (con la connivenza dei giornali e perfino del Papa) tutti si sarebbero messi a cercare il possibile marcio del quale accusarlo per affondarlo. E alla fine l’hanno trovato: qualche cena al ristorante con la famiglia gabellata per spese di rappresentanza del Comune. E non è neppure finita: non ci stupiremmo se, fra qualche giorno, la magistratura l’accusasse di peculato, magari per qualche decina di euro, rovinandolo completamente. Pochi spiccioli? La lievità del danno è solo un’attenuante, non un’esimente. Marino potrebbe anche pagarla carissima. A questo punto il lettore di giornali che ha conosciuto dei medici può avere per lui un sentimento di pietà, come lo si ha a volte per i bambini, insieme innocenti e immorali. In ospedale questi signori sono capaci di timbrare il cartellino e mancare per ore.
Come minimo si assentano per la mezzoretta in cui vanno a prendere il caffè al bar assieme a quel Capo, anche lui medico, che dovrebbe assicurare la loro presenza in corsia. I medici generici firmano a decine ridicoli certificati (magari per “ipertermia criptogenetica”) per tutti gli impiegati che non vogliono andare al lavoro, magari con la bella motivazione: “Stamattina non mi sento”. I medici sono dei falsari professionisti e non si rendono conto dei pericoli che corrono. Tempo fa un pioniere dei trapianti di cuore, il chirurgo Mauro Abbate, è stato condannato a ben otto anni di reclusione per concussione: chiedeva milioni di lire per “accelerare” l’iter del trapianto o chissà che altra utilità. Otto anni meritati, ma probabilmente l’interessato reputava che la paga che gli corrispondeva l’ospedale era un’inezia, rispetto a quello che lui valeva. Ed ecco ripianava il dislivello con i propri mezzi. Era anche lui un grande chirurgo. In conclusione i medici dovrebbero astenersi dalla politica. È il campo in cui si richiedono - al massimo grado - senso pratico, conoscenza del mondo, nozioni giuridiche e – volendo essere scorretti – tecnica della violazione della legge. Rubare sì, ma non mentre i carabinieri ti guardano.
Gianni Pardo
