Sul ring, i veri contendenti del match del referendum sono due, Matteo Renzi e Massimo D’Alema. Poi c’è un terzo protagonista, nell’angolo, Silvio Berlusconi, pro tempore sotto la stessa bandiera del lider Maximo, quella del NO, in attesa di vedere chi dei due va ko e agire di conseguenza. Tutti gli altri, da una parte e dall’altra, sono solo comprimari, o fan. Uno scontro impari, come se uno dei due, in questo caso Renzi, calzasse guantoni d’acciaio in quanto da Palazzo Chigi, oltre all’uso della potenza mediatica, può elargire “mance” di stampo elettoralistico promettendo col referendum miracoli per sedurre i tanti indecisi e spostarli sul SI, oggi ancora sotto negli ultimi sondaggi. Se si votasse davvero nel merito del referendum per cambiare la Costituzione il peso elettorale di D’Alema sarebbe insignificante.
Invece, con la personalizzazione e la politicizzazione del voto impressa sin dall’inizio da Renzi (il successivo pasticciato e strumentale dietrofront è stata la classica toppa peggiore del buco che aggrava l’errore politico del segretario-premier) e quindi con il NO che aggrega gli anti renziani di ogni colore e provenienza D’Alema diventa il vessillifero degli scontenti – da destra fino a lambire i confini del M5S con segnali nel mare magnum dell’astensionismo – di questo premier, di questo governo, di questo Pd. Già il Partito democratico. Si può vincere questo referendum senza i voti del pidì?
La risposta è fin troppo facile. Alle urne del 4 dicembre c’è potenzialmente uno “zoccolo duro” rappresentato da almeno 10 milioni di elettori del Partito democratico (circa il 30% dell’elettorato italiano) che stavolta si trovano nell’onda fra il NO e il SI e, con la guerra interna dilagante dal centro alla periferia, molti indecisi e propensi all’astensionismo. I due fronti del referendum sono eterogenei con alleanze “anomale” ma per entrambi gli schieramenti è decisivo il “blocco” del Partito democratico.
Quanti di quei 10 milioni e passa di elettori sono delusi dal segretario-premier riconoscendosi nel rientrante D’Alema per dare un pesante segnale a Matteo o addirittura infliggendogli con una netta vittoria del NO il ko per indurlo al forfait e scalzarlo da Palazzo Chigi? Gli esiti di un referendum non su una questione di contenuti ma su un leader politico anche capo del governo sono imprevedibili, aggregando e disaggregando le forze politiche e sociali e quindi l’elettorato. Non fu così anche nel 1974 nel referendum sul divorzio quando – tant’è ne dicessero Pannella&C – anche molti elettori democristiani colsero al volo l’occasione delle urne (87% di affluenza, 59,26% NO contro il 40,74% SI) per un “alt” ad Amintore Fanfani tramutatosi poi in una debacle per il professore aretino che proprio per la politicizzazione e la personalizzazione del voto pagò lo scotto dell’esito delle urne, prima costretto a lasciare la segreteria dello Scudo crociato poi a mandar giù il rospo della bocciatura nella corsa verso il Colle?
Allora Fanfani, cogliendo l’occasione della crociata referendaria, voleva domare le turbolenti correnti interne della Dc per diventare l’unico capo-padrone della Balena Bianca e quindi il Dux dell’Italia e mettere all’angolo il Pci di Berlinguer in espansione e sempre più ben visto anche da una parte di elettori cattolici da sempre diccì. Anche Matteo è oggi in campo per la sua Crociata. Con il referendum del 4 dicembre Renzi vuole chiudere definitivamente la partita interna con la minoranza Pd, di fatto liquidando quel che resta degli ex Pci e avviando il Partito della nazione capace di raccogliere voti anche nel centrodestra per una politica ancor più neoliberista, nonché – con il supporto successivo dell’Italicum – asfaltare ogni opposizione esterna (compreso M5S e Lega) e prendere saldamente in mano il governo e il parlamento (formato da “nominati”), quindi l’Italia. Così, il referendum costituzionale si trasforma in una battaglia squisitamente politica. Ecco perché Renzi guida la Crociata del SI e D’Alema è sul campo opposto a dar fiato ai tre squilli di tromba. Stavolta, dopo le urne, chi vince non farà prigionieri. Chi perde difficilmente potrà rialzarsi.
