Vale circa 4 miliardi lo scarto tra il Pil raggiunto (0,6%) e quello previsto (0,9%) nel 2015. Per questo sembra molto più serio il viceministro Zanetti, che ha parlato di “piccoli aggiustamenti”, del titolare di via Venti Settembre che diceva che sono solo ‘decimali ininfluenti’. Qualcosa il Governo dovrà fare. Magari una manovra correttiva non sarà necessaria ma qualche ritocco sì. Quella che, però, è balzata agli occhi è stata l’indifferenza con cui la notizia è passata sui principali quotidiani. Articoli di taglio basso che parlavano di numeri senza spiegare cosa volessero dire. Magari accompagnati dai commenti di esponenti della Maggioranza che dicevano che, in realtà, il dato era positivo perché in controtendenza con quelli degli anni passati. Perché, finalmente, il Pil era tornato a salire.
Ora, non è neanche giusto fare allarmismo e terrorismo, per carità. Ma, magari, informare la gente che il Governo aveva previsto una crescita, che questa crescita non c’è stata e che questo comporta delle conseguenze è doveroso. Tuttavia, ormai sembra che la maggior parte della stampa si sia allineata con il ‘va tutto bene’ che può essere utile per non deprimersi ma che, sempre di più, sa tanto di regime. Qui non si tratta di essere gufi ma realisti. Ultimamente, infatti, tira una brutta aria e, per sapere la verità, occorre leggere direttamente le agenzie o i giornali ‘contro’ che, dall’altro lato, rischiano di incappare nella critica a prescindere.
D’altra parte, questa sorta di melassa in cui va tutto bene e che accontenta tutti, non è nuova a questo Paese. E in tante cose mi fa pensare a quel partito della Nazione che piace un po’ a tutti e non ha mai un guizzo di coraggio.
Non so perché ma quest’anno anche il Festival di Sanremo mi è sembrato vittima di questo minestrone in cui non si distingue il sapore delle verdure.
I fiocchetti arcobaleno hanno fatto coreografia, certo. In tanti momenti sembravano quasi un guizzo, una specie di innovazione nella platea più tradizionale d’Italia. Ma già il bravissimo Carlo Conti che non ha fatto nemmeno un accenno a quei fiocchetti (poteva farlo anche prendendone le distanze ma almeno spiegava cosa erano quei ciuffi colorati) mi ha fatto sentire puzza di bruciato.
E poi è arrivato il vincitore. Anzi i vincitori. Rispetto e stimo gli Stadio per la loro onorata carriera e per quelle bellissime canzoni che ci hanno accompagnati per così tanti anni. Ma il brano di quest’anno era un inno al banale e all’ovvio. Tralascio il fatto che la canzone fosse stata scartata l’anno scorso (si può sempre sbagliare) e che secondo alcuni l’arrangiamento è un remix di effetti e stacchi già stra-sentiti da altri. Quello che colpisce è che, mentre il Paese si divide sulle Unioni civili e tanti artisti salgono sul palco con il fiocchetto arcobaleno, vince una canzone che inneggia alla famiglia tradizionale che più tradizionale non si può. Dove un padre rinuncia all’amore per una figlia. Forse alcuni padri si sono commossi. Non lo so. Ma il messaggio veicolato è quello del Family Day, della famiglia che sopravvive alle tentazioni e alle rotture. Dei figli che vincono sulle individualità dei padri che, a loro volta, vivono la genitorialità come amore, certo, ma anche come sacrificio. Sarà un caso che ha vinto una canzone così. Ma a me sembra un segno dei tempi. Lasciamo pure che qualcuno agiti dei fiocchetti colorati ma premiamo la tradizione e la conservazione. Del resto siamo italici, e ci piace così. Che nessuno si spaventi. Tanto nulla cambia davvero.
E meno male che questa doveva essere la stagione della rottamazione e della innovazione.
@AdriSantacroce
