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Politica

Il Tribunale di Roma ha respinto il ricorso della Federazione Italiana Operai Metalmeccanici avverso alla collocazione in cassa integrazione di diciannove operai della Fiat di Pomigliano d'Arco. Il sindacato sostiene che vi sia stata una discriminazione a carico dei suoi iscritti e di solito sui giornali, dopo queste decisioni, si cerca di dimostrare che aveva ragione il sindacato nel protestare o ha avuto ragione il giudice, respingendo il ricorso. In realtà, stabilire cose del genere, senza conoscere le norme e senza conoscere gli atti del processo, è molto azzardato. E soprattutto c'è un errore di livello più generale: il fatto che sia stata necessaria una decisione del magistrato.

Nell'impresa ci sono un datore di lavoro e dei prestatori d'opera e ciò può dare luogo a conflitti. Gli interessi infatti sono contrapposti. L'imprenditore teoricamente sarebbe felice di avere degli operai che lavorano gratis (schiavi) e gli operai, sempre teoricamente, sarebbero felici di essere retribuiti per starsene a casa (assenteisti). Li tiene insieme il bisogno che hanno gli uni del salario e gli altri della prestazione. L'ideale sarebbe dunque che si riconoscano i diritti della controparte e che l'inevitabile collaborazione abbia connotazioni di amicizia, come spesso avviene nelle imprese più piccole. Se invece la convivenza si avvia verso il conflitto, l'ambiente dell'impresa finisce col somigliare a quei matrimoni in cui i genitori si detestano e rimangono insieme solo per amore dei figli. La vita dei coniugi è più o meno intollerabile secondo che i due, dal momento che sono risoluti a non separarsi, cerchino di evitare scontri e frizioni, oppure approfittino di ogni occasione per beccarsi e farsi dispetti. Non è certo la differenza fra il paradiso e l'inferno ma almeno è quella tra la pace e l'inferno. In Italia tutto ciò è molto difficile da capire. E infatti la Fiom non lo capisce: ma non per caso e neppure per stupidità.

I nostri connazionali che parlano continuamente di rivoluzionare tutto - e per questo votano al 25% per Grillo - sono sostanzialmente molto vischiosi e tradizionalisti. Anche di fronte ad innegabili fatti nuovi vivono ogni cambiamento d'opinione come un tradimento di sé stessi. A parere dei più importanti commentatori, se il Pd oggi ha tanti problemi è perché, dopo tanti anni dall'unione, due anime del partito, quella democristiana e quella comunista, non si sono fuse. Hanno vissuto a lungo sotto lo stesso tetto, hanno condiviso l'azione politica e si sono presentate all'esterno come una forza coerente, ma nessuno ha rinunziato a una parte della propria ideologia. Questo immobilismo ideologico vale anche per i sindacati. Un tempo, in nome della falce e del martello, quelli di sinistra nacquero come punta avanzata della rivoluzione proletaria predicata da Marx. L'aggettivo "riformista" era un insulto: infatti il sistema non andava "riformato", come predicavano i socialdemocratici (altro insulto), andava "distrutto": in modo da passare alla fase successiva, il trionfo del proletariato. Nnon solo era lecito, era auspicabile che le richieste andassero oltre la ragionevolezza: perché il crollo del sistema non che essere visto come una minaccia, era visto come una speranza. Gli operai, che pure dipendevano dall'impresa per la loro sopravvivenza, non dovevano dimenticare che alla fine della strada c'era la conquista dei mezzi di produzione, con l'estromissione del capitale privato. Il "padrone" era il nemico da abbattere.

Il comunismo è morto, l'Unione Sovietica e i suoi satelliti non esistono più da decenni, ma per alcuni il tempo non conta. Può cambiare la dialettica e la tecnica dello scontro, ma l'operaio sindacalizzato della Fiat non entra in fabbrica per il bene dell'azienda (e dunque suo): vi entra perché costretto dalla miseria. Lavora per uno sfruttatore conservando il diritto di odiarlo e, all'occasione, di danneggiarlo. Del resto potrà sempre contare sulla comprensione, quando  l'appoggio giuridico fosse impossibile, di chi gli avrà instillato quei principi.

È sbalorditivo che questa mentalità si sia mantenuta in un momento in cui il lavoro manca drammaticamente, tanto che la disoccupazione spaventa più dello scoppio dell'euro. La fame infatti è pessima consigliera. È sbalorditivo che non si tenga conto che per un'impresa torinese produrre a Napoli o in Serbia come distanza è indifferente: salvo il fatto che andando in Serbia guadagnerà immensamente di più, perché lì il salario dell'operaio non raggiunge i settecento euro mensili. I sindacati e la pubblica opinione (intellettuali sciocchi in testa) rimangono attaccati ai loro pregiudizi e non lasciano che le loro convinzioni siano scalfite da quella cosa volgare che sono i fatti.

Nella vertenza in cui la Fiom ha perso non ha importanza chi abbia ragione. Ha importanza il fatto che datori di lavoro e prestatori d'opera dovrebbero essere amici e remare tutti nella stessa direzione.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
 

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