Punti chiave
Non solo idee in prestito, ma anche idee sulle quali esprimere perplessità. Davide Picci, di Fratelli d’Italia, ricorda ironicamente che “Elly Schlein è diventata la segretaria più longeva, quindi saremo in buone mani e possiamo stare tranquilli”. Azione sposta invece il confronto sulla politica estera: “Critichiamo Lega e M5S sull’assenza di aiuti all’Ucraina. Non dimentichiamolo mai: prima di essere italiani siamo europei”.
Dal Movimento 5 Stelle – tramite Antonio Sanfilippo, attivista network giovani M5s Sicilia – arriva poi un attacco a Fratelli d’Italia: “La carissima presidente del Consiglio dice che è entrata in politica grazie a Paolo Borsellino, ma allora come mai vi alleate con condannati in via definitiva per mafia? Siete alleati con Totò Cuffaro”. E ancora: “Il 19 luglio, giorno delle commemorazioni di via D’Amelio, FdI era presente. Dopo poche ore non avete consentito di avere le intercettazioni e le chat di Delmastro. Giù le mani da Borsellino”. Fa eco Fratelli d’Italia: “Vogliamo sapere quando Ilaria Salis si presenta in tribunale”.
Anche da Avs arriva un invito a guardare oltre la maggioranza di turno: “Come giovanili di partito impegniamoci a prescindere da chi governerà, rispettiamo il criterio democratico nell’approvazione delle leggi. Fatevi una camomilla”. Poi l’attacco di Fratelli d’Italia al centrosinistra: “Non avete fatto niente in anni di governo”.
Michele Raiola (AVS): “Nel pacchetto di proposte che abbiamo presentato per sostenere le famiglie e favorire l’indipendenza dei giovani, under 35 e under 40, abbiamo deciso di prendere in prestito un’idea di Italia Viva: il social freezing. Ci è sembrato un tassello interessante, coerente con il lavoro che stiamo portando avanti e che potrebbe essere inserito nella proposta complessiva che abbiamo già presentato”
Francesco Mazzocca (Italia Viva): “Abbiamo deciso di prendere in prestito un tema della Lega, quello della sicurezza. Per anni la Lega è stata l’unico partito a parlare con continuità di sicurezza, non solo per un merito della destra, ma anche per una responsabilità della sinistra. Eppure la sicurezza non è un tema di destra o di sinistra: è un tema di libertà che qualsiasi forza politica dovrebbe portare avanti. Naturalmente abbiamo idee diverse su come affrontarlo: sicurezza non significa mettere un blindato in strada, ma investire nelle periferie, nelle scuole e nella formazione, aumentare le forze dell’ordine e mettere chi indossa una divisa nelle condizioni di lavorare al meglio. Un anziano non può avere paura di fare una passeggiata da solo e una donna non può avere paura di andare in stazione: è una battaglia di civiltà. La sicurezza non è soltanto essere duri con il crimine, ma anche intervenire con decisione sulle cause del crimine”
Andrea Miccoli (Forza Italia): “Prendiamo in prestito la proposta di Luigi Marattin di tagliare la spesa pubblica dell’1% per cinque anni, cioè per un’intera legislatura. Abbiamo un debito pubblico altissimo e una crescita troppo bassa. Servono interventi strutturali, come l’abolizione dell’Irap, il taglio dell’Irpef per il ceto medio e la detassazione degli utili per chi decide di reinvestirli nella propria azienda. Siamo un Paese che pensa di andare avanti a bonus e incentivi, spesso senza intervenire sulle cause dei problemi. Pensiamo al singolo intervento, ma non alla causa”
Francesca Bosco (Fratelli d’Italia): “Prendiamo in considerazione una proposta del Partito Democratico, presentata il 3 novembre 2022, sull’utilizzo degli impianti sportivi e delle palestre degli istituti scolastici al di fuori dell’orario delle lezioni. Spesso i giovani, soprattutto nel pomeriggio, cercano spazi in cui allenarsi senza dover sostenere i costi elevati delle strutture private: perché non consentire loro di utilizzare quelli già esistenti? È una proposta in linea anche con il lavoro di Gioventù Nazionale, perché lo sport è disciplina, rispetto delle regole e capacità di fare comunità”
Valerio D’Angeli (Azione): “Prendiamo in prestito da Forza Italia una proposta che si inserisce nel dibattito sui diritti, quella sullo ius scholae. A sinistra c’è il dibattito sulla cultura woke, mentre a destra c’è chi propone di mettere in discussione diritti conquistati fino a oggi. Il rischio è che il confronto politico si concentri più sul togliere che sull’aggiungere. Viviamo un momento critico, in cui si parla in modo sempre più violento di diritti civili. Per questo abbiamo scelto di condividere una proposta che sottolinei l’importanza di tenere insieme diritti civili e diritti sociali. Noi giovani siamo particolarmente sensibili a questi temi”
Christian (Lega): “Anche noi giovani della Lega prendiamo in prestito qualcosa da Angelo Bonelli e dal mondo ambientalista. Siamo sensibili alle questioni ambientali e crediamo che si debba parlare di neutralità energetica, nucleare e infrastrutture sociali capaci di intervenire anche sul tema delle disuguaglianze. E poi prendiamo in prestito anche un leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi: un uomo che ha creduto nel futuro del Paese e che faceva andare bene anche il Milan. Quando c’era Silvio si stava meglio”
Ludovica (Partito Democratico): “Come organizzazioni giovanili pensiamo che la dicotomia tra temi di destra e di sinistra debba essere superata. Prendiamo in considerazione soprattutto il metodo, a partire dalla capacità comunicativa del centrodestra e di Forza Italia: bisogna essere più incisivi, come spesso riesce a essere la destra. C’è una parte del nostro partito che fa fatica a uscire dalle stanze e ad andare nel Paese, mentre la destra questo lo fa meglio. Guardiamo anche ad alcune riforme in tema di fiscalità che oggi sono più associate a Calenda e ad Azione. E vogliamo parlare di più con i giovani imprenditori, così magari andranno un po’ meno verso Forza Italia e Azione”
Claudia, vicereferente Veneto del Network Giovani (M5S): “Prendiamo in considerazione una proposta di Fratelli d’Italia sul tema della natalità. I giovani non devono più essere costretti a scegliere se avere una famiglia debba significare, per uno dei due genitori, rinunciare alla carriera. Bisogna creare le condizioni perché famiglia e lavoro non siano due strade alternative, ma possano convivere”.
“Indipendentemente dalle collocazioni politiche, ringrazio Affaritaliani per il confronto. Anche tra pensieri politici diversi, il confronto è importante per la qualità della democrazia”. Si apre così l’intervento di Angelo Bonelli al primo raduno nazionale delle forze politiche giovanili, organizzato a margine della nona edizione de La Piazza, la kermesse di Affaritaliani che ha riunito a Ceglie Messapica circa 180 giovani di tutti gli schieramenti.
Il primo tema toccato dal leader ecologista è quello del potere delle grandi piattaforme digitali. “Alcune oligarchie che posseggono le piattaforme tecnologiche possono condizionare le democrazie del mondo”, ha avvertito Bonelli. “È un passaggio fondamentale: siamo testimoni di una fase storica importante”. Per il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, la risposta non può essere né la resa né il rifiuto: “La democrazia, nelle sue articolazioni, e i parlamenti devono riuscire a costruire un processo di regolazione. La terza via non è fermare la tecnologia, assolutamente, perché è utile in molti settori”.
Ma è quando si rivolge direttamente ai ragazzi che l’intervento assume i toni del racconto personale. Bonelli ha ripercorso i suoi esordi in politica, nati – ha detto – “per un fatto romantico, sentimentale, passionale”. Erano gli anni in cui, da studente, faceva il pendolare “su e giù col trenino tra Ostia e Roma” per andare all’università. “Vedevo che nel luogo dove andavo a passeggiare con amici e ragazze volevano costruire nuovi palazzi”, ha ricordato. “Iniziai a fare politica per questo”.
Quel luogo era – ed è tuttora – la Valle di Malafede, “il nome è già un programma”, ha scherzato. Non c’erano ancora i social, e la mobilitazione passava per altri canali: “Andai alla Sapienza, alla facoltà di Lettere, al dipartimento di Archeologia, ad attaccare volantini per chiedere a studenti e studentesse di aiutarmi a capire quale fosse la rilevanza archeologica di quel luogo”. Il metodo funzionò: “Attraverso quegli studenti riuscimmo a documentarne la rilevanza archeologica, monumentale, storica e paesaggistica, tanto che intervenne poi la Sovrintendenza. Riuscimmo a strappare un pezzo importante di territorio della città di Roma a un’imponente operazione edilizia”.
Da quell’esperienza, il messaggio ai giovani militanti di ogni colore politico: “Penso che anche voi vi stiate avvicinando alla politica per un’idea, per passione. Non perdete questo elemento: non dovete diventare notabili della politica, dovete conservare e portare quella ventata di freschezza, al di là delle differenze politiche”.
Nel finale, l’affondo sul tema a lui più caro. “Io sono un ecologista e sono molto preoccupato per quello che sta accadendo al pianeta”, ha detto Bonelli, citando la tragedia di questi giorni sull’Himalaya: “Avete visto cosa è successo in Nepal: cento milioni di metri cubi che si sono staccati dalla montagna, provocando un disastro causato proprio dal riscaldamento globale. Dobbiamo prestare attenzione a questi fenomeni, perché – come dicevo ieri in piazza – la crisi climatica aumenta le diseguaglianze sociali”.
E se sulle soluzioni la politica può legittimamente dividersi, per Bonelli c’è un limite invalicabile: “Possiamo dividerci sulle scelte per affrontarla, ma una cosa che non possiamo fare è negare che il cambiamento climatico esista”. Poi il congedo, con un augurio ai ragazzi in sala: “Buon lavoro, e grazie per il vostro impegno”.
Né apocalittici né integrati, ma impegnati. È la terza via che Francesco Giorgino, professore di Comunicazione e Marketing politico alla Luiss e direttore Uffici Studi Rai, propone ai giovani delle forze politiche giovanili riuniti per il loro primo raduno nazionale, a margine della nona edizione de La Piazza, la kermesse di Affaritaliani. Dopo aver parlato, il giorno precedente, del passaggio dall’era della comunicazione che diventa politica all’era della politica che diventa comunicazione, Giorgino dedica la sua riflessione introduttiva al valore dell’innovazione tecnologica, partendo da una celebre distinzione di Umberto Eco, uno dei più grandi intellettuali del secolo scorso: quella tra apocalittici e integrati. Con un’aggiunta, che dà il titolo all’intervento: “Apocalittici, integrati ma soprattutto impegnati”.
L’era del determinismo tecnologico
Il punto di partenza è una grande intuizione della Scuola di Toronto, una delle esperienze più importanti nell’analisi delle connessioni tra processi economici, socio-culturali e innovazione tecnologica. Dal suo capostipite, Harold Innis, fino al suo allievo prediletto McLuhan — di cui è a sua volta allievo Derrick de Kerckhove, oggi molto presente nelle università italiane come libero pensatore e professore emerito — quella scuola ha consegnato un’idea ancora attualissima: la tecnologia non si limita ad accompagnare il cambiamento sociale, lo determina. È il paradigma del determinismo tecnologico.
Il determinismo, spiega Giorgino, è un concetto chiave: se la tecnologia è deterministica rispetto ai principali effetti macrosociali, non c’è più un elemento di probabilità ma la certezza che l’infrastruttura tecnologica, e soprattutto il suo assorbimento, condiziona il modo di agire dei singoli e della collettività — dove per singoli si intendono non solo le persone, ma anche le organizzazioni. “Il primo concetto che voglio consegnarvi è che il ventunesimo secolo è l’era del determinismo tecnologico”, afferma, pur ricordando che alcuni studiosi mitigano la tesi parlando di co-determinismo: il cambiamento sociale e culturale dipende in gran parte dalla tecnologia, ma non solo da essa.
Da Platone a Gutenberg: un tema antico
Non si tratta, del resto, di un tema nuovo. Già Platone, nel Fedro, metteva a confronto due visioni dicotomiche ben prima che esistessero le condizioni minime per parlare di innovazione tecnologica come la conosciamo oggi. La questione filosofica era se la verità fosse più compatibile con la preservazione della cultura orale — la trasmissione della conoscenza da persona a persona — o con quella che all’epoca costituiva la prima grande innovazione: la scrittura. Scrivere significa riprodurre il pensiero, e un conto è trasferire la conoscenza attraverso la parola parlata, un altro è farlo attraverso la parola scritta, dove la riproduzione del significato denotativo e connotativo passa per scelte molto precise, a cominciare dalle parole con cui attivare significati nei propri interlocutori.
La scrittura prima, e la stampa a caratteri mobili poi — la rivoluzione di Gutenberg — hanno creato i presupposti per un’interpretazione completamente diversa della verità, compresa quella religiosa. Il tema, dunque, riguarda in modo chiaro e inequivocabile la postura che l’essere umano assume nei confronti di tutto ciò che cambia il suo modo di agire e di pensare. Da qui il secondo concetto: l’innovazione tecnologica appartiene all’evoluzione della natura umana ed è quindi inevitabile, nella considerazione dei suoi effetti macrosociali più rilevanti.
Le quattro intelligenze artificiali
È a questo punto che il discorso arriva all’intelligenza artificiale, tecnologia sicuramente impattante ma da maneggiare con distinzioni precise. C’è l’AI descrittiva, che consente per esempio la catalogazione dei contenuti ed è un grande supporto per l’essere umano. C’è quella predittiva, molto utilizzata nel marketing da chi è impegnato nei processi di creazione e gestione del valore percepito e ha bisogno di predire i comportamenti futuri, prossimi e remoti: per un’azienda è fondamentale sapere dove sta andando il mercato, come dimostra il concetto di churn prediction, la predizione dell’abbandono di un segmento di consumatori rispetto a determinati prodotti e mercati. C’è poi l’AI prescrittiva, che in realtà non prescrive ma raccomanda: è quella degli algoritmi che quotidianamente riconoscono il nostro interesse, potenziale o reale, verso una tipologia di contenuto e ci indirizzano sempre più e sempre meglio verso di essa — un sistema legittimo, se gestito con oculatezza e senso di responsabilità.
Il problema principale nasce con l’intelligenza artificiale generativa, quella che genera testi, audio e video: lì si innesca il grande tema dei deepfake, delle fake news e, soprattutto, del primato della verosimiglianza sulla verità.
Il precedente della televisione: Popper e Sartori
Quando si studia l’impatto socioculturale delle tecnologie, avverte Giorgino, bisogna sempre considerare la complessità del loro uso. Anche quando si sviluppò la televisione si creò un dibattito simile a quello odierno sull’intelligenza artificiale. Karl Popper, uno dei più grandi filosofi del Novecento, in “Cattiva maestra televisione” metteva a nudo tutti i rischi connessi all’uso del mezzo televisivo nel trasferimento e nell’acquisizione della conoscenza. E Giorgino ricorda un momento di forte dialettica personale con Giovanni Sartori, politologo di grande successo, che in “Homo videns” sosteneva una tesi che lui — figlio di quella cultura televisiva e professionista dell’azienda di servizio pubblico — respingeva: l’idea che l’uomo che acquisisce la conoscenza attraverso il linguaggio dell’audiovisivo sia predisposto, se non addirittura condannato, all’ignoranza concettuale. La sua replica: il problema non è la tecnologia in sé, ma l’uso che se ne fa.
La terza via: governare il cambiamento
Da qui la conclusione, con lo sguardo rivolto a chi ha l’ambizione di fare politica. Le tecnologie sono strumenti, non fini: come tutti gli strumenti, dipende dal modo in cui le utilizziamo se l’effetto prodotto è benefico per gli individui e per la collettività oppure negativo. Di fronte a esse, gli apocalittici sono coloro che assumono un atteggiamento sempre negativo verso tutto ciò che innova e cambia il comportamento umano: spaventati dal cambiamento, oppongono una resistenza che spesso si evolve in vera e propria ostilità. Gli integrati, al contrario, sono i tecno-entusiasti, convinti che la stessa possibilità del cambiamento — indipendentemente dalla direzione in cui si produce — vada salutata, sociologicamente parlando, con grande favore.
La proposta di Giorgino è una terza via: quella degli impegnati. Impegnati a governare il cambiamento tecnologico, culturale e sociale, che è uno dei compiti di chi vuole fare politica e ha l’ambizione di perseguire il bene comune. Ma per governare il cambiamento bisogna conoscerlo: il primo elemento dell’impegno è dunque la consapevolezza dei fattori di opportunità e dei fattori di rischio. Solo se c’è consapevolezza di entrambi si riesce ad assumere, di conseguenza, l’atteggiamento più costruttivo, compatibile con una dimensione frutto di equilibrio e non semplicemente di un approccio dicotomico.


