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La Piazza 2026, Musumeci: “Cambiamento climatico? Il governo Meloni non è negazionista. Destinati oltre 4 mld in prevenzione”

L’intervento del ministro per la Protezione Civile e le Politiche del Mare dell’Italia alla kermesse di Affaritaliani

La Piazza 2026, Musumeci: “Cambiamento climatico? Il governo Meloni non è negazionista. Destinati oltre 4 mld in prevenzione”

La Piazza 2026, parla il ministro Musumeci alla kermesse di Affaritaliani

Il direttore di Affaritaliani Marco Scotti dialoga con il ministro per la Protezione Civile e le Politiche del Mare dell’Italia Nello Musumeci durante la kermesse politico-economica di Affaritaliani La Piazza

Ministro, ogni estate gli incendi ripropongono il tema della capacità di intervento dall’alto. In questi giorni sono arrivati in Puglia anche Canadair che erano stati precedentemente inviati fuori regione: abbiamo una flotta adeguata all’aumento degli incendi oppure l’Italia continua ad avere troppo pochi mezzi rispetto alle necessità? “No, non è una flotta adeguata. Intanto, gli incendi non si spengono dal cielo: servono tanti mezzi e tanta competenza a terra. In alcune zone particolarmente impervie, però, l’intervento dal cielo diventa indispensabile. Ed è paradossale che l’Unione europea, da quarant’anni, non si sia mai preoccupata di alimentare una flotta aerea adeguata. La flotta può essere composta da diversi tipi di velivoli, ma quello che risulta più adatto è il Canadair, prodotto negli anni Sessanta e Settanta da una società canadese che, poi, per ragioni che non conosco, ha smesso di produrlo. Le do un numero che rende subito l’idea: l’Unione europea dispone complessivamente di 14 Canadair, che di volta in volta vengono inviati ai Paesi membri che ne fanno richiesta. La Francia ne ha 12, mentre l’Italia ne ha poco meno di 20, ma non tutti sono particolarmente efficienti”.

“Quando mi sono insediato alla guida della Protezione civile- continua il ministro- ho posto al Commissario europeo per la Protezione civile il tema della necessità di riaprire un dialogo con l’azienda produttrice di questi velivoli, che sono particolarmente adatti allo spegnimento degli incendi perché agili e capaci di raccogliere l’acqua sfiorando lo specchio d’acqua, anche nei laghi, oltre che in mare, per poi intervenire nelle zone interessate. È stato fatto con grande sacrificio, ma tutti i Paesi membri chiedono nuovi velivoli. Il risultato è che, per averne tre, dobbiamo attendere quattro anni. E, con tutto questo, mi lasci dire che manca ancora una vera cultura della prevenzione e della gestione dell’emergenza anche ad alto livello”.

“Nel frattempo si tenta di compensare con gli elicotteri, che però non hanno la capacità di carico tipica dei Canadair e non possono effettuare con la stessa efficacia le operazioni di raccolta dell’acqua. Il Governo, come lei ha appena ricordato, ha stanziato per la Puglia due velivoli antincendio. Naturalmente non serviranno soltanto la Puglia, ma faranno base in quella regione proprio perché possano raggiungere e coprire tutta la fascia adriatica”, dice ancora il ministro.

“sugli incendi, l’Italia, e non solo l’Italia, è costretta ad alzare bandiera bianca. Lo dico con molto dispiacere, perché la natura stessa di questa calamità non consente un controllo preventivo efficace. Certo, bisogna utilizzare droni e videocamere, ma c’è bisogno soprattutto di prevenzione. E anche il tema della prevenzione continua a restare troppo spesso confinato alle tavole rotonde.Non tutti i proprietari dei terreni hanno la necessaria attenzione alla cura dei propri fondi. Non c’è una sufficiente cultura della prevenzione neppure nell’automobilista che attraversa una strada e vede la presenza di un focolaio, oppure non sempre viene segnalata tempestivamente la presenza di un incendio che, se individuato entro mezz’ora, potrebbe essere neutralizzato. Quindi: prevenzione, prevenzione, prevenzione. Mi sento di dirlo perché i piromani, da una parte, e l’incuria e la distrazione dell’uomo, dall’altra, sono le vere cause che ogni anno mandano in fumo in Italia decine di migliaia di ettari di vegetazione”, sottolinea ancora il ministro.

Quanto spende l’Italia in prevenzione? “Ma, guardi, se mi consente, vorrei darle il numero di ingresso: quando l’Italia ha investito nella ricostruzione, che è l’altra faccia della medaglia della prevenzione. Negli ultimi cinquant’anni, dal terremoto del Friuli del 1976 al 2026, l’Italia ha destinato alla ricostruzione post-calamità 135 miliardi di euro. Se solo la metà fosse stata utilizzata o destinata alla prevenzione strutturale, avremmo risparmiato tantissime vite umane, tantissimi danni e una parte importante del nostro patrimonio culturale. È chiaro che la prevenzione può essere oggetto di attenzione non soltanto dal punto di vista finanziario. Come Governo Meloni abbiamo destinato, in tre anni, oltre quattro miliardi e mezzo di euro. Soltanto il 30% è stato speso. Questo la dice lunga, perché non basta avere le risorse a disposizione. Occorre anche essere in grado di utilizzarle. Tenga conto, inoltre, che il Ministero dell’Ambiente ogni anno eroga alle Regioni, i cui presidenti sono commissari per la lotta al dissesto idrogeologico e all’erosione costiera, centinaia e centinaia di milioni. La verità è che la prevenzione in Italia, mi lasci dirlo, non fa notizia, non è popolare, non porta consenso”.

“È molto più semplice investire nel centro urbano, nella riqualificazione di un’aiuola, della pavimentazione o della rete urbana. Ma consolidare le sponde di un fiume che si trova a 30 o 40 chilometri dall’abitato, chi lo vede? E allora il sindaco si chiede: perché devo spendere questo denaro? Questa è, in generale, la filosofia, naturalmente fatte le dovute eccezioni, perché ho conosciuto anche amministratori locali particolarmente sensibili. Serve una cultura della prevenzione. Io non mi stancherò mai di dirlo, perché il denaro da solo non è sufficiente a garantire la sicurezza di un determinato territorio. E il nostro territorio, come lei sa, è per il 94% vulnerabile: per il dissesto idrogeologico, per il terremoto, per gli incendi boschivi, per le crisi nelle aree industriali. Insomma, abbiamo ancora tanto da imparare”, dice ancora il ministro.

Quanto al turismo nautico, “noi abbiamo bisogno di un ambientalismo che non sia ideologico e che non diventi, vorrei dire, l’imbalsamatore del territorio. Non è mai stato utile alla società e neanche allo stesso ambiente. La parola magica è “sostenibile”. Ecco, la sostenibilità ambientale deve fare i conti con la sostenibilità economica e con quella sociale. In Italia, e nel Mezzogiorno in modo particolare, abbiamo bisogno di 50 mila posti barca. Ebbene, non riusciamo a soddisfare questa domanda, sicché il turista, invece di arrivare sulle nostre coste e nelle nostre acque, prende il largo e va verso le coste di altri Paesi, non soltanto del Mediterraneo”, dice ancora il ministro.

“Dall’altro lato, lei dice: non più colate di cemento. Io credo che si possa e si debba trovare una via di mezzo. Laddove è possibile realizzare un porto turistico in un contesto di nessun interesse ambientale, credo che vada autorizzato. Nelle zone particolarmente vulnerabili, fragili o di particolare pregio, invece, si può pensare all’approdo, che, come lei sa, è una struttura precaria e mobile e quindi non determina lo stesso impatto”, aggiunge il ministro. “L’unica vera verità è che abbiamo subito, negli ultimi 70-80 anni, un dilagante abusivismo e una vera e propria devastazione del nostro territorio. Non solo sulle coste, ma anche sui versanti delle colline o addirittura a poche decine di metri dal mare. Oggi paghiamo le conseguenze di questa indiscriminata attività, che è stata un vero e proprio stupro nei confronti del nostro ambiente e che oggi ha determinato l’impossibilità di interventi razionali”, sottolinea il ministro.

“Il turismo nautico, per la crescita che ha determinato e verso la quale è proiettato, secondo me va incoraggiato, mettendo insieme il buon senso: da una parte la salvaguardia dell’ambiente, dall’altra la capacità di rispondere a una domanda che porta denaro in Italia e consente alle regioni più deboli del Mezzogiorno — penso alla Puglia, alla mia Sicilia, alla Sardegna e a tutte le regioni del Sud bagnate dal mare, oltre che a quelle del Nord — di sfruttare in senso sostenibile la risorsa mare, con grande senso di responsabilità” “Abbiamo messo a punto una legge, la legge sulla valorizzazione del mare, che è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale un paio di mesi fa. Però ancora non basta. Occorre trovare il giusto punto di equilibrio”, dichiara ancora il ministro.

Infine, per quanto riguarda il cambiamento climatico, “una parte della comunità scientifica ritiene ormai, senza significativi margini di dissenso, che fra 70 o 80 anni una parte della fascia costiera italiana potrebbe essere coperta dal mare. Circa 150 paesini costieri diventerebbero 150 piccole Venezia. Questo impone oggi, non domani, una ripianificazione urbanistica che tenga conto, nella prospettiva, di questo impatto fortissimo e anche pericoloso. Ci sono coste alte, naturalmente, quelle rocciose, il cui processo di erosione è assolutamente lento. Ci sono coste basse che, invece, saranno investite maggiormente da questo fenomeno. Io credo che noi abbiamo il dovere di imporre nella fascia costiera — ed è uno dei temi al centro dell’agenda del Governo Meloni — una pianificazione urbanistica che tenga conto anche delle grandi infrastrutture”, dice il ministro Musumeci.

“L’alluvione e il ciclone di qualche mese fa, come lei da bravo giornalista ha ricordato, hanno interessato anche chilometri e chilometri della rete ferroviaria. Centocinquant’anni fa la ferrovia veniva progettata quando il mare era lontano cento metri; oggi la ferrovia si ritrova a ridosso del mare e quindi ogni mareggiata interferisce con il sedime ferroviario. Per impedire questo serve una riprogrammazione anche delle grandi infrastrutture”, sottolinea ancora il ministro.

“Insomma, per dirla in sintesi, questa generazione — la sua e la mia — sta pagando gli effetti di una distrazione che per tanto tempo è stata colpevole, in alcuni casi anche dolosa. E mi lasci rispondere a chi, pretestuosamente, dice che il Governo Meloni è negazionista sul tema del cambiamento climatico: è una grande bugia. Il cambiamento climatico è stato uno dei primi temi affrontati dal Governo appena insediato. Pensi che nel programma di Fratelli d’Italia era al terzo posto. È stato rispettato, perché nel 2016 fu immaginato il Piano nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici. Quando ci siamo insediati noi, alla fine del 2022, di quel piano non c’era ancora l’ombra. Dopo un anno è stato varato e pubblicato. Segno evidente che il cambiamento climatico c’è, è una realtà della quale tutti dobbiamo prendere atto”, conclude Musumeci.

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