Bastano poche ore al congresso della Lega per capire quali tensioni attraversino il centrodestra. Prima del voto, Matteo Salvini chiede di fermare gli aiuti militari all’Ucraina. Dopo una telefonata della premier, raccontata dalle cronache, il segretario rieletto ammorbidisce i toni, senza rinnegare la sua posizione. Nel campo opposto, le voci su un Conte convinto che con Schlein non si vinca, benché smentite, raccontano una rivalità che rischia di pesare sulla coalizione. Da una parte insomma c’è Giorgia Meloni, impegnata a tenere insieme una maggioranza nella quale Lega e Forza Italia competono per ottenere risultati da rivendicare davanti ai propri elettori. Dall’altra ci sono Elly Schlein e Giuseppe Conte, che devono ancora decidere quanto largo sarà davvero il campo con cui sfidare il centrodestra. Due cantieri diversi, un problema comune: costruire una coalizione capace di arrivare unita alle elezioni senza cancellare le differenze tra i suoi protagonisti.
“Stiamo assistendo ad una sorta di politica degli incastri, quella che si vede meno nelle dichiarazioni pubbliche e pesa di più quando si devono scrivere i programmi, distribuire le candidature e convincere gli alleati che restare insieme conviene a tutti. Meloni parte da un vantaggio: guida una coalizione che governa già. Ma proprio l’esperienza di governo obbliga la premier a confrontarsi ogni giorno con richieste concrete e con la necessità di trovare risorse. Ma la sua leadership, al contrario di quella del centrosinistra è indiscussa e saldissima, e questo fa tutta la differenza del mondo”, commenta un senatore dell’ala riformista del Pd.
Schlein e Conte, infatti, devono ancora risolvere una questione preliminare: chi siederà al tavolo dell’alternativa e saranno solo loro due a sfidarsi o ci sarà un terzo, magari un quarto, sfidante? Per venerdì, intanto, è previsto un incontro tra la segretaria del Pd, il leader del Movimento 5 Stelle, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, dedicato all’avvio del confronto sul programma e sul perimetro della coalizione. Tra i partecipanti annunciati non c’è Matteo Renzi. Un’assenza che non equivale a un’esclusione definitiva, ma dice molto sulla strada ancora da percorrere per allargare al centro la coalizione. Anche perché proprio il centro, con i suoi tanti gruppi, rischia di aprire un nuovo fronte nel già tormentato rapporto tra i due leader.
“Il punto è che parlare di programma significa parlare anche degli interlocutori ammessi a scriverlo. Un conto è discutere con il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, un altro è aprire il tavolo a Italia Viva e alle altre forze centriste. Ogni ingresso può allargare il bacino elettorale, ma cambia gli equilibri, le priorità e, inevitabilmente, i rapporti di forza sulla scelta del candidato premier”, commenta un deputato di Azione, che per ora sta alla finestra (anche se circolano voci non confermate su un avvicinamento al centrodestra). Il leader pentastellato chiede di accelerare sul programma e sulle primarie. Sa che il Movimento non può essere considerato un semplice alleato minore del Pd e vuole che il suo peso si traduca nelle scelte politiche.
Il nodo Renzi si inserisce proprio qui: non riguarda soltanto vecchie rivalità personali, ma l’identità della coalizione, il suo equilibrio interno e la capacità di trovare una sintesi sui temi economici e sociali. La domanda che accompagna il vertice di venerdì sembra essere dunque abbastanza scontata: si comincerà a costruire un progetto aperto anche alle forze oggi assenti o il primo accordo tra Pd, Movimento e Avs finirà per definire condizioni che potrebbero anche essere malviste dai tanti cespugli centristi che chiedono spazio? Una risposta ancora non c’è. E Meloni può osservare che, mentre le opposizioni discutono di chi debba entrare, la premier prova a consolidare e allargare una squadra già esistente.
Gli equilibri nel centrodestra
Anche nel centrodestra, però, gli incastri sono tutt’altro che semplici. Matteo Salvini e Antonio Tajani hanno interessi diversi e un obiettivo in comune: rafforzare i rispettivi partiti senza compromettere la tenuta del governo. Entrambi sanno che, alla fine della legislatura, agli elettori non basterà raccontare la fedeltà alla coalizione. Serviranno risultati riconoscibili. Per la Lega il risultato più importante è l’autonomia differenziata. Dopo il passaggio sulle intese con le Regioni, il ministro Roberto Calderoli ha indicato nell’«ultimo miglio in Parlamento» la tappa decisiva. Portare a compimento una battaglia storica consentirebbe al Carroccio di presentarsi al Nord con una risposta concreta a una domanda che accompagna la sua storia da decenni.
Per Forza Italia la bandiera è la riduzione delle tasse, a cominciare dall’Irpef per il ceto medio. Tajani insiste da settimane sulla necessità di estendere il beneficio oltre la soglia dei 50 mila euro. Il confronto riguarda le coperture e l’ampiezza dell’intervento: tra le ipotesi è stata discussa anche quella di arrivare a 55 mila euro. Per gli azzurri la questione è politica prima ancora che numerica: dimostrare che la loro presenza al governo produce un vantaggio per famiglie e lavoratori.
La competizione fra Lega e Forza Italia passa anche da qui. Salvini punta a rilanciare il Carroccio e ha indicato l’ambizione di farne il secondo partito della coalizione. Tajani vuole consolidare il ruolo degli azzurri e difendere lo spazio moderato. Meloni ha interesse a che nessuno dei due esca indebolito: una coalizione vince più facilmente se i suoi alleati portano voti aggiuntivi, non se si limitano a contendersi quelli già disponibili. La premier può perciò provare a esercitare una funzione di regia: accompagnare l’autonomia verso l’approdo parlamentare e, insieme, trovare spazio per un intervento fiscale rivendicabile da Forza Italia. Non c’è un automatismo tra i due dossier, né un accordo formale che li leghi. Ma la loro gestione contemporanea può diventare la base di un equilibrio politico: ciascuno ottiene un risultato, tutti si presentano come parte di una maggioranza capace di decidere.
I sondaggi
In questa partita, Giorgia Meloni dispone di una carta che pochi suoi predecessori hanno potuto giocare dopo un periodo così lungo a Palazzo Chigi: un consenso personale che, almeno secondo l’ultima rilevazione SWG per il Tg La7, non si è consumato rispetto all’inizio della legislatura. La fiducia nella presidente del Consiglio è al 41%, un punto percentuale in più rispetto all’ottobre 2022. Non è un plebiscito, naturalmente. Ma è un dato politicamente significativo: dopo quattro anni segnati da guerre, inflazione, tensioni internazionali e scelte spesso difficili sui conti pubblici, la premier conserva una quota di fiducia leggermente superiore a quella registrata all’inizio del suo mandato.
A questa operazione si aggiunge il lavoro sui possibili nuovi interlocutori. Giovedì 29 ottobre Meloni interverrà alla convention promossa a Roma da Sud chiama Nord e Sindaci d’Italia, l’iniziativa che vede tra i protagonisti Cateno De Luca e che porterà alla presentazione del simbolo del nuovo progetto politico. Anche questa scelta richiederà mediazioni. Allargare una coalizione significa trovare spazio per nuovi soggetti, fare i conti con gli equilibri locali e, più avanti, con le candidature. La Sicilia, dove De Luca ha una propria storia politica e rapporti complessi con il centrodestra regionale, mostra quanto possano essere complicati questi passaggi. Ma l’interesse di Meloni è chiaro: cercare consensi oltre il nucleo tradizionale della maggioranza senza indebolirne la coesione.
Nei prossimi giorni le due coalizioni offriranno dunque immagini diverse dello stesso lavoro politico. Giovedì Meloni incontrerà una realtà che può contribuire ad allargare il centrodestra; venerdì Schlein e Conte cominceranno a discutere del programma e dei confini dell’alternativa. Le difficoltà non mancano da nessuna parte. La prova, per entrambe, sarà tenere insieme identità e interessi diversi quando arriveranno le decisioni su programmi e candidature.
Affari Alert
Aggiornamenti e contenuti editoriali dedicati, via email.
Dal 1 Gennaio 2027: 0,99€/mese o 9,99€/anno


