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La Repubblica fondata sul riposo: troppe festività, troppe celebrazioni e sempre meno lavoro (a scuola e negli uffici pubblici)

Il Quirinale richiama Camera e Senato sulle troppe giornate istituite per legge. Mastrapasqua attacca: la scuola paga il conto

La Repubblica fondata sul riposo: troppe festività, troppe celebrazioni e sempre meno lavoro (a scuola e negli uffici pubblici)
Immagine generata dall’IA

Dal riciclo della carta alla meraviglia, il Quirinale mette in guardia sulle ore di lezione

Il calendario è fitto di “giornate mondiali o internazionali” dedicate ai temi più diversi: ricorrenze che possono essere istituite dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dal Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite o dall’Unesco. Solo il mese prossimo, novembre, si celebrano 19 giornate mondiali: da quella “della prevenzione sullo sfruttamento dell’ambiente nella guerra e nei conflitti armati” a quella della tolleranza; da quella della gentilezza a quella della “memoria transgender”.

Se questo è l’andazzo diventa difficile sottrarsi alla tentazione. Così in Italia, a questo robusto elenco, sono state aggiunte 51 ricorrenze (oltre alle festività nazionali, beninteso), con l’aggravante che ogni nuova festa italiana è proclamata con una legge che prevede la promozione di iniziative a opera di uffici ed enti pubblici, particolarmente delle scuole, e talvolta anche delle università, prevedendo che svolgano attività didattiche o divulgative sul tema della singola giornata. Con probabilissimi rallentamenti delle attività didattiche ordinarie e con altrettanto possibili momenti di festa e celebrazione in molti uffici pubblici. Con buona pace della produttività nelle scuole, nelle università e negli enti.

L’ultima nata è la “Giornata del riciclo della carta”: e Dio sa quanto ce ne fosse bisogno. Non meno della “Giornata nazionale della meraviglia” proclamata un paio di settimane fa. Ma su questa produzione normativa non c’è battaglia, non ci sono confronti aspri tra maggioranza e opposizione, nasce piuttosto una grande concordia nazionale. Come era accaduto lo scorso anno quando venne ripristinata la festività nazionale di San Francesco, il 4 ottobre. Voto unanime del Parlamento, per devozione al Patrono d’Italia o per progettare operazioni di ingegneria festiva per i prossimi anni? Quanto ci si adopera pur di non lavorare!

In questi giorni si è levata solo la voce del Capo dello Stato, che, promulgando l’ennesima legge per una “giornata nazionale”, ha scritto ai presidenti di Camera e Senato, Fontana e La Russa, per suggerire un contenimento di queste iniziative parlamentari: “Desidero far presente che il numero delle leggi che istituiscono giornate per segnalare valori, eventi, propositi, emozioni o aspetti della vita sta vertiginosamente aumentando, senza che siano emersi in proposito criteri omogenei: nelle ultime tre legislature ne sono state approvate trentasei, di cui venti nel corso di questa legislatura”. In totale sono 51. Tutte necessarie? Certamente utili a chi non disdegna il titolo di “perditempo”. Non sarebbe corretto liquidare tutti con l’epiteto di “fannulloni”, ma questo tipo di iniziativa legislativa li aiuta, li favorisce, li blandisce invece di contrastarli.

La Repubblica fondata sul riposo (invece che sul lavoro) ringrazia e si accomoda sul divano, meditando sui grandi temi proposti dal nostro Parlamento in perfetta continuità con i suggerimenti internazionali (che propongono riflessioni sullo squash e sulla pasta, sul coming out e sull’orgasmo) che vengono dall’Onu.

Sia chiaro che in Italia si tratta di un approccio rigorosamente bipartisan, non si deve pensare che la rampogna del Quirinale si sia orientata a Fontana e La Russa perché rappresentanti delle più alte cariche dello Stato, ai tempi del Governo del centro-destra. Mattarella tirò le orecchie anche al Governo Draghi, quattro anni fa, in occasione della promulgazione della Giornata nazionale della memoria e del sacrificio alpino, quando, in una lettera inviata all’allora presidente del Consiglio, Mario Draghi, appunto, il 6 maggio 2022, segnalava l’opportunità di “un intervento normativo organico che riguardi le celebrazioni in onore delle nostre Forze Armate, considerato che quella appena promulgata risulta essere l’unica legge che preveda una giornata in onore di un corpo militare”. A tal proposito Mattarella suggeriva di “assumere in legge la definizione completa del 4 novembre come Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze Armate, cogliendo l’occasione per un riordino complessivo delle celebrazioni che valorizzi l’unitarietà delle Forze Armate”. Auspicio che poi ha trovato seguito con l’approvazione della relativa legge nel marzo 2024.

È invece ancora inevasa la richiesta del Quirinale di risolvere il pasticcio provocato dal reintegro della festività nazionale del 4 ottobre per San Francesco, in concomitanza con il mancato annullamento della solennità civile per Santa Caterina da Siena che perdura nello stesso giorno. “La medesima giornata – il 4 ottobre – non può essere qualificata, al contempo, sia festività nazionale sia solennità civile, anche perché, tra l’altro, da tali qualificazioni – segnalava Mattarella – il nostro ordinamento fa discendere effetti diversi. Va operata, quindi, una scelta in tal senso, verosimilmente abrogando la previsione di solennità civile, meno rilevante e, necessariamente, chiarendo se fare riferimento per la giornata festiva del 4 ottobre esclusivamente a San Francesco ovvero anche a Santa Caterina, fino a oggi considerati congiuntamente”. Il suggerimento di Mattarella giace senza effetti. Prima si festeggia, poi si lavora, anche (soprattutto?) in Parlamento.

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