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Politica
La tragedia armena: mio padre, sopravvissuto al genocidio del 1915...

 

di YERVANT GIANIKIAN
 

Yervant Gianikian è un regista italo armeno di fama internazionale, con Angela Ricci Lucchi ha firmato lavori artistici che da moltissimi anni girano nei musei di tutto il mondo. Dal Museum of Modern Art di New York al Jeu de Paume di Parigi. Dalla Tate Modern di Londra alla Akademie der Künste di Berlino.        
Nel 2015 il duo artistico ha ricevuto il premio FIAF (International Federation of Film Archives), e il Leone d’oro alla Biennale di Venezia per la partecipazione al Padiglione Armeno.  

Alcune loro opere sono in mostra al MAXXI di Roma per ‘senzamargine’. Il 27 aprile il museo inaugurerà una retrospettiva dei loro film: “angeli e guerrieri del cinema.” Alla Quadriennale di Roma per la mostra ‘Fuori’ è possibile vedere “Pays Barbare”, fino al 18 luglio.

Poche ore dopo il riconoscimento ufficiale del genocidio armeno del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, ho ripensato al mondo in cui sono cresciuto, alla memoria di mio padre, sopravvissuto al genocidio del 1915. Scrivo qualche pensiero riguardando dei fotogrammi di Raphael Gianikian, è stato l’unico protagonista del mio film “Ritorno a Khodorciur - Diario armeno,” Raphael morì undici anni dopo. Restano i suoi diari, i libri inediti, scritti in armeno dopo il “metz yeghern” (il Grande Male). I suoi testi raccontano della sofferenza di un popolo, che ha subito un genocidio negato da sempre. 

Nel film, mio e di Angela Ricci Lucchi, Raphael continua la sua opera di testimone e scrittore. La forza delle parole si fa immagine, una potenza che evoca il genocidio che non è stato cinematograficamente documentato a sufficienza. Oggi ricordo più che mai il racconto sul popolo armeno di Raphael, mi diceva spesso dell’infanzia perduta.

L’ho sempre visto camminare, da piccolo lo accompagnavo in montagna, si partiva all'alba e si tornava quando era buio. Mio padre amava camminare in compagnia della gente, per ore. Ormai anziano, si iscriveva a maratone sulla neve, con moltitudini di partecipanti, anche in luoghi lontani, le portava quasi sempre a termine, al limite delle energie, giungendo al traguardo di notte. Solo più tardi ho collegato la sua passione con il ricordo della deportazione, delle marce forzate, dell’eliminazione fisica dei partecipanti, massacrati dalla fatica, dalla fame, dalla sete, dalle folle ‘inferocite’, armate di asce e bastoni, che i diecimila abitanti di Khodorciur incontravano, percorrendo la Turchia, guidati dai gendarmi Turchi da Nord a Sud, fino a morire in Siria, durante un cammino di più di sei mesi, nell'anno 1915. Camminando, Raphael, celebrava la propria sopravvivenza, rendendo un silenzioso omaggio a coloro che non ce l’avevano fatta: quasi tutti.

Da ultimo lo accompagnavo in passeggiate più semplici, si aiutava con un bastone, camminava lentamente. Si metteva in tasca un sasso piatto e a casa scriveva sopra la data e il luogo dove eravamo stati. Un diario di pietra.

Scriveva in armeno, a mano, da ragazzo su quaderni con le copertine nere, negli anni '50 e '60 con una macchina da scrivere armena.

Inviava lettere in Armenia ai parenti ritrovati dopo anni. Quando si era rotta e nessuno era in grado di aggiustarla, aveva ripreso a scrivere su dei blocknotes.                              
Talvolta leggeva ad alta voce ciò che aveva scritto. Lo registrava. Penso che lo facesse per facilitarmi, per lasciare una traccia vocale chiara del vissuto.   

Negli anni '80 utilizzava ancora il registratore, per raccontare a me e ad Angela le favole medievali Armene, scritte in questa lingua ma composte di frequente da parole persiane, turche, kurde e altre lingue transcaucasiche, raccolte in 4 volumi che avevo trovato a Parigi.

L'insieme dei suoi scritti, i diari postumi della sua infanzia, riempiono  uno spazio considerevole della casa, sono in attesa di una traduzione.

Mio padre mi ripeteva che scriveva senza aggettivi, un diario senza aggettivi.

Yervant Gianikian

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